La felicità può nascere dalla limitazione?

[Foto di Leio McLaren su Unsplash.]

Questa vita fa sentire in pace. Non perché dentro si spengano tutti i desideri: la capanna non è un albero del risveglio buddhista. La vita da eremita riconduce le ambizioni alla misura del possibile. Quando si limita il numero delle azioni, si aumenta la profondità di ogni esperienza. Leggere, scrivere, pescare, scalare i fianchi della montagna, pattinare, vagare nei boschi… l’esistenza si riduce a una quindicina di attività. Il naufrago può contare su una libertà assoluta ma circoscritta al perimetro della sua isola. Nelle storie di naufragio, dapprima il protagonista tenta di evadere costruendo un’imbarcazione: è convinto che tutto sia possibile e che la felicità lo attenda al di là dell’orizzonte. Respinto a riva, capisce che non riuscirà a fuggire e, più calmo, scopre che la limitazione è fonte di felicità. A quel punto si dice che è rassegnato. Ma lo è veramente? Non più del cittadino che, sotto i lampioni di un boulevard, comprende all’improvviso che non gli basterà l’intera esistenza per cedere a tutte le tentazioni che la vita gli offre.

[Sylvain Tesson, Nelle foreste siberiane, Sellerio, 2012, pagg.127-128.]

«La limitazione è fonte di felicità», scrive Tesson. Come può essere? – verrebbe da chiedersi. Siamo stati abituati a poter essere “felici” proprio perché “liberi” di oltrepassare certi limiti, o no?

Già, ma liberi poi di far cosa? Di fare qualcosa che ci possa realmente rendere felici? E cos’è dunque la felicità? È il soddisfare le nostre volontà di sentirci liberi, di poter fare ciò che si vuole? Dunque cosa facciamo, quando nella quotidianità possiamo godere di questa nostra libertà? La sfruttiamo per incatenarci a una miriade di «tentazioni», come scrive Tesson, buona parte delle quali perfettamente inutile a darci un’autentica felicità. E nel farci comandare – da queste e da mille altre cose – «abbiamo trovato la nostra nuova libertà», cantava Gaber.

Forse è soltanto bella retorica, questa. Può essere: il frutto della condizione privilegiata di vivere in una parte di mondo che, bene o male, ci offre la propria gradevole e “credibile” interpretazione di felicità. Ma questo credo che non possa e non debba bastare a non farci riflettere sulla condizione “opposta”, su che la coltivazione del senso del limite e la sua serena e consapevole accettazione quale principio d’azione vitale, non possa realmente rappresentare un’alternativa interessante, magari sorprendente, forse veramente rivoluzionaria in senso liberale – a favore della libertà della mente e dell’animo.

D’altro canto, come non considerare questa alternativa, se da un lato siamo soliti dire che il pensiero è la nostra prima e più grande libertà e dall’altro facciamo di tutto per pensare il meno possibile delegando tale pratica ad altri?

La necessità del cortocircuito

Ultima sera di giugno, estate ormai acquisita, ma sembra fine settembre se non oltre.

Piove, l’aria è fresca. Nuvole grigie nascondono le vette delle montagne qui intorno mentre più in basso si sfilacciano in drappi nebbiosi che s’impigliano alle cime degli alberi, ombrando il paesaggio che altrimenti sarebbe inondato di luce e di calore.
Non ho sbagliato nell’indossare il gilet sopra la tshirt, la temperatura lo richiede, mentre Loki se la gode per questo frammento d’autunno inopinatamente caduto dal cielo nel mezzo dell’impeto estivo fino a qualche ora fa imperante – e che tornerà a breve a tiranneggiare, inesorabilmente.

In effetti è bello vivere questi cortocircuiti inaspettati, e non solo per il sollievo climatico che regalano. Ribaltano per qualche momento l’ordinarietà, generano l’inaspettato nel prevedibile, rimarcano – o illudono – che non tutto e non sempre va preso per scontato, anche quando verrebbe difficile non farlo. Bisognerebbe cortocircuitare spesso la visione del mondo nel quale viviamo: ribaltarne il punto di vista, metterlo sottosopra per capire se sta comunque in piedi oppure no, osservare una cosa che pare bianca e poi andare dalla parte opposta per osservarla da là e constatare se invece non appare nera.

Invece spesso questi cortocircuiti li viviamo con fastidio, qualcosa che non doveva accadere e che mette in discussione la “norma” sulla quale costruiamo le nostre certezze, a volte fin troppo comodamente. Sono irregolarità, certo, ma che in fondo definiscono ancora meglio la regola. Oppure che ne rivelano l’infondatezza. In ogni caso qualcosa di positivo e utile, per capire meglio il mondo e capirci meglio in esso.

Fa bene Loki a godere di questi momenti, devo seguire il suo “consiglio”. Già domani, forse, il caldo asfissiante tornerà a bollire ogni cosa e la luminosità lividamente abbacinante del paesaggio ci farà rimpiangere le ombre fresche e madide di quel sottosopra inatteso e speciale in un’ordinaria giornata estiva.

Buoni motivi per i quali isolarsi dal mondo

[Foto di Alex jiang su Unsplash.]

RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.

A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), che sto leggendo e del quale a breve vi scriverò, lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di camino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?

Io per questi:

  • Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
  • Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
  • Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
  • Leggere un sacco, scrivere un sacco.
  • Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
  • “Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
  • Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
  • Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
  • Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
  • Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
  • Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
  • Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.

Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.

E i vostri motivi, invece?

Perdere tempo prezioso dietro al nulla

Cammino nel bosco silenzioso, attraverso luminosità vibranti e ombre di quiete. Alberi fitti, sottobosco rigoglioso, un mondo che ogni volta mi accoglie calorosamente, nel quale mi trovo sempre bene. Solitario ma mai solo. Silente, ma in dialogo con tutto ciò che intorno. Non c’è nulla qui, a parte la traccia del sentiero. Ma veramente è così?

Ci siamo troppo assuefatti, temo, a vedere in certi ambiti del mondo in cui viviamo il tutto senza capire che in realtà lì c’è il nulla – nulla che ci serva realmente – e pensiamo di trovare in altri ambiti dello stesso mondo il “nulla” quando invece lì c’è tutto – tutto quello che ci serve. Così perdiamo buona parte del nostro tempo utile – che non è molto, a ben pensarci – dietro quella tanta roba inutile, togliendolo alla ri-scoperta di ciò che non sappiamo più vedere e percepire, ciò che invece ne farebbe un tempo ben speso, proficuo, efficace.

Perdere tempo così significa perdere spazio – e il tempo è spazio: spazio vitale, quello che noi occupiamo proprio vivendo il nostro tempo. Dunque, è come perdere noi stessi e ciò che si perde non si trova più, non si vede più. È come diventare invisibili cioè nulla, a nostra volta, nel nulla verso cui perdiamo tempo. Non conviene, secondo me.

P.S.: l’immagine in testa al post, che a mio parere esemplifica benissimo ciò che vi ho scritto, è dell’ottimo Filippo Manini (che ringrazio di cuore per avermela concessa), autore di opere fotografiche assolutamente affascinanti (che crea su montagne che sono le sue e anche le mie) le quali riescono benissimo a mostrare tanto dove forse per alcuni ci potrebbe essere poco. Per l’appunto.

Manifestare gentilezza

[Foto di Pascal Debrunner su Unsplash.]
Dal manifestare gentilezza verso il prossimo, al di là della “nobiltà” intrinseca al gesto, si ricavano due cose piacevoli e preziose. La prima: gentilezza “chiama” gentilezza, eventualità altrimenti non così scontata, oggi. La seconda: essere gentili con certi individui che non lo sono e non dimostrano di esserlo rende ancora più palese, e dunque più disprezzabile, quel loro comportamento.

La gentilezza non può e non deve essere gratuita per chi la riceve e dimostra di non meritarsela. D’altro canto, la gentilezza, quando non è dissimulata, è segno di grande forza d’animo, parimenti come, all’opposto, la maleducazione è sintomo di notevole debolezza, insicurezza, disagio, disorientamento.

Ecco.

Strano poi che questi pensieri li abbia formulati in un momento nel quale ero lontano da qualsiasi altro “prossimo”, osservando un albero solitario nel prato simile a quello nell’immagine lì sopra. O forse no, non è così strano, anzi, è più naturale di quanto possa pensare. Già.