Ah, gente proprio fortunata quella dell’alta Valtellina!
Clima impazzito o no, grazie alle Olimpiadi loro la neve per sciare sulle piste ce l’avranno «sicura».
Be’, certo, sempre che non soffrano di qualche malanno fisico…
O forse che i moderni cannoni sparaneve posseggano anche qualità sanitarie e terapeutiche? 🤔
Lo si sa bene ormai che l’Homo Sapiens, autoproclamatosi tale in forza di non si sa bene quale pretesa superiorità e verso chi, ci metta invece un grande impegno a rendere del tutto ingiustificata e ingiustificabile quella altisonante definizione.
Prendete il momento storico attuale, ad esempio: è in corso una crisi climatica che va aggravandosi anno dopo anno e i cui effetti si fanno materialmente sempre più pesanti a livello globale e, nello specifico, sul continente europeo; una crisi riguardo la quale è sempre più indispensabile e urgente agire ma il Sapiens che fa, invece? Pensa bene di scatenare proprio in Europa una guerra che non solo provoca morti e distruzione ma genera un’emergenza energetica mai vista prima. Così, nell’estate più calda e siccitosa di sempre, per cercare di mitigare gli effetti di questa emergenza il Sapiens decide di attingere a fonti (il carbone, ad esempio) che non solo non la risolvono ma peggiorano inesorabilmente l’altra crisi, quella climatica. Ciò anche per non aver dato seguito, se non in minimissima parte, alle sue annose e pompose dichiarazioni sulla necessità di convertire il sistema alle energie alternative e rinnovabili – perché il Sapiens possiede pure una notevole capacità di proclamare intenzioni e volontà che poi quasi mai metterà in atto, a meno che non siano particolarmente deleterie (come quelle belliche, appunto).
Non solo: in alcune regioni del continente europeo abita un Sapiens che, se possibile, mette ancor più fervore nel perseguire l’impegno sopra evidenziato. In Italia, ad esempio, dove nell’estate appena trascorsa la carenza di risorse idriche si è fatta particolarmente grave ma il Sapiens locale, che nel frattempo ha preteso di organizzare i prossimi Giochi Olimpici invernali, finanzia a spron battuto innumerevoli impianti per la produzione di neve artificiale, per i quali serve una quantità immane di acqua che viene tolta alle scorte naturali – e non solo a quelle stagionali – destinate ai suoi simili.
Nel frattempo la crisi energetica si aggrava sempre più e dunque il Sapiens si organizza per razionare usi e consumi dell’energia, con tagli alle forniture e diminuzione delle temperature dei riscaldamenti domestici, dichiarando al riguardo di «sperare l’inverno non sia tanto freddo» (dichiarazione udita dallo scrivente alla radio qualche giorno fa da parte di un Sapiens politico – e non l’unica di questo genere intercettata, peraltro). Sperare che d’inverno non faccia freddo, già. Ma se non dovesse fare freddo sarebbe l’ennesimo segnale di un ulteriore peggioramento della crisi climatica, il che significherebbe che, a fronte del risparmio di una minima parte di risorse energetiche e di un po’ di soldi al riguardo, si manifesterebbe un probabile ulteriore aggravamento delle conseguenze del riscaldamento globale, sicuramente di portata ben più ampia e peggiore di quelle derivanti dall’emergenza energetica e che peraltro finirebbe per aggravare pure questa – come d’altro canto la storia recente ormai insegna. In parole povere il Sapiens, per tentare di salvarsi da un problema di una certa gravità, auspica a se stesso di subire un problema ancora più grave e pressoché irrisolvibile. Si sta scavando la fossa sotto i propri piedi ma, per non rovinare la pala, usa le sue stesse mani.
Ecco. Questa è la situazione del Sapiens contemporaneo, già.
P.S.: per giunta, se d’inverno non facesse freddo come certi Sapiens auspicano, la neve artificiale prodotta sottraendo risorse idriche ai territori pur in presenza di una grave siccità finirebbe per sciogliersi rapidamente, sprecando l’acqua, l’energia impiegata e ovviamente i soldi pubblici investiti al riguardo dai quegli stessi Sapiens. Autoproclamati tali, è bene rimarcarlo.
Sopra Madesimo, a meno di un km dal celeberrimo Lago Azzurro di Motta della cui angosciante assenza di acqua vi ho (ri)parlato giusto di recente, stanno costruendo un nuovo bacino di accumulo idrico a servizio dell’innevamento artificiale delle piste da sci della località valchiavennasca.
Non lo denoto per avviare qualsivoglia polemica al riguardo: è un dato di fatto – tanto o poco opinabile – che lo sci su pista oggi può sopravvivere, salvo annate particolarmente fortunate ma sempre più rare, solo grazie alla neve artificiale, e in tale ottica non mi sorprende di vedere la costruzione di quel nuovo bacino. D’altro canto, anche solo ad un mero sguardo “turistico” della realtà in loco, sorge inevitabile il contrasto tra la visione di un bacino lacustre naturale che sempre più spesso si svuota in forza dell’assenza di apporti idrici dati dallo scioglimento della neve e da risorse ipogee, dunque quale conseguenza indotta anche dai cambiamenti climatici, e quello che sarà un invaso artificiale che facilmente si potrà ammirare ben colmo di acqua, pena la sua sostanziale inutilità.
Certo l’industria dello sci contemporanea si fa sempre meno scrupoli, rispetto agli ambienti naturali entro i quali genera la propria attività – d’altro canto assai spalleggiata da buona parte della politica locale – nell’operare al fine di protrarre il più possibile in avanti la propria agonia, già inesorabilmente segnata dai cambiamenti climatici in atto. La potrei anche ammettere (senza comprenderla) questa sua posizione, dal punto di vista meramente imprenditoriale, ma di contro – vista la situazione nella quale ci troviamo, appunto – non è più ammissibile che si realizzino infrastrutturazioni in ambiente a scopo turistico che non presentino caratteristiche di ecosostenibilità assolute, sia a livello ecologico (soprattutto per quanto riguarda il consumo delle risorse naturali dei territori in questione) che energetico, economico, paesaggistico, eccetera.
Non so se i lavori in corso a Madesimo – località alla quale sono molto legato, avendoci passato le mie estati dagli zero ai vent’anni e non solo quelle – rispettino tale necessità: me lo auguro, non nutro pregiudizi e comunque mi interesserò al riguardo. Fatto sta che la possibile visione futura di un Lago Azzurro vuoto d’acqua (come si è presentato per quasi tutto l’anno in corso) e a pochi minuti a piedi di un bacino per la neve artificiale viceversa pieno sarebbe tanto sconsolante quanto emblematica circa il futuro delle nostre montagne nonché, per molti versi, di noi tutti.
N.B.: le foto a corredo del post le ho scattate a fine agosto scorso.
[François-Auguste Biard, Il fiordo di Magdalena, 1840; immagine tratta da “Doppiozero.com”.]
Le eruzioni vulcaniche più violente hanno sempre esercitato un’influenza decisiva sulla vita del nostro pianeta e sui cambiamenti climatici. È il caso dell’eruzione del Monte Tambora nell’aprile 1815 in Indonesia, tale da mutare l’atmosfera dell’emisfero nord per quasi tre anni. Temperature basse, piogge, inondazioni, abbondanti nevicate: il fenomeno passa alla storia come l’Anno senza estate. […]
Se allora, nel 1815 – anno funesto ma culturalmente fecondo –, ricorreva l’Anno senza estate, oggi, come ha osservato acutamente la curatrice e filosofa della natura (così si definisce) Dehlia Hannah, «la nostra bussola è invertita: non abbiamo di fronte un anno senza estate, ma un futuro senza inverno» (Hopeless Utopia. Enchantment and contradiction in the first Antarctic Biennale, in “Frieze”, 188, June-August 2017). Da un anno senza estate a un futuro senza inverno. Partiamo dal primo evento. Per i poeti romantici è chiaro di cosa il ghiaccio è l’immagine: la quiete, l’immobilità, la morte ma anche la purezza di spirito che è in qualche modo generatrice di vita. Minaccia di morte e promessa di rinascita si sfiorano, alla stessa stregua dell’ambiente ostile e del paesaggio sublime, assieme sito da conquistare e paradigma della wilderness. Una doppia natura che si riflette anche nel fatto che l’Antartico veniva considerato, a seconda delle occasioni, delle letterature e delle fasi storiche, come un paesaggio femminile (ad esempio nella letteratura gotica), o maschile se non virile.
Riguardo al secondo evento – quello di un futuro senza inverno – non sappiamo di cosa il ghiacciaio, o quello che ne resterà, sarà l’immagine. Quali Frankenstein produrrà questa situazione inedita nella brevissima (geologicamente parlando) storia dell’umanità? Di certo, ne sono convinto, bisognerà mobilitare un complesso eterogeneo di approcci che includa la scienza, glaciologia e paleoclimatologia in primis, ma anche la letteratura, la fantascienza, le arti visive, l’antropologia. Senza dimenticare generi ibridi come i diari di viaggio degli esploratori, che affidano alla parola scritta le loro scoperte e le loro disfatte, i loro stati d’animo e, in molti casi, le loro ultimissime volontà.
Sono brani tratti da Ghiacciai: un futuro senza inverno di Riccardo Venturi, docente di Teoria e storia dell’arte all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi, articolo pubblicato su “Doppiozero.com” il 21 luglio 2022, nel quale Venturi disserta sul futuro climatico che ci attende da una prospettiva particolare, cioè quella storica delle esplorazioni delle terre artiche e della relazione antropologica tra uomini e ghiacci che anche grazie ad esse è nata e si è sviluppata fino alla nostra contemporaneità, nella quale i ghiacciai di molte zone del pianeta stanno svanendo con conseguenze ambientali e climatiche tanto quanto culturali.
Un testo molto interessante, da leggere: cliccate sull’immagine lì sopra per la versione completa su “Doppiozero.com”.
[Foto di Zairon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]In tema di salvaguardia ambientale e del paesaggio, un’altra cosa che in Italia da tempo non funziona al meglio è la gestione politica delle aree sottoposte a tutela, dai parchi naturali in giù: territori soggetti a vincoli che ne determinano la protezione speciale e di conseguenza il valore paesaggistico e culturale i cui enti di gestione troppo spesso dimenticano il senso del termine “tutela”, promuovendo ovvero assentendo ad interventi per i quali la salvaguardia dei territori che ne sono oggetto appare palesemente come l’ultima cosa che conta – o la prima a non contare per nulla. Accennavo a tale questione proprio qualche giorno fa, riguardo il Parco delle Orobie Bergamasche: trovate l’articolo qui.
Quanto sopra rimarcato, come detto, vale sia per le piccole aree protette e sia per quelle più importanti e prestigiose come il Parco Nazionale dello Stelvio, che peraltro già da tempo soffre d’una gestione politica a dir poco problematica, e al riguardo vi è un recente caso tanto significativo tanto inquietante, denunciato dall’amico Marco Trezzi: il progetto di utilizzo delle acque del Lago Bianco, uno dei bacini lacustri naturali più belli delle Alpi Retiche, posto a 2600 m di quota sull’ampia sella del Passo di Gavia tra la Valtellina e la Val Camonica per il quale rappresenta un elemento geografico identitario potente nonché un biotopo di grande valore naturalistico, per alimentare gli impianti di innevamento artificiale al servizio delle piste di Santa Caterina Valfurva. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, appunto.
Un’assurdità bella e buona, senza alcun dubbio: sarebbe come se per costruire un nuovo locale di divertimenti a Milano venisse prelevato del marmo dal Duomo. Una follia, ribadisco, e la dimostrazione di un atteggiamento cinico e sprezzante di certa industria turistica, e delle istituzioni politiche locali che la spalleggiano, nei confronti delle (proprie) montagne e del loro paesaggio, invariabilmente considerati una risorsa da consumare a piacimento per meri fini di lucro.
Marco Trezzi ha attivato al riguardo una raccolta firme su change.org, per cercare di sensibilizzare chiunque abbia a cuore il futuro della montagna verso lo scellerato progetto in questione, che descrive con dovizia di particolari qui. Giustamente nel testo ci si chiede:
«Dov’è il Parco Nazionale dello Stelvio quando c’è da fare il lavoro per cui è nato oltre 80 anni fa? Ormai è agli occhi di tutti che è diventato solo un ente burocratico, fatto di politici che sanno fare i forti con i deboli ed i deboli con i forti. Multano ed alzano la voce con un residente che allarga una finestra di una baita o taglia una pianta che stava crollando in mezzo al sentiero, ma permettono come se nulla fosse che una società di gestione degli impianti di sci scavi una vallata per chilometri per interrare tubi di plastica, per rubare l’acqua ad un lago che sta lì, Dio solo sa da quanti secoli, per innevare le loro piste da sci.»
Tutto ciò andando contro lo statuto del Parco Nazionale stesso, che rimarca tra gli scopi fondamentali dell’ente quello della protezione della natura e della tutela del paesaggio. E, come detto, per meri fini di lucro riguardo un’attività ludico-ricreativa che, posta la realtà climatica che stiamo vivendo, è destinata a diventare sempre più precaria e sempre meno necessaria, in senso economico e sociale, al territorio ove si sviluppa, soprattutto rispetto ai danni materiali e immateriali che vi arreca.
Funzionano così, dunque, le istituzioni italiane atte alla tutela del patrimonio naturale nazionale? È questa la salvaguardia che propongono e, quindi, il futuro che prospettano alle nostre montagne? Sono queste le politiche ambientali e di resilienza climatica che le istituzioni pubbliche ci vogliono imporre?
Vi invito caldamente a firmare la petizione per salvare il Lago Bianco. È un gesto piccolo ma fondamentale, sia fattivamente per la causa in sé e sia simbolicamente nei confronti di quelle istituzioni pubbliche e private così cieche e pericolose per i nostri territori naturali, e prezioso per diffondere finalmente una rinnovata consapevolezza verso il mondo che abbiamo intorno. Non è “ambientalismo” questo, è senso civico e lungimirante intelligenza. Tanta roba, insomma.