Non “Zone 30” in città ma “Zone 0”!

[Foto di Pexels da Pixabay.]
Nelle città in cui viviamo, posta la realtà di fatto che presentano e ciò che ci aspetta nei prossimi anni, tra nuove strade per velocizzare il traffico veicolare e “Zone 30” per rallentarlo, tra la libertà dell’auto privata e il privilegio dei trasporti pubblici, tra un passato che vuol farsi futuro e un futuro che vuol tornare al passato, tra slogan che dicono cose e altri slogan che dicono cose opposte, io credo che per la salvezza delle città e di chiunque le abiti e le frequenti, stanzialmente o saltuariamente, la soluzione sia una sola:

Cioè niente auto, già.

Solo mobilità dolce e trasporti pubblici capillari e efficienti.

La città costruita attorno alle strade e ai mezzi che le percorrono è un controsenso assoluto, un paradosso derivato da uno sviluppo distorto – più o meno conscio, più o meno dettato da affarismi vari e assortiti – delle aree metropolitane. La città va camminata e va pedalata per poterla dire viva così come altrettanto vivi i suoi abitanti in relazione ad essa. Di contro il traffico motorizzato non solo ne ammorba l’aria ma pure l’anima urbana: pensare ancora, oggi, che possa essere l’auto il mezzo principale per attraversarla è una delle più grandi stupidaggini della nostra epoca ed è inquietante che così tanti amministratori pubblici se ne facciano megafono (per giunta definendola assurdamente una “libertà”).

Le “Zone 30” non sono soluzioni ma solo palliativi, utili al momento e solo se si punta rapidamente allo step successivo: la “Zona 0” appunto. Finché le vie urbane non torneranno a poter essere completamente camminabili e dunque vivibili da chiunque, i cittadini in primis, le nostre città saranno solo delle sceneggiate di urbanesimo e dei simulacri di civicità. Diventeranno preda da un lato della gentrificazione più bieca e dall’altro di una slumizzazione degradante. Un mega nonluogo destinato a decadere presto, inevitabilmente.

Un miracolo in Brianza

Anche la Brianza, terra un tempo di «dolci colline» amata da artisti e letterati ricchi di sensibilità paesaggistica e oggi di capannoni industriali a iosa, strade iper trafficate e «villettopoli» “amata” da immobiliaristi e amministratori avari di sensibilità ambientale, conserva ancora angoli di bellezza quasi stupefacente. Sono quelli che adornano la zona dei laghi briantei, meravigliose perle idriche di varia grandezza d’una collana che cinge i rilievi prealpini che appena oltre prendono a elevarsi animando il paesaggio e annunciando la presenza delle Alpi.

Non che le rive dei laghi d’alta Brianza non siano state antropizzate quasi ovunque, ove il terreno l’abbia consentito (il contagio cementizio diffuso dall’hinterland milanese ha purtroppo lasciato piaghe notevoli, facendo del territorio a meridione dei laghi uno di quelli col maggior consumo di suolo in Italia da anni). Eppure il miracolo si compie, visitando quelle rive, la bellezza si palesa delicata e al contempo intensa, riesce persino a far dimenticare (o quasi) ai sensi i rumori del traffico in lontananza o i ceffoni grigiastri degli stabili industriali più prepotenti. È quasi un «terzo paesaggio» clémentiano, quello dei litorali lacustri di Brianza, un margine tra la vitale bellezza delle acque, che coinvolge le rive, e il territorio consumato da una urbanizzazione sovente disordinata, che ha reso ostaggi del suo scompiglio anche i paesi prossimi ai laghi, sovente ameni, un residuo paesaggistico che mantiene accesa la speranza che una così sorprendente bellezza possa mantenersi in questi luoghi tanto quanto negli animi di chi li visita.

Una collana di perle lacustri di inestimabile valore, insomma, che deve essere il più possibile salvaguardata: lo fanno alcune associazioni più che meritorie (come Lake Pusiano Eco Team, la cui opera conosco direttamente) e ancor più lo dobbiamo fare tutti quanti, partendo dalla comprensione dell’importanza di questi angoli di paesaggio sanatoriale nei quali possiamo respirare bellezza e quiete purificandoci da tutto quello che appena oltre i loro margine così spesso ci ammorba la mente, il cuore e lo spirito, così facendoci risentire nuovamente in relazione con il mondo nel quale viviamo, parte del suo ecosistema, soggetti che ineludibilmente hanno il diritto di goderlo e il dovere di preservarlo perché solo così possono – possiamo godere al meglio della nostra quotidianità e preservarne il futuro.