La “doppia verità” delle Olimpiadi

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Uno degli aspetti più riprovevoli e per molti versi inquietanti che hanno contraddistinto l’organizzazione dei Giochi di Milano Cortina è stata l’assenza, se non proprio la negazione, di qualsiasi interlocuzione concreta con le comunità dei territori coinvolti. Comunità che non solo non hanno potuto avere voce in capitolo sulle opere olimpiche e su quanto ad esse correlato, ma che si sono ritrovate nella condizione di essere assoggettate alle decisioni degli organizzatori e dunque sostanzialmente in “ostaggio” delle Olimpiadi, nel frattempo assistendo alla trasformazione, spesso in forma di cementificazione, dei propri luoghi di vita e di lavoro. Da tutto questo, anche più delle opere stesse e della loro utilità o inutilità, deriva in gran parte il malcontento, sovente profondo, delle comunità “olimpiche”: una bella parte del loro futuro è stato scippato e buttato nella retorica olimpica della “legacy” e della propaganda conseguente, strumentale all’imposizione dei Giochi e delle opere olimpiche.

Così, alla realtà dei fatti la cui verità oggettiva si può ben cogliere nei territori olimpici, gli organizzatori delle Olimpiadi vi sovrappongono da tempo – e ora in modo sempre più crescente, data l’imminenza dell’inaugurazione dei Giochi – una realtà fittizia e delle verità strumentali, tentando di occultare come stanno veramente le cose spesso con l’aiuto compiacente della “solita” stampa. Cose che tuttavia sono ormai troppo grandi da nascondere e che infatti vengono còlte da chi tra i media d’informazione conserva uno sguardo obiettivo e dagli abitanti delle comunità coinvolte che non accettano di vedere i propri territori così maltrattati.

Eccovi tre esempi eloquenti, uno per ciascuno dei principali territori olimpici, della doppia verità di Milano Cortina 2026, nell’ordine cronologico nel quale sono usciti sulla stampa. A voi stabilire quale sia quella strumentale e quella oggettiva.

Da Milano:

«C’è una grande eccitazione, ci stiamo avvicinando alla cerimonia di apertura e siamo molto lieti per tutto quello che è stato fatto. Ovunque si percepisce lo spirito olimpico.»
[Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, 29 gennaio. Fonte qui.]

«Manca una settimana all’inizio delle Olimpiadi ma camminando per la città non si ha più di tanto l’impressione che un evento così importante sia imminente. Nelle ultime settimane sono state messe decorazioni, lucine, murales e strutture soprattutto in centro e nei punti dove passeranno atleti, delegazioni e turisti, ma nel resto di Milano le Olimpiadi stanno passando in sordina.»
[“Colonne”, la newsletter su Milano de “Il Post”, 30 gennaio. Fonte qui.]

Dalla Valtellina:

«Questa è la promessa della Lombardia: una Valtellina che, il 31 gennaio, quando la Fiamma accende il braciere a Sondrio, non è soltanto una tappa del viaggio olimpico, ma la dichiarazione di una rinascita. La Valtellina, con la Lombardia, ha vinto la sfida di trasformare un grande evento in una risorsa duratura per le comunità locali.»
[“Valtellina, una sfida vinta. I Giochi trasformati in risorsa per il territorio”, “Il Giorno”, 31 gennaio, fonte qui.]

«Da quando sono a Bormio, lavorando ogni giorno in negozio, c’è una frase che sento ripetere spesso. La dicono persone diverse, di età diverse, con toni diversi. Ma il senso è quasi sempre lo stesso: “Speriamo che passino in fretta”. Non è rabbia. Non è nemmeno disinteresse. È piuttosto una forma di stanchezza anticipata, la sensazione che questo grande evento, raccontato come un’occasione irripetibile, stia arrivando più addosso che insieme a chi qui vive tutto l’anno. Basta trovarsi sul territorio per accorgersi che la distanza tra racconto e realtà è ampia.»
[Giovanni Piazza, “Quello che non ci dicono sulle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026”, su “Bira Bottega Broadcast”, 31 gennaio, fonte qui.]

Da Cortina:

«Qui è una follia. Come avrai notato sembra che su Cortina si sia abbattuto un cataclisma. Noi residenti ci sentiamo sempre più estranei a casa nostra. Coinvolti noi? No. Qui è tutto calato dall’alto. Il nostro paese si sta trasformando in una scenografia che sembra creata ad hoc per appagare l’immaginario di chi proviene da fuori; è un’autenticità rappresentata… che non ci rappresenta. Sembra di vivere nelle riserve indigene, e l’assenza di un confronto rischia di creare delle spaccature nella comunità.»
[“Cosa pensano delle Olimpiadi i giovani di Cortina? “Sembra di vivere nelle riserve indigene. Il nostro paese si sta trasformando in una scenografia per turisti”, “L’AltraMontagna”, 31 gennaio, fonte qui.]

«Se l’Alberto Sordi che arrivava nella località ampezzana spinto dal Conte Max Orsini Varaldo nel film «Il conte Max» (1957) potesse mettere piede oggi nella Cortina che si prepara ad accogliere le Olimpiadi invernali sessant’anni dopo quelle mitiche del ’56, troverebbe una Regina delle Dolomiti in piena forma, con i caminetti pronti a scaldare ricevimenti e cocktail, après-ski nei club a bordo pista e case private che si aprono a sportivi con lo scarpone slacciato dopo le gare a cinque cerchi. Perché, come ripetono i cortinesi doc e d’adozione in queste ore «le Olimpiadi saranno il nostro Capodanno».
[“Qui Cortina. Lo Chalet privato per Tom Cruise e le cene con fiaccola per i reali: «Sarà il nostro Capodanno»”, “Corriere della Sera”, 2 febbraio, fonte qui.]

Una conseguenza della crisi climatica poco considerata che mette a rischio la nostra identità

[Castel Hauenstein, posto a 1300 metri di quota sopra Siusi allo Sciliar, in Alto Adige. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Se la sensibilizzazione nei confronti della crisi climatica e delle sue maggiori conseguenze è ormai diffusa – seppur ciò non significa che la nostra società civile ne sia ancora così consapevole, visti certi comportamenti mantenuti e un atteggiamento che resta piuttosto superficiale al riguardo, vi sono altre conseguenze altrettanto importanti e gravi che il cambiamento del clima comporta che tuttavia vengono ben poco considerate, nonostante il loro portato ci coinvolga tutti. Ad esempio quelle sul nostro patrimonio culturale, un aspetto particolarmente significativo per l’Italia anche nei territori montani. La crisi climatica, insomma, mette a rischio non solo l’ambiente naturale ma pure ciò che nei secoli l’uomo vi ha costruito e oggi rappresenta un patrimonio di cultura fondamentale, che come nessun altra cosa dà forma e sostanza all’identità delle nostre montagne e alle comunità che le abitano.

Ho recuperato un articolo molto interessante al riguardo che è stato pubblicato sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.153 a firma di Alessandra Bonazza, ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche d’Italia – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC), dove è Responsabile dell’Unità “Impatti su Ambiente, Beni Culturali e Salute Umana”.

Così Bonazza introduce il tema, del quale è probabilmente la massima esperta in Italia:

In un momento in cui viene dato sempre più richiamo alle sfide che dobbiamo affrontare in seguito ai cambiamenti climatici, sorprende come solo di recente l’attenzione si sia soffermata in modo più sostanziale sulla constatazione degli impatti e rischi per il patrimonio culturale.
Fulcro della nostra identità culturale e ponte generazionale senza soluzione di continuità, il patrimonio costruito e paesaggistico è senza dubbio a forte rischio per effetto delle variazioni graduali ed estreme dei parametri climatici, quali ad esempio temperatura e precipitazioni.

Bonazza illustra poi cosa si sta facendo in concreto per gestire la questione:

È di recente sviluppo lo studio per la messa a punto di proiezioni dei rischi cui potrebbe essere sottoposto il patrimonio culturale per effetto di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nel vicino (2021-2050) e lontano futuro (2071-2100). Nonostante sia ampiamente riconosciuto il danno causato sui beni culturali da piogge intense, inondazioni, allagamenti e periodi prolungati siccitosi, questa tematica di ricerca è complessa e richiede una attenta analisi della pericolosità a livello locale, degli elementi determinanti la vulnerabilità di un bene a uno specifico rischio climatico e delle caratteristiche che governano la sua maggiore o minore esposizione agli eventi.
Questo strumento, chiamato Risk Mapping Tool for Cultural Heritage Protection, permette di analizzare la pericolosità territoriale a scala europea e del bacino del Mediterraneo a diverse serie temporali e di visualizzare e scaricare mappe con risoluzione spaziale di ~12 km, basate su dati forniti da modelli climatici regionali e da servizi satellitari del programma Copernicus. Prevede l’utilizzo di indici per valutare la pericolosità da eventi estremi legati a variazioni di temperatura e precipitazione.

L’utilizzo di questo strumento scientifico ha già dato alcune risposte estremamente significative:

Gli output mostrano ad esempio come i siti archeologici lungo la costa adriatica e il patrimonio diffuso dell’arco alpino siano previsti essere particolarmente a rischio nel lontano futuro per effetto dell’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione indicati da aumenti dei valori degli indici relativi.

[Il Castello di Rocca Calascio, sito a 1400 metri di quota nell’omonimo comune dell’Abruzzo. Foto di Justinawind, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dunque stiamo correndo il rischio che anche il nostro patrimonio culturale alpino, quello che grazie alla propria inscindibile correlazione con l’ambiente naturale e il paesaggio dà forma e sostanza all’identità dei territori alpini, dunque delle comunità che li abitano, possa subire conseguenze serie dal peggioramento pressoché certo della crisi climatica e dei suoi effetti. Il fatto che tale rischio possa manifestarsi «nel lontano futuro», come scrive Alessandra Bonazza, non può e non deve esimerci – come società civile e come rappresentanze politiche – dal prevenire quei rischi ed evitarli il più possibile. Se il paesaggio, in quanto elemento culturale determinato dall’unione di elementi naturali e antropici per come lo percepiamo nella relazione che intessiamo con esso, dovesse degradarsi in entrambi gli ambiti, inevitabilmente comporterebbe il degrado della nostra relazione identitaria, dunque anche di noi stessi in quanto suoi abitanti.

È un rischio parecchio grave che, ribadisco, possiamo e dobbiamo chiedere di prevenire.

P.S.: qui potete trovare alcuni altri articoli di Alessandra Bonazza sul tema della protezione del patrimonio culturale dai rischi climatici.

14 miliardi di Euro spesi bene (un altro post “populista”)

[Immagine tratta da www.ansa.it.]
Vi propongo un’altra riflessione “populista” e “demagogica” – e, sinceramente, se tale viene giudicata, sono fiero che lo sia.

La frana che sta interessando Niscemi, in Sicilia, è l’ennesima e non più necessaria dimostrazione di quanto il territorio italiano sia fragile e ovunque – sulle montagne, lungo le coste, anche in pianura – in balìa di numerosi dissesti idrogeologici, a volte naturali o causati dall’estremizzazione delle condizioni meteo climatiche, altre volte indotte da un’antropizzazione malfatta quando non palesemente sconsiderata del territorio. Su tali dissesti si interviene quasi sempre a danno fatto in modo emergenziale, con costi dell’ordine di miliardi di Euro (per le sole recenti mareggiate che hanno devastato le coste siciliane si stimano 2 miliardi di danni), mentre una ben più adeguata gestione idrogeologica (nonché urbanistica) del territorio nazionale ne eviterebbe molti, con notevole risparmio delle risorse pubbliche da un lato e maggior cura (anche estetica) del territorio e dei suoi paesaggi dall’altro.

Bene: posto ciò, si vorrebbero spendere 14 miliardi e rotti di soldi pubblici per la realizzazione di un ponte – quello sullo Stretto di Messina, certo – sostanzialmente inutile allo stato di fatto delle cose oltre che opinabile per mille diversi e validi motivi. Perché non utilizzare quella cifra così ingente – di soldi pubblici, ribadisco – per mettere preventivamente in sicurezza il territorio nazionale dal dissesto idrogeologico, il cui rischio peraltro aumenta in modo proporzionale all’evolversi della crisi climatica, mettendo dunque in sicurezza noi tutti che lo abitiamo e frequentiamo?

Quanti problemi al riguardo, quante situazioni di criticità si potrebbero sistemare e risolvere con 14 miliardi di Euro? O ci va bene di ammettere la realizzazione di un ponte “straordinario” al servizio di un territorio il cui dissesto è sempre più ordinario?

Ecco, “populismo” e “demagogia”. Infatti.

No, Bormio non è pronta per Olimpiadi così!

Si parla molto di legacy. Quale sarà l’eredità olimpica per Bormio e la Valtellina?
«C’è una legacy tangibile, fatta di strutture come lo Ski Stadium, l’Hospitality Lounge e soprattutto il nuovo impianto di innevamento, che consente di produrre grandi quantità di neve in tempi molto più brevi e potrà allungare la stagione turistica. Poi c’è una legacy intangibile, forse ancora più importante, legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento».

Visto che nelle ultime settimane si è scritto spesso del particolare disagio che la comunità di Bormio manifesta verso le Olimpiadi di Milano Cortina (ne ho scritto qui), delle quali sarà una delle sedi di gara, e non solo in merito alle opere o alla gestione dell’organizzazione olimpica in loco ma pure, e soprattutto, per come l’evento abbia generato fratture nel corpo della comunità e nella sua socialità – la vicenda della Tangenzialina dell’Alute è da tempo sintomatica di ciò – ecco che compaiono sugli organi di informazione locali, che è facile presumere siano i più letti a Bormio e dintorni, numerosi articoli che invece riferiscono di come le Olimpiadi non farebbero che del bene ai bormini e al loro territorio, che tutto è a posto o quasi, che son tutte rose e fiori, che sarà una grande occasione per la località, eccetera.

Affermazioni che, con tutto il personale rispetto per chi le enuncia, appaiono sovente superficiali e forzate, più simili a slogan strumentali di una propaganda narrativa necessaria che a considerazioni obiettive e realmente articolate.

Quella citata lì sopra mi sembra parecchio emblematica al riguardo, per come voglia far credere che per “legacy” a favore di un territorio si debbano intendere le opere citate. Che invece sono beni a vantaggio del solo comparto sciistico, dei quali che ne possa fruire il resto della filiera turistica è tutto da dimostrare e che non portano nulla di benefico alla comunità di Bormio. Nulla.

La reale “legacy” per un territorio che ospita un evento così importante come le Olimpiadi, anche e soprattutto a livello di soldi spesi per realizzarlo, non è certo uno “Ski Stadium” o un nuovo impianto di innevamento artificiale! Piuttosto dovrebbe essere fatta di cose che migliorano la quotidianità di tutta la comunità residente, la quale per giunta ha pure dovuto subire per anni i cantieri legati a quelle opere poco o nulla utili: nuovi servizi a supporto della popolazione, un potenziamento di quelli esistenti, una gestione migliorata dei beni ecosistemici, la risoluzione delle problematiche di sicurezza – materiali e immateriali – che il territorio presenta, una progettazione organica e articolata dello sviluppo socioeconomico territoriale a lungo termine e di sostegno a tutte le economie produttive locali e non solo all’industria del turismo… insomma, cose che possano fare dire, tanto e innanzi tutto agli abitanti di Bormio quanto a chi vi giunge per turismo, che realmente grazie alle Olimpiadi il territorio è migliore di prima ed è meglio viverci o starci rispetto a prima, di essere più legati al suo paesaggio e alla propria identità culturale… di esserne più orgogliosi, ecco.

Be’, temo che non è successo nulla di ciò, che non ci sarà nessuna reale “legacy” tangibile – vogliamo chiamarla eredità, visto che siamo in Italia e magari il termine è anche più chiaro e comprensibile? – a favore di Bormio e dei bormini. E non è “legacy” – eredità – neanche quella «legata alle competenze, alle esperienze e alla crescita delle persone, in particolare dei giovani del territorio che stanno lavorando a questo evento»: perché l’evento finisce e se nulla di veramente concreto e vantaggioso – socioeconomicamente – ha lasciato sul territorio, chi ha maturato competenze, esperienze e crescita personale non saprà come utilizzarla in loco e se ne andrà altrove. Oltre al danno ci sarà anche la beffa, insomma.

No, Bormio non può e non deve essere pronta a tutto ciò, a una così triste e desolante eredità olimpica. La comunità bormina l’ha ben capito, ecco perché il disagio nei confronti dei Giochi sta montando continuamente. E, ribadisco, non è tanto una critica a chi sta lavorando all’evento olimpico ma a chi lo ha gestito in modo così pessimo e poco (o nulla) sensibile ai territori coinvolti. «Forse la piena consapevolezza arriverà solo dopo i Giochi» viene affermato a fine intervista: già, è proprio così. Quando gli atleti se ne saranno andati, i riflettori e le telecamere saranno state spente e delle Olimpiadi ci si ricorderà sempre meno, si vedranno come stanno realmente le cose. E speriamo, sul serio, che non sarà una visione troppo inquietante.

Economia vs ecologia, ancora, inesorabilmente: anche così la nostra “casa” va a rotoli

[Immagine generata con Gemini AI.]
Nel nostro mondo, l’economista si occupa di economia e l’ecologo di ecologia.

Be’, che c’è di strano? – qualcuno si chiederà.

Nulla, in effetti. O forse tutto.

Già, perché in questo nostro mondo – per quello che oggi è questo nostro mondo, con tutti i suoi problemi e innanzi tutto con gli effetti sempre più pesanti della crisi climatica e del degrado ambientale – probabilmente sarebbe meno strano se l’economista si occupasse (anche) di ecologia e l’ecologo di economia. Il primo, per capire come sostenere economicamente la salvaguardia ecologica del pianeta, e il secondo per comprendere come gli ecosistemi planetari possano sostenere lo sviluppo economico del nostro mondo – oltre a mille altri buoni motivi e scopi.

Ci pensavo, a questo, dopo una chiacchierata con Matteo Motterlini, figura accademica e scientifica di gran prestigio, intorno al suo indispensabile libro “Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai” (da leggere assolutamente, ne ho scritto qui) e alla devastante contrapposizione tra “economia” e “ecologia”, due termini in origine gemelli e complementari per come entrambi contengano la radice “eco” cioè (dal greco) οἴκος/oikos, “casa”, il nostro pianeta, la vera unica casa che abbiamo e abitiamo tutti insieme. Una contrapposizione dalla quale scaturiscono molti dei problemi che affliggono il nostro mondo – le cui conseguenze subiamo tutti – e che rende altrettanto evidente quella tra “sostenibilità” e “sviluppo”, in verità termini e concetti oggi divenuti antitetici esattamente come economia e ecologia. Ma, è bene rimarcarlo, antitetici per ragioni illogiche e sconsiderate, oltre che per aver dimenticato quell’origine etimologica comune e fondamentale.

Per questo oggi, nel nostro mondo odierno ovvero da qualche tempo a questa parte, che l’economista si occupi solo di economia e l’ecologo solo di ecologia non è per nulla normale. È strano, illogico, inverosimile… Anzi, pure inquietante e pericoloso. Quando sapremo riconnettere l’“economia” con l’“ecologia” e finalmente armonizzare i rispettivi ambiti, con tutto ciò che ne deriva, per il beneficio di tutti? Quando torneremo a essere, anche qui, veramente normali?