Rido per legittima difesa

Io rido per legittima difesa.

Sì: parafrasando quella celebre battuta di – o attribuita a – Woody Allen (“Leggo per legittima difesa”), dico che qui, se non si sa ridere, si finisce male. Anche le cose più seriose e impegnate alla fine le metto sempre – almeno un poco – sul ridere: perché da sempre diffido congenitamente delle persone che si prendono troppo sul serio (e lo ribadisco), e perché non c’è nulla come lo humor, l’ironia e il riso per rimettere in equilibrio ogni cosa, smussare eventuali spigoli e temprare lo spirito contro ogni possibile gravità e, ancor più, contro qualsiasi malignità, che puntualmente una risata seppellirà.

Eppoi, appunto, ridere è la migliore e più legittima difesa contro le tante, troppe dissennatezze del mondo di oggi, verso le quali non c’è molto altro da fare: o ci si “adegua”, diventando dissennati di conseguenza, o si fugge il più possibile lontano – ma il mondo forse è un posto fin troppo piccolo, in questo caso – oppure ci si ride sopra. Una difesa legittima che, a ben vedere (il  mondo suddetto), è al contempo un attacco, ovvero un’offensiva, assolutamente lecita e giustificata. Nonché assai appagante, pure: lo dico sempre, io, che non l’ottimismo ma l’ironia (se non il sarcasmo) è il sale della vita!

Il buon senso se ne stava nascosto, per paura del senso comune (Alessandro Manzoni dixit)

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap.XXXII.)

Alessandro Manzoni a.k.a. “Alemanzo Sandroni”, by Roberto Albertoni (da http://www.forcomix.com/)

Eh già: anche nella Milano manzoniana del ‘600, soggiogata dalla peste, circolavano fake news a gogò su chi fossero gli untori che propagassero il terribile morbo, scatenando ciò una vera e propria psicosi di massa che oggi chiameremmo fobia – per la quale pure Renzo, scambiato per un untore, rischia il linciaggio.

Tuttavia almeno allora un’emergenza seria c’era – la peste nella sola città di Milano provocò 60.000 morti in soli due anni; per le tante pseudo-fobie contemporanee invece non c’è quasi mai una buona giustificazione. Allora come oggi invece, lo denota il Manzoni, il buon senso latitava parecchio: ma se a quei tempi esso c’era, soltanto nascosto “per paura del senso comune”, oggi temo che proprio il “senso comune” – ovvero il famigerato vox populi vox dei così condizionato e pilotato dai media nonché privato delle necessarie consapevolezze culturali – lo abbia allontanato definitivamente, o quasi. Sempre che non l’abbia addirittura soffocato.

P.S.: en passant, tra ottobre e dicembre a Milano si svolgerà la quarta edizione della Maratona Manzoni, con letture collettive in diverse lingue ed eventi vari intorno ai Promessi Sposi. Un romanzo che numerosi docenti, a scuola, hanno spesso contribuito a farci odiare, ma che nel bene e nel male è parte fondamentale della nostra cultura.

Davide Sapienza, “I Diari di Rubha Hunish (Redux)”

Il “viaggio”. Quante definizioni, più o meno personali, si possono rendere interpretative del concetto e della pratica del viaggiare, di cosa possa essere, significare, rappresentare, elargire a chi la esercita? Il viaggio può svolgersi dall’altra parte del mondo o appena fuori la porta di casa; si può affrontare con mille attitudini, spiriti, predisposizioni di mente e d’animo, filosofie diverse; può essere turistico, culturale, avventuroso, esplorativo… può essere un motivo di relax, uno svago, un’esperienza, una fuga.

Oppure, il viaggio può essere la goccia che fa traboccare il tempo – come si legge sulla quarta di copertina de I Diari di Rubha Hunish, il masterpiece di Davide Sapienza che in questo marzo 2017 torna nelle librerie in versione Redux (Lubrina Editore, Bergamo; postfazione di Tiziano Fratus) ovvero integrata con sette nuovi capitoli e una parte inedita intitolata Il Tempo della Terra, che in qualche modo rappresenta il principale aggiornamento “spirituale” dell’essenza del libro, ma di contro recuperando l’originale (e celeberrima) copertina dell’edizione 2004 – la prima, quella edita da Baldini Castoldi Dalai.

Rubha Hunish è la terra più settentrionale della celebre isola scozzese di Skye: una scogliera brulla, di quelle tipiche delle Highlands, un promontorio erboso che si allunga nel Mare del Nord apparentemente senza molte attrattive se non quelle date dalla selvatichezza del paesaggio. (continua…)

(Leggete la recensione completa de I Diari di Rubha Hunish (Redux) cliccando sulla copertina del libro in testa al post, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La politica è il panno rosso del torero (William Burroughs dixit)

I conflitti politici sono solo manifestazioni esteriori. Alcune forze, se sorgono conflitti, mirano a mantenere il conflitto in atto perché sperano di trarre profitto dalla situazione. Starsi a preoccupare della manifestazione esteriore dei conflitti politici vuol dire commettere l’errore del toro nell’arena quando carica il panno rosso. Questo è il ruolo della politica, ti insegna a riconoscere il panno proprio come il torero lo insegna al toro, gli insegna a seguire, a ubbidire al panno.

(William S. Burroughs, WSB Interview 1961, intervista condotta da Gregory Corso e Allen Ginsberg, traduzione di Monica Miotti, pag.9; citato in William Burroughs, Geografie del controllo. Saperi, corpi, territori, a cura di Tiziana Villani, Millepiani, Milano, 2001.)

william-burroughs-in-suitOsservazione ineccepibile, quella di Burroughs, e sempre più col passare del tempo: ormai lo scopo della politica non è più la buona gestione della cosa pubblica comune – ovvero “la tecnica di governo della società“, come da sua definizione e missione originarie, ma il sistema di mantenimento d’una ingestibilità controllata, un caos funzionale a (paradossalmente) rendere necessaria la politica stessa la quale, non praticando più alcuna tecnica di governo, sta ben attenta a non risolvere i problemi per convincere dunque la società che ci sia bisogno della politica per risolverli.
Un sistema diabolico, che gira a proprio favore qualsiasi potenziale vantaggio a favore della società e di chi la compone – tutti noi cittadini, tanti tori rincretiniti che impiegano e sprecano tutta la loro prestanza fisica per rincorrere uno stupido panno rosso.

Le ceneri di Pasolini

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Se si dovesse, nonostante tutto, scegliere una parola che ha ossessionato la vita di Pasolini, l’argomento che sottende tutto il percorso intellettuale e umano dell’artista e che ci dà modo d’interpretare senza equivoci tutta la sua opera d’intellettuale, artista e cineasta, la scelta cadrebbe, senza alcuna esitazione, su passione. È nella passione la radice esistenziale di Pasolini, un eterno adolescente per il quale il mondo è un prolungamento di se stesso, un Narciso continuamente teso con lo sguardo per trovare la propria immagine riflessa sulla superficie  della realtà. E’ l’unico intellettuale italiano a possedere i tratti congeniali all’Eros di Platone, un filosofo artista che predica il mondo in un’effusione d’Amore.

Così scrive Giuseppe Salzano in un articolo intitolato La denuncia-poesia de “Le ceneri di Gramsci” che traggo dal sito del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, dedicato a quella che probabilmente è la più famosa silloge poetica di Pasolini il cui titolo pare sia stato ispirato proprio dalla suggestiva immagine – qui sopra riproposta – del grande intellettuale di fronte alla tomba dell’altrettanto grande filosofo, nel cimitero acattolico di Roma.

Ecco: Walter Siti, in questo articolo su Gli Stati Generali, afferma che “Pasolini tutti lo citano ma nessuno ha voluto essere suo erede“. L’immagine in testa al post – non a caso presente anche nell’articolo de GSG – mi ha riportato alla mente il testo di Salzano su Le Ceneri di Gramsci e la riflessione con cui ho “risposto” a quanto asserito da Siti Il quale, sia chiaro, è uno dei massimi esegeti di PPP, se non il massimo): non è che nessuno ha voluto essere erede di Pasolini, semmai – io credo – nessuno ha saputo essere un suo degno erede.  E se da un lato è – se così posso dire – “meglio” così, dacché ciò conserva in maniera netta e imperitura la sua figura e il suo pensiero senza pericoli di evoluzioni distorcenti, dall’altro lato è una delle più grandi tragedie italiane, questa: che non vi sia più alcun “intellettuale” (termine che a me non piace affatto e a breve – in un prossimo articolo – vi dirò perché) in grado di guidare in modo virtuoso e proficuo (per la cultura tutta, in primis) il “pensiero nazionale”, di tracciarne la via, di porvi i necessari marker filosofici (e non solo) che lo determinino ovvero – perché no – che ne siano riferimento per altrettanta costruttiva critica.

Non vorrei che, dopo “le ceneri di Gramsci”, si debbano pure rimpiangere le ceneri di Pasolini ovvero – identificate nella sua figura – quelle dell’intera cultura attiva italiana. Perché, in tal caso, a incenerirsi rapidamente sarebbe l’intero paese, con tutto quanto si porta appreso.