È sempre motivo di grande onore e piacere, per chi scrive, vedere un proprio articolo ripubblicato su “Sherpa-gate.com”, il portale web dedicato alla montagna, all’ambiente e agli ambiti correlati curato da Alessandro Gogna, che della montagna italiana (e non solo) è una delle figure fondamentali e più autorevoli in assoluto – lo posso dire senza rischiare di essere tacciato di piaggeria, vista appunto la caratura del personaggio!
Lo ringrazio di cuore, per la pubblicazione e ancor più per la considerazione in ciò che ho scritto intorno a uno degli aspetti meno evidenti e considerati della frequentazione delle terre alte ma a ben vedere tra i più influenti sulla qualità di essa e di chi ne è protagonista, cioè il turista alpino contemporaneo.
Per leggere l’articolo su Sherpa-gate.com cliccate sull’immagine lì sopra.
[Val di Fassa, Trentino.]«Imagination is more important than knowledge», “L’immaginazione è più importante della conoscenza” affermò Albert Einstein. Una frase da molti stupidamente travisata in funzione antiscientifica, come se la fantasia contasse di più della scienza quando viceversa Einstein volle rimarcare che lo sviluppo della conoscenza scientifica lo si ottiene immaginando, ipotizzando, intuendo le soluzioni ai problemi che poi la scienza sa elaborare e concretizzare – proprio ciò che egli fece per arrivare alle sue più brillanti intuizioni. Vuol dire, ad esempio, che per la scienza che ha permesso l’invenzione della ruota è stato prima necessario immaginare di esplorare il mondo in un modo ben più efficiente di prima. L’una cosa in funzione dell’altra, non più o meno dell’altra.
Ecco, mi viene da pensare che un principio simile valga anche in montagna, in relazione a come oggi la frequentiamo. Immaginare la montagna, manifestare curiosità, volontà di capire le sue peculiarità, è più importante della sua conoscenza: che è ovviamente fondamentale ma si può costruire e approfondire soprattutto manifestando l’immaginazione tipica della curiosità, ponendosi domande anche immaginifiche e cercando le relative risposte. E più se ne trovano, più si apprende la conoscenza della montagna, più l’immaginazione diventa fervida e accresce la volontà di saperne sempre di più, lasciando l’istinto libero di esplorare e la razionalità di capire ciò che si è esplorato.
[Sul ghiacciaio a oltre 3000 m di quota vestiti come in spiaggia. Foto tratta da https://torino.repubblica.it.]Spesso si contesta a tanti frequentatori della montagna contemporanea l’evidente mancanza di conoscenza di essa, alla base di comportamenti variamente discutibili e deprecabili. Contestazione inevitabile, senza dubbio; ma ancor prima e ancora di più io vedo mancante, in quei tanti frequentatori, la volontà di voler conoscere, cioè la curiosità verso le montagne, l’immaginazione che luoghi così speciali sanno stimolare e che invece quelli vivono e frequentano come fossero uguali a tanti altri e dai quali conta solo ricavare una “soddisfazione” meramente ludica di matrice consumistica da ostentare poi nei soliti futili modi consentiti dai social media. Non conta dove si è e la valenza che il luogo ha, ma come lo si può sfruttare per il proprio godimento ovvero per come l’odierna società dei consumi indica e impone di fare (vedi qui). L’immaginazione è soffocata dalla materialità, la conoscenza non viene né ricercata né alimentata: per giunta, il tutto viene reso funzionale ai tornaconti dell’industria turistica, che induce e alimenta questa modalità di frequentazione dei territori montani in vari modi, innanzi tutto con un marketing sovente conformista, banalizzante e poco o nulla attento alle valenze culturali dei luoghi, tanto meno ai loro ambienti e ai paesaggi. Si comporta, l’industria turistica, un po’ come quelli che travisano l’affermazione di Einstein: lo fa in funzione anticulturale, cioè contro la cultura delle montagne che sottopongono ai loro business turistici, al riguardo evidentemente ritenuta un ostacolo.
Risultato di tutto ciò: meravigliosi territori montani vengono invasi da frequentatori poco o nulla consapevoli e per nulla indotti ad acquisirne la conoscenza, i quali per ciò manifestano comportamenti discutibili e nel complesso finiscono per banalizzare, finanche per degradare, quei territori. I quali perdono anche molto del loro potere immaginifico, non solo della possibilità di essere conosciuti come meriterebbero per essere goduti al meglio. Né immaginazione né conoscenza, nulla di veramente importante. La fine inevitabile del meccanismo è questa.
Eppure, mi verrebbe da ritenere, non occorrerebbe essere degli Einstein per capire ciò. O forse sì?
[Sopra: l’interno di un “rifugio” – come da sua denominazione – a 2000 di quota sulle piste da sci di Arabba; immagine tratta da www.dolomiticlass.it. Sotto: la sala da pranzo del rifugio Pradidali, a 2278 m di quota nelle Pale di San Martino; immagine tratta da www.mountbnb.com.]Personalmente trovo che sia quanto mai necessario e urgente sostenere la richiesta che ormai numerose figure del mondo della montagna, e da tempo propone con particolare forza Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige (si veda ad esempio l’articolo qui sotto de “Il Dolomiti” del 6 settembre), di normare istituzionalmente – e più nettamente di quanto accade ora – la differenza tra “rifugi” di montagna propriamente detti e tutte le altre strutture di alloggio e ristorazione che hanno nel nome il termine “rifugio” ma nei fatti sono hotel o ristoranti e offrono servizi di conseguenza.
Queste strutture – bellissime, accoglienti, ben gestite, dotate di mille comfort per i clienti – non sono rifugi: potrebbe sembrare una questione di poco conto, una mera faccenda lessicale, invece è ormai appurato che sta generando numerosi problemi innanzi tutto proprio ai veri rifugi e ai loro gestori. Problemi che di rimando, e inevitabilmente, si riversano poi sulla qualità della frequentazione turistica delle montagne che li ospitano distorcendone l’equilibrio quanto mai necessario in territori così pregiati e delicati – anche dal punto di vista culturale.
Credo che occorra da un lato la precisa volontà, da parte di tutti i rifugisti (che sovente già manifestano), di ripristinare quanto più possibile la dimensione montana genuina del rifugio, la quale ovviamente non impone mancanza di comodità o accoglienze eccessivamente spartane ma nemmeno deve imporre ai rifugisti di soddisfare le pretese di certi ospiti che reclamano servizi da hotel a 2000 e più metri di quota, dimostrando di non aver capito dove sono e come si devono comportare. E credo che dall’altro lato serva l’altrettanto ferma volontà di pretendere, da parte di noi tutti frequentatori consapevoli delle montagne, di poter vivere la più autentica esperienza del rifugio “vero”, quella che ti fa pienamente sentire in montagna e non al bar sotto casa o nell’hotel a più stelle nel quale magari si sta trascorrendo la vacanza.
In forza di ciò, per tornare a quanto detto in principio, bisogna chiedere alle istituzioni locali di contrastare e impedire al più presto, nei modi che le normative a vari livelli possono consentire, l’uso del termine “rifugio” da parte degli esercizi di alloggio e ristorazione che non lo sono affatto e che, attraverso ciò, pensando di garantirsi un’aurea di “montanità” francamente ipocrita e ingannevole.
Un’aurea, peraltro, che io credo finisca per danneggiarli invece di favorirli. Di sicuro danneggia i rifugi veri, e per quanto mi riguarda ciò basta per richiedere e sostenere la più chiara e netta differenziazione tra le due tipologie di strutture.
P.S.: Carlo Alberto Zanella l’ho citato di recente riguardo lo stesso tema, qui.
Ho perso il conto delle e-mail ricevute da escursionisti che si lamentavano di non aver le brioches o il gelato per il figlio in rifugio o ancora del fatto che avevano dovuto mangiare delleomelette un pochino bruciacchiate. Tutte cose che non si possono sentire. Per non parlare dei tantissimi lungo i sentieri con sandali, ciabatte o scarpette: si può rischiare di scivolare con gli scarponi, figuriamoci con indosso delle calzature non adatte.
Bene, in forza di quanto ho affermato qualche giorno fa qui sul blog, chiedo: conviene impegnarsi nell’educazione di questi “escursionisti” alla frequentazione più consona, equilibrata e consapevole delle montagne e alla cultura peculiare delle terre alte? La mia risposta: sì, conviene ma fino a un certo punto. A chi contesta che in rifugio non c’era la brioches si denota: nei rifugi non è normale che ci debba essere la brioches, non sono alberghi né bar. E che sui sentieri non si va in ciabatte o scarpette, non sono vialetti di giardini pubblici. Se dopo ciò costoro hanno ancora da dire e dimostrano di non voler capire, si faccia in modo – garbatamente ma decisamente – di allontanarli dalle montagne e di indirizzarli altrove. Fine.
Il principio di fondo è semplice e chiaro: la montagna è di tutti ma non per tutti, è di chi la rispetta e vive consapevolmente.
[Foto di Dana Katharina su Unsplash.]Ormai da anni si segnala, rimarca, sostiene, si promuove la nuova centralità dei territori alpini, ritenuti per troppo tempo arretrati, incapaci di elaborare una propria identità politica, marginalizzati dalla predominanza dei modelli urbani funzionali all’industria turistica monoculturale, e invece oggi, in forza della realtà che stiamo vivendo, considerati ambiti ideali per sperimentare processi e progetti innovativi di gestione territoriale – amministrativa, sociale, economica, ecologica, ambientale, eccetera – condivisa e sostenibile, e conseguenti nuove relazioni tra genti e luoghi, nuove geografie antropiche ben più equilibrate agli spazi e al tempo attuali di quanto sappiano fare le città, sovente in preda a criticità sempre più intaccanti l’idea stessa dell’“abitare” e del fare comunità.
È la montagna che si de-marginalizza, che ritorna centro, che riacquisisce rilevanza e dignità dando valore alla propria alterità rispetto ai modelli urbani senza più contrapposizione ma in cooperazione (la cosiddetta metromontagna) e ricominciando a costruirsi e governare principalmente da sé il proprio buon futuro.
Ma poi ecco che a certe località montane – ancora troppe, nel nostro paese – vengono imposte cose del genere:
Quante volte abbiamo a che fare con progetti di “valorizzazione” dei territori montani esclusivamente basati su cose di questo tipo? Qualsivoglia infrastrutture e attrazioni estive o invernali essi offrano, la sostanza non cambia. E non è mai vantaggiosa per le montagne che ne sono coinvolte, anzi: oltre al danno all’ambiente e al paesaggio c’è sempre la beffa – dell’illusione che all’inizio fa credere a qualche locale di farci buoni guadagni e poi svanisce rapidamente, lasciando scoramento e rabbia.
In men che non si dica tutto quel processo di rigenerazione di comunità, di recupero di dignità, di rilevanza politica, di identità, di riscatto dopo decenni di marginalizzazione viene gettato alle ortiche per fare spazio a un ennesimo, “divertente”, anonimo e spesso cafonesco luna park da periferia urbana in altura, funzionale ad attirare qualche centinaia (se va bene) di gitanti senza pretese, per qualche giorno all’anno e senza alcuna attenzione al luogo e alle sue peculiarità: un banale copia/incolla di cose già viste centinaia di volte altrove, ordinarie e monotone, che soffocano qualsiasi specificità locale. Di innovazione, sperimentazione, rigenerazione, dignità, identità, non c’è traccia: resta solo l’uso ludico-ricreativo e l’usura culturale e ambientale dei luoghi. In questo modo la montagna viene nuovamente marginalizzata, la sua istanza di centralità è messa al bando e ridicolizzata, la sua identità resa anonima e trascurabile. Così ci si fa beffe della montagna, della sua realtà e della comunità che ci vive: i luna park sui monti servono per far giocare i gitanti e per prendersi gioco degli abitanti, illusi dalla promessa di qualche Euro in più da intascarsi.
Questa, di frequente, è la realtà oggettiva in tali situazioni. Una realtà della quale sulle montagne si dovrebbe essere il più possibile consapevoli, per non rischiare di finire a piangere sul latte versato – magari senza più avere dell’altro latte da rimpiazzare.