Banderuolismo a gogò

State attenti a essere troppo coerenti con le vostre idee, perché potreste essere scambiati per dei poveri idioti. Siamo nell’epoca del banderuolismo più estremo, dell’ipocrisia divenuta modus vivendi, dell’illogicità come dogma e il tutto per inseguire tornaconti assai biechi. Un’epoca non solo post-ideologica, pure post-ideale, nella quale le idee con contano più e quindi i loro simulacri, in quanto tali, possono essere ribaltati e calpestati a piacimento, facendosene motivo di vanto. E di derisione nei confronti di chi invece sa restare coerente e intellettualmente onesto.

Ma se chi semina vento raccoglie tempesta, chi “vive” di vento produce tempesta. La coerenza genera armonia, l’ipocrisia costruisce conflitto. È bene tenerne conto, sempre.

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Oppressori e ribelli / ribelli e oppressori

Vi sono dei partiti, trionfatori o sconfitti, delle maggioranze e delle minoranze in conflitto permanente, e il loro ardore per l’ideale è direttamente proporzionale alla confusione delle loro idee. Gli uni opprimono in nome del diritto, gli altri si ribellano in nome della libertà, per divenire poi, a loro volta, oppressori, quando se ne presenti il caso.

(Paul Émile de Puydt, Panarchie, 1860, in Gian Piero De Bellis (a cura di), Panarchia. Un paradigma per la società multiculturale, D Editore, 2017, pag.66.)

P.E. de Puydt, primo teorizzatore del panarchismo (il cui simbolo “innografico” vedete nell’immagine lì sopra, cliccatelo per saperne di più), scrisse quelle parole quasi 160 anni fa – non c’era nemmeno nata l’Italia attuale! – ma aveva già perfettamente individuato il “male oscuro” della politica nelle mani dei partiti. Male oscuro e cronico, dacché dopo così tanto tempo siamo ancora impantanati lì, in tale eterna dicotomia che, forse, dovremmo cominciare a non pensare più come a un’autentica e virtuosa condizione di “democrazia” ma come a un simulacro di essa, funzionale ai soliti, persistenti giochetti di potere e alla salvaguardia dei relativi tornaconti.

Senza ideali che vita sciatta è?

A 18 anni si hanno un sacco di ideali in mente, di grandi progetti, di missioni da compiere, e tantissimo entusiasmo. Anch’io, a 18 anni, volevo fare qualcosa di importante, di grande, qualcosa di cui andare fiero per sempre, e qualcosa che forse mai nessuno prima aveva fatto. Così, decisi di andare fino a Londra a piedi. A piedi, sì. Milletrecento chilometri e più. Una roba epica, veramente da andarne orgogliosi per sempre.
Presi il mio zaino da montagna, vi misi dentro quanto ritenessi necessario, presi i (pochi) soldi che avevo a disposizione. Stabilii di partire prima dell’alba, con i miei genitori ancora dormienti, in modo da evitare che mi potessero bloccare e/o far desistere dal mio intento. Li avrei avvisati dopo un po’, magari quando già fossi in Svizzera o in Francia. Si sarebbero incazzati, ovviamente, ma ero certo che poi anch’essi sarebbero andati fieri di me, della mia determinazione, della mia forza di volontà.
Alle quattro di mattina, con ancora un gran buio all’esterno, sgattaiolai così fuori dalla porta di casa, nel massimo silenzio. Zaino in spalla scesi le scale, senza accendere la luce per non svegliare nemmeno i vicini. Per questo, giunto all’ultimo scalino prima del cortile – non sono mai riuscito a ricordare quanti fossero, gli scalini dell’ultima rampa! Dieci, non nove, porca puttana! – scivolai, caddi a terra malamente e mi distorsi una caviglia.
Nessun problema. Gli ideali vanno realizzati, eccheccavolo. Così, quello stesso pomeriggio, appena rientrato dal pronto soccorso con la gamba fasciata, mi mangiai di filato 26 confezioni di Crostatine del Mulino Bianco alla confettura di albicocca – la mia merendina preferita, ai tempi – pari a 208 singole Crostatine (34.736 kilocalorie, per l’esattezza). In meno di tre ore. Meno di tre ore, eh! Roba da andarne fierissimi, a dir poco!
Perché gli ideali bisogna realizzarli, appunto, altrimenti che vita sciatta è?

(L.)