Una “sollevazione popolare” inevitabile

Ciò che non poteva non accadere sta accadendo – inevitabilmente, appunto.

È in corso infatti una piccola ma appassionata sollevazione popolare contro le panchine giganti, o “big bench” che dir si voglia, che giorno dopo giorno sta diventando sempre più grande, decisa e condivisa. D’altro canto chiunque abbia solo un minimo di sensibilità nei confronti della montagna e del valore dei suoi paesaggi, oltre che un ordinarissimo buon senso, sta capendo che un oggetto come la panchina gigante, così palesemente fuori contesto, inutile e degradante qualsiasi luogo di pregio nel quale viene piazzato con la pretesa di “valorizzarlo” (un termine, «valorizzazione», che sta diventando abusato e sempre più travisato come forse mai, prima d’ora), è sostanzialmente inaccettabile: una sorta di “raggiro turistico” che puntualmente genera l’esatto contrario di quello che, a parole, vorrebbe suscitare. È qualcosa di inesorabilmente brutto, sotto ogni punto di vista, che rischia di rovinare la bellezza delle montagne e la loro cultura, anche per come tali manufatti decontestuali finiscano per attirare un pubblico a sua volta fuori contesto, verso il quale non si produce nessuna opera di conoscenza e di sensibilizzazione nei confronti del paesaggio ove viene richiamato ma, anzi, se ne stimola la fruizione più superficiale e banalizzante. Un fenomeno che, sul momento, forse fa gridare i suoi sostenitori al “successo” ma che in breve tempo, e con modalità del tutto prevedibili, ci dovrà far constatare il degrado di tanti, troppi luoghi affascinanti delle nostre montagne, trasformati in altrettanti anonimi e deprimenti non luoghi.

Ma la sollevazione popolare, come detto, diventa sempre più grande e pure più autorevole: è il segno della sua solida fondatezza e non di meno la prova che, al contrario di quel celebre passaggio manzoniano, il “senso comune” non può e non deve vincere sempre sul buon senso. Per dire, lo scorso 13 giugno “Il Dolomiti” ha ripreso e rilanciato un ottimo articolo di Pietro Lacasella, pubblicato in origine qualche settimana fa su “Alto-Rilievo / Voci di montagna”:

Ieri (27 giugno) invece “BergamoNews” dà conto del sondaggio lanciato dal sito “ruralpini.it” circa il gradimento o meno delle panchine giganti – potete partecipare al sondaggio quii cui risultati al momento sono inequivocabili:

Ruralpini.it peraltro anticipa la prossima messa a punto di una petizione unitaria che punta a far dichiarare una “moratoria”, uno stop a questa moda delle panchinone, da sottoporre agli amministratori pubblici dei territori interessati.

Infine, sempre ieri “L’Adige” ha riportato le osservazioni di Annibale Salsa, uno dei più importanti antropologi italiani soprattutto in tema di montagne (è stato anche Presidente Generale del CAI) e autore di molti saggi illuminanti al riguardo, che a loro volta risultano inequivocabili e peraltro rimarcano quanto ho scritto poco sopra in tema di nuovi non luoghi:

Ma se ne trovano molte altre, di opinioni e osservazioni contrarie alle panchine giganti, altrettanto autorevoli: basta fare una rapida ricerca sul web (e qui trovate un buon sunto al riguardo, curato da ruralpini.it).

Insomma, non si capisce proprio sulla base di quali convinzioni i promotori delle panchine giganti e chi li sostiene, innanzi tutto a livello politico-amministrativo locale, possano giustificare la loro installazione, non si capisce come possano avallare tali opere con animo apparentemente così leggero e con tanta – mi permetto, con tutto il rispetto – superficialità nei confronti dei loro territori, siano essi di montagna oppure no. E non si capisce nemmeno come non capiscano, essi, che a venir danneggiati dalle megapanchine non sono solo i luoghi amministrati e le loro valenze culturali ma pure la reputazione nei loro confronti e – nel caso di cariche politiche – il loro stesso consenso elettorale, appena al di fuori dalla personale schiera dei sodali. D’altro canto, nemmeno le montagne capirebbero perché, per contemplare e comprendere la loro bellezza, così palese, ci debba essere bisogno di una specie di giostra che nulla c’entra con tale bellezza e anzi, ribadisco, la degrada inesorabilmente. Non si capisce proprio, già.

[Uno dei miei primi contributi sul tema, lo scorso 26 gennaio sul quotidiano “La Provincia di Lecco”.]
(Per tutte le immagini presenti nel post: cliccateci sopra per ingrandirle o per leggere l’articolo originario.)

L’invasione delle panchine giganti

Fatti di Montagna”, il sito web che racconta la montagna sotto molteplici punti di vista curato da Luca Serenthà, ha dedicato di recente, nella propria rubrica “Fatti e misfatti”, un articolo alla questione “panchine giganti” (o “Big Bench”) e altre amenità turistiche della montagna contemporanea, nel quale Roberto Serafin offre un ottimo sunto sul tema – citando anche il sottoscritto, e lo ringrazio molto per la considerazione – mettendo peraltro in luce un mistero tutto italiano, riguardo le “panchine giganti”: ce ne sono 218 in Europa, perché ben 214 sono in Italia e solo 4 in altri paesi?

Serafin afferma che «non si può che parlare di invasione, per le panchine giganti» e posto il “mistero” suddetto, non si può che dargli ragione. Vero è che il progetto parte dall’Italia (su un’idea però concepita altrove) ma ciò non pare poter giustificare un tal smodato proliferare, la cui imponenza mina da sola il principio di fondo del progetto enunciato dai promotori dello stesso il quale, da proposta di valorizzazione di un luogo e di un paesaggio, appare sempre più come mera valorizzazione di se stesso a prescindere da ciò che di bello si trova intorno, in tal modo generando una fruizione del paesaggio assolutamente superficiale e decontestuale, priva di qualsiasi processo di consapevolezza culturale del luogo e delle sue peculiarità, mirata solamente a suscitare emozioni in formato “social” le quali, per carità, ognuno è libero di manifestare ma che rispetto al senso del luogo e alla sua valenza culturale appaiono quanto mai distanti.

In effetti molti autorevoli commentatori di cose di montagna (ambito al quale le Big Bench vengono imposte più frequentemente e con maggior impatto) hanno scritto in giro per il web sulle “panchine giganti” e posto in evidenza il biasimo al riguardo, attraverso i vari commenti, di tantissimi utenti del web frequentatori degli ambienti naturali (qui, ad esempio, lo ha fatto Pietro Lacasella). La “panchina gigante” in quanto oggetto può anche risultare divertente, d’altro canto è un giocattolone che richiede un uso prettamente ludico di essa, e chi l’apprezza infatti rimarca spesso tale “dote”. Peccato che non sia questo il nocciolo della questione: non è l’oggetto in sé il problema (anche se nei luoghi dove viene installato appare veramente decontestuale, invasivo e disturbante) ma ciò che provoca ovvero, come ribadisco, una fruizione del paesaggio totalmente mirata all’aspetto ricreativo e per nulla a quello culturale, una fruizione deresponsabilizzata rispetto al luogo e sterile riguardo la sua effettiva comprensione, e senza che la sua presenza generi un processo di presa di coscienza riguardo il luogo, il suo ambiente, le sue caratteristiche, il suo Genius Loci.

Scova le differenze! (In alto: Triangia, Valtellina, Italia; foto tratta da visitasondrio.it. In basso: Silvaplana, Engadina, Svizzera; foto di Uwe Conrad da Unsplash.)

Mi verrebbe da pensare male e “fare peccato” (ma forse indovinare, come recita il noto motteggio?) e ritenere che quella proliferazione italiana di panchine giganti, al netto della genesi indigena, si possa ricollegare alla manifesta scarsa presenza di sensibilità e di consapevolezza che in Italia si rileva rispetto ai temi dell’ambiente e del paesaggio in generale – una scarsità indotta dalla correlata, sostanziale assenza di una cultura politico-istituzionale al riguardo ovvero, per farla semplice, che tutte quelle panchine giganti siano lo specchio di un paese e della sua sbiadita immagine culturale in relazione alle questioni suddette. Ma, appunto, non vorrei apparire un “peccatore” fin troppo incallito quantunque, forse, indovinante, e in ogni caso la mia idea sul tema l’ho espressa più volte chiaramente, vedi qui sotto. D’altro canto sono certo che alla ben determinata situazione evidenziata in forma di precisa domanda da Roberto Serafin su “Fatti di Montagna” ognuno possa trovare una buona e obiettiva risposta.

«Via il panchinone!»

Ho dissertato alcune volte, qualche mese fa, sulla megapanchina – o Big Bench che dir si voglia – di Triangia, in Valtellina, un intervento che mi è parso da subito, e più di altri del genere (al pari della passerella panoramica dei Piani Resinelli, sopra Lecco), emblematico delle modalità di banalizzazione del paesaggio che tali opere avviano e favoriscono (e non solo il solo a essermi espresso in tali termini, lo hanno fatto altri ben più autorevoli di me: clic e clic). Ora, leggere della raccolta firme dei residenti di Triangia con la quale si chiede la rimozione dell’opera non mi rallegra affatto, in tutta sincerità. Lì sopra potete leggere un articolo che ne parla (cliccate sull’immagine) e se ne occupa anche il sito “Mountcity.it” qui.

Perché l’iniziativa degli abitanti della località è logica e inevitabile, e dunque non può rallegrare la constatazione che così spesso si impongano interventi del genere, palesemente illogici, pretendendo che vengano approvati come “virtuosi” senza che prima vi sia stata qualche forma di coinvolgimento dei residenti del luogo ove si opera – ma nel contempo asserendo con non poca supponenza, se posso dire, che con queste modalità si stia operando a favore di essi! E non può rallegrare nemmeno la constatazione che, troppo di frequente in circostanze come questa, si operi senza valutare, comprendere, preventivare le conseguenze di tali installazioni in luoghi che non sono una pubblica piazza nel centro d’una città, dimostrando una mancanza di visione contestuale che appare realmente preoccupante, oltre all’assenza di comprensione delle ricadute immateriali di opere del genere, in primis la già citata banalizzazione di luoghi che tutto sono fuorché banali e la loro omologazione a “strategie” turistiche che per certi spazi e ambiti non possono andare assolutamente bene e invece vengono imposte, ribadisco, come se ogni luogo di potenziale fruibilità turistica potesse “funzionare” allo stesso modo. Posto tutto ciò, infine, non può affatto rallegrare la superficialità di queste “iniziative promozionali”, che non si sa bene cosa infine promuovano, visto che il luogo in cui vengono attuate non ne ricava «nessun beneficio» – come scrivono i residenti di Triangia nella petizione.

Come è facile intuire, la banalizzazione del paesaggio di cui ho detto poco sopra è diventata rapidamente banalizzazione del luogo, del suo valore, della bellezza, della vivibilità quotidiana. Ma in effetti è lo stesso oggetto-megapanchina a essere/risultare, a questo punto in modi veramente inequivocabili, banale: inutile tanto quanto decontestuale, fastidioso, invadente. Che ancora qualcuno pensi di promuovere così territori e paesaggi di pregio nonché agevolare una fruizione consapevole di essi, quando invece accade ovunque il contrario a danno degli stessi territori e paesaggi, be’, per quanto mi riguarda, non è soltanto poco rallegrante ma è francamente desolante e inquietante. Già.

P.S.: in questo articolo pubblicato da “la Provincia di Lecco” lo scorso 26 gennaio 2022 ho espresso il mio pensiero su tali installazioni turistiche.

Un grattacielo sulle Alpi (oppure no)

Qualche tempo fa, precisamente nel 2015, venne presentato il progetto per la realizzazione di un grattacielo alto ben 381 metri – tra i più elevati d’Europa, dunque – nel piccolo villaggio termale di Vals, nel Canton Grigioni, meno di mille abitanti a 1300 m di quota, in una delle vallate più intatte delle Alpi svizzere. Ovviamente il progetto scatenò da subito critiche ferocissime e, salvo informazioni a me ignote, non è mai stato realizzato né avviato e forse pure lo si è accantonato; di contro, molti lo hanno subito etichettato come una mera provocazione, un “mostro” inimmaginabile in un paesaggio come quello in questione e dunque, in quanto tale, fin dal principio irrealizzabile, anzi in qualche modo apprezzando l’intento provocatorio della proposta atto a ravvivare il dibattito intorno a tali interventi in ambienti delicati come quelli montani. Qui trovate qualche notizia in più al riguardo e qui alcune considerazioni apparse all’epoca sul magazine di arte contemporanea “Artribune”.

In effetti il mostruoso progetto di Vals (dove è stato realizzato un altro progetto viceversa ritenuto tra i più armoniosi nell’ambito dell’architettura alpina, il Centro Termale di Peter Zumthor) ha generato discussioni interessanti protratte nel tempo e costantemente valide, in tema di antropizzazioni montane e in generale di «cose belle e fatte bene vs cose brutte e fatte male» nei territori alpini. Ad esempio, due tra i quesiti di natura provocatoria suscitati da un progetto del genere che più di altri trovo alquanto interessanti e stimolanti sono i seguenti:

  1. Ma, in fin dei conti, in un territorio particolare come quello di montagna, è più impattante (da ogni punto di vista materiale e immateriale) un solo grattacielo, enorme ma occupante uno spazio limitato, oppure tanti piccoli edifici sparsi ovunque, magari in modo entropico e senza troppa logica urbanistica, nel territorio stesso? Ovvero, per farla semplice: meglio (peggio) un solo enorme grattacielo di 300 piani che occupa un’unica area o 60 piccole palazzine di 5 piani che insistono su altrettanti terreni?
  2. Più in generale, e al di là di estremismi progettistici come quello ipotizzato a Vals, in un luogo che risulta già antropizzato in maniera evidente, pur senza mostruosità ma comunque con un consumo di suolo rilevante, ci si può permettere una maggiore libertà progettuale rispetto a un luogo invece poco antropizzato e per questo verso il quale è necessario osservare una particolare e maggiore salvaguardia, oppure deve accadere il contrario?

Proprio in Svizzera, tempo fa, disquisendo su temi simili con amici elvetici in relazione a nuove infrastrutture sulle vette dei monti (credo fossero gli anni in cui si pensava a un altro “mostro” alpino, una torre alta 117 metri sulla vetta del Piccolo Cervino, ove già arrivano funivie e skilift da Zermatt e da Cervinia, per innalzare la quota di 3883 m fino alla fatidica soglia dei 4000 m), mi era stata presentata un’opinione certamente particolare, per certi versi opinabile ma forse per altri no: è meno dannoso un intervento anche volumetricamente importante sulla vetta di un monte sulla quale esistono già infrastrutture significativamente impattanti (come può essere la stazione di arrivo di una grande funivia con infrastrutture turistiche annessi, ad esempio) che un’opera di minore entità su di una vetta che invece risulta ancora “integra”. Cioè, in poche parole: libertà di costruire dove si è già costruito (e dove per ciò il luogo è stato ormai culturalmente “consumato”) per poter preservare dove non lo si è fatto. Polarizzazione dell’antropizzazione piuttosto di frammentazione, insomma.

Sono temi che trovo parecchio interessanti, ribadisco, per chi come me si occupa di relazioni culturali tra territori, luoghi, paesaggi e genti, residenti, visitatori – oltre che naturalmente per i tecnici, architetti, progettisti, urbanisti eccetera, ai quali giro queste mie riflessioni: magari le troveranno a loro volta interessanti e mi farà sicuramente molto piacere se vorranno esprimere la loro opinione al riguardo, ecco.

(Le immagini del posto sono di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org, e tratte da www.archdaily.com.)

Una “panchina gigante” VERA

Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:

Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.

Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋

P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!