Macchine da scrivere, e “macchine già scritte”

12341629_10153847336602922_780260725127898494_nHo pubblicato qualche giorno fa* sul mio profilo di facebook questa immagine (presa da qui) di celeberrime macchine da scrittori, e ne è scaturita un’interessante chiacchierata con molti amici, alcuni dei quali “diversamente giovani” a sufficienza da averci scritto parecchio, su macchine del genere.
Al di là dell’evidente fascino di esse, dato non solo dalle loro celeberrime proprietà, mi è venuto da riflettere su come al tempo in cui (a parte la scrittura a mano) con le macchine da scrivere si redigeva qualsiasi testo, giornalistico, letterario o altro – che, detto così, sembra roba di secoli fa ma è in fondo solo passato qualche decennio – e a differenza della nostra epoca e di noi autori contemporanei ipertecnologici e dotati di qualsivoglia potente strumento digitale di scrittura, di memoria, di correzione, di impaginazione e così via, praticamente ogni parola dovesse essere sudata, per così dire, ovvero pensata, guadagnata, fissata sulla carta in modo assai meno delebile di oggi e dunque, in qualche modo, dotata in spirito di maggior valore espressivo. Se si sbagliava, a qui tempi, e soprattutto se interi brani non risultavano consoni a ciò che si voleva scrivere, be’, c’era praticamente da rifare tutto da capo, mica come oggi che bastano pochi attimi per cancellare, copiare, incollare, correggere e memorizzare.
Sia chiaro: non sono, queste mie, considerazioni nostalgiche ovvero anti-tecnologiche, ci mancherebbe: credo che nessuno sano di mente tornerebbe a quei tempi, se non per pochi secondi di inebriante “finzione” – giusto per sentirsi al pari, almeno nel gesto, di mostri sacri come Kerouac o Hemingway. Tuttavia, appunto, il ritmo e il gesto simile a quello contemporaneo ma invero totalmente differente, nella sostanza pratica, mi viene da supporre che fosse forse più consono ad un esercizio di scrittura letteraria autentica e di qualità rispetto a quello ultraveloce e parecchio assistito che oggi abbiamo a disposizione. Ogni parola, ogni frase, ogni brano più o meno breve te lo dovevi guadagnare, come dicevo, e dunque meditare, progettare al meglio, strutturare in modo il più possibile definito e definitivo. C’era forse una maggiore necessità di ponderazione del gesto di scrittura, oltre che un rapporto diverso, più diretto, più fisico, con quanto scritto sul foglio di carta.
Non voglio dire che la da più parti riscontrata e diffusa carenza di qualità letteraria e artistica (dacché la scrittura è un’arte, bisogna ricordarcelo ogni tanto) di noi autori contemporanei possa dipendere anche da quanto sto qui affermando, però di sicuro quella carenza, che spesso risalta subitamente dalla palese superficialità di ciò che si legge oggi dacché pubblicato pure da rinomati editori (e il pensiero va inevitabilmente al panorama nazionale, ça va sans dire), io temo (e credo) sia anche dovuta ad una eccessiva facilità pratica di scrittura, al fatto che chiunque, con un qualsiasi pc e il correttore ortografico attivo, possa convincersi di poter scrivere “letteratura” per poi magari pubblicarla, con pochi altri clic, in formato digitale oppure in self publishing – oppure pagando un editore, ovvio. Parafrasando una nota battuta di Nino Frassica, se un tempo c’erano le macchine da scrivere, oggi si producono testi con così tanta meccanica facilità che è come ci fossero le macchine già scritte!
Oh, certo, magari qualcosa del genere, contestualizzato alla relativa epoca, poteva ben succedere anche al tempo delle macchine da scrivere, ma capite bene che, nel caso, non era nulla di paragonabile a quanto è possibile oggi. E mi piacerebbe veramente poter constatare, mettendo in moto una inopinata ucronia e immaginando l’assenza di tutta la tecnologia a disposizione degli autori odierni ovvero sostituendola con macchine da scrivere meccaniche, risme di carta, cartellette in cui immagazzinare i fascicoli e quant’altro di “obsoleto”, se la produzione letteraria conseguente rimanesse tale a quella contemporanea oppure no, in primis nella quantità ma soprattutto nella qualità.
Magari sì. Sostenere il contrario da parte mia sarebbe una forzata speculazione, non posso negarlo. D’altro canto, di contro lo sarebbe pure sostenete che la qualità letteraria media odierna non sia drammaticamente più bassa di quella d’un tempo – di quel tempo in cui creare testi battendo i tasti di una macchina da scrivere era veramente roba da scrittori veri. I quali ci sono anche oggi, senza alcun dubbio: ma se non in tema di qualità letteraria (forse), in fascino dell’esercizio della scrittura partono – e partiamo tutti, noi autori contemporanei – con una marcia in meno.

*: ecco, in verità questo è un articolo scritto quasi cinque anni fa. Però mi è ricapitato sotto gli occhi di recente e leggendolo mi sono detto: be’, dai! Per questo ve lo ripropongo oggi, dacché mi pare ancora del tutto valido, anche più di un lustro fa.

In morte (imminente) della libertà del web

[Foto di succo da Pixabay]

Facebook ha oggi circa 2,5 miliardi di utenti, Instagram circa 1 miliardo, WhatsApp 1,6 miliardi. Youtube ne ha circa 2 miliardi, WeChat 1,6 miliardi. La popolazione mondiale è attualmente di circa 7,7 miliardi di persone. Mentre osserviamo la pagliuzza di una economia di rete dai tratti ormai chiaramente monopolistici, impossibili da risolvere senza scelte di rottura, per altro previste dalle attuali leggi del mercato occidentale, sfugge a molti, e in special modo alla politica americana, la trave ben conficcata nel nostro occhio planetario. Quella secondo la quale Internet, un sistema nato e ottimizzato per decentralizzare i contenuti e che funziona egregiamente solo quando gli ambiti digitali saranno molti, differenti e debolmente connessi, si sta trasformando in un unico gigantesco canale broadband nel quale il flusso è sempre più spesso unico e controllato. […] Divide et impera, dicevano quelli. Unisci e impera, potremmo dire oggi. Con tanti cari saluti alla grande democrazia della rete Internet, apparentemente a disposizione di tutti ma, nei fatti, ormai nelle mani di pochissimi. Quasi sempre i peggiori.

(Da un ottimo e importante articolo di Massimo Mantellini dal titolo Unisci e impera, pubblicato nel suo blog su “Il Post” venerdì 21 agosto 2020. Potete leggerlo nella sua interezza – fatelo che merita alquanto, ribadisco – cliccando sull’immagine in testa al post. E siate sempre molto diffidenti, quando frequentate il web e i social network. Mooooolto.)

Chiara Ferragni – Unpost-logic

Inizi di settembre: Chiara Ferragni – Unposted, il docufilm su una delle più famose “influencer” in circolazione, viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Risultato: distrutto dalla critica, più o meno ferocemente ma senza distinzioni.

(Solo) due settimane dopo: Chiara Ferragni – Unposted esce nelle sale cinematografiche italiane, prima di andare in streaming su Amazon Video. Risultato: subito primo al botteghino, con mezzo milione di Euro incassato solo nel primo giorno.

Ha ragione il direttore de “Il PostLuca Sofri: siamo nell’era della post logica, del sempre più evidente trionfo di un bispensiero orwelliano all’italiota, e in effetti pure il successo di una pellicola come quella su Chiara Ferragni poco prima del tutto stroncata dalla critica parrebbe basato sullo stesso principio, ovvero su una illogicità apparentemente inspiegabile se non con l’ormai inesorabile ricorso al tema dell’analfabetismo funzionale pandemico.

Tuttavia, a pensarci bene, il successo di Chiara Ferragni – Unposted è invece una delle cose più logiche e lineari, a mio parere. Lo è perché si basa sullo stesso principio in base al quale Ferragni stessa è divenuta ciò che è. E non è affatto, questa, una forma di disprezzo di lei, del suo personaggio e di ciò che fa, anzi: sotto molti aspetti si rivela una persona estremamente intelligente e scaltra nell’aver intuito – forse “incidentalmente” ma tant’è – e poi sfruttato una strada per la gloria che si è rivelata innegabilmente efficace. Il problema, insomma, non è lei che ha percorso questa strada, semmai il problema è la strada e ciò che ha intorno. In altre parole, è un po’ come vi regalassero un pacco regalo ben confenzionato, con una carta bellissima e un gran fioccone rosso, dicendovi chiaramente che comunque è vuota, dentro di regali non ce ne sono e voi comunque ne gioite come bambini perché ciò che conta è la scatola, mentre il regalo, vabbé, chi se ne importa!
Ma come? E che “regalo” è, allora?
Ovvero: andare al cinema a vedere Chiara Ferragni – Unposted perché ciò che conta è andarci, non conta più ciò che si vede, nonostante – altra illogicità ma a suo modo sempre molto “logica”, vedi sopra – a breve sarà disponibile alla visione in streaming comodamente da casa propria. Non conta più nemmeno Chiara Ferragni in sé, in fondo, se non come input all’atto della visione.

È il solito e per molti aspetti complicato principio del contenitore che diventa contenuto, lo stesso poi sul quale si basano largamente anche i social network e tante altre cose della nostra epoca contemporanea. Della quale Chiara Ferragni è figlia assolutamente legittima, senza alcun dubbio.

Gli intellettuali voltagabbana

La libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è improbabile che esisterebbe la nostra cultura specificatamente occidentale. È una tradizione alla quale molti dei nostri intellettuali stanno visibilmente voltando le spalle.

(George OrwellLibertà di stampa, in Romanzi e saggi, a cura di Guido Bulla, Mondadori, Milano, 1999; orig. The Freedom of the Press, 1945.)
Nota personale: l’intellettuale che volta le spalle non è solo quello che si venda ai potenti di turno, è pure quello che abdichi al proprio ruolo di patrocinatore della cultura e del buon senso relativo allineandosi alla squallida cacofonia imperante. Sperando così di salvaguardare quel suo presunto ruolo e il (presunto) prestigio della relativa immagine pubblica ma, in verità, diventando esso stesso squallido elemento antitetico alla cultura e alla libertà intellettuale. C’è pieno, di questi intellettuali-voltagabbana culturali, inutile rimarcarlo.

Distopia?

Di questo passo, con il mondo che via via ci ritroviamo intorno, la distopia, da genere letterario di fantascienza narrante ipotetiche realtà spaventose e indesiderabili, diverrà un genere della commedia letteraria narrante storie bizzarre, a volte pure inquietanti ma tutto sommato a lieto fine.

(L’immagine in testa al post è un’opera dell’artista ceco Filip Hodas.)