Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne

Oggi, 26 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Come dite? Era ieri, invece?

Sicuri?

Sicuri che non lo sia oggi, 26 novembre, e domani 27, e il 28 e il 29 e ogni altro giorno dell’anno?

Sicuri che non debba essere sempre, una tale giornata, ovvero che non debba essere mai più registrato alcun femminicidio in nessun giorno dell’anno?

Perché finché ce ne sarà anche solo uno, di caso, la questione resterà aperta e nessuna sconfitta di una barbarie così spaventosa potrà essere annunciata – non è una questione di statistiche, in fondo, di aumenti o diminuzioni dei femminicidi, di trend e quant’altro: ne basta solo uno, di caso, per rimarcare la gravità del fenomeno.

D’altro canto l’Italia è un paese nel quale quasi il 24% delle persone pensa che i casi di violenza siano da imputare a come le donne si vestono. Quasi un quarto della popolazione, nel 2019, in un paese che si dice “progredito”. Uno schifo che va risolto in modo del tutto drastico dal punto di vista culturale, perché è evidente che qui le pene più o meno pesanti non contano ma deve contare un radicale – r-a-d-i-c-a-l-e – cambio di cultura in ogni settore della società civile.

Anche per questo ogni giorno dell’anno è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Per questo, per ogni donna e, ancor più, per ogni uomo.

La montagna che protegge

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.248. L’immagine è tratta da qui, cliccateci sopra per leggere la personale “recensione” del libro.)

Franco Faggiani, “La manutenzione dei sensi”

Quando usiamo la parola “normale”, ovvero ogni qual volta esprimiamo un concetto di “normalità” utilizzandolo per identificare cose e persone, a cosa realmente facciamo riferimento? “Normale” deriva dal latino norma, sostantivo che indica(va) la squadra, detta anche regola, cioè lo strumento utile a misurare gli angoli retti, da cui anche l’accezione di “retto”, da rettitudine. Questo, stando alla norma (appunto!) etimologica; di contro, quante volte ciò che definiamo abitualmente – e superficialmente – come “normale”, nel mondo contemporaneo, è tutto fuorché qualcosa che denoti il rispetto delle regole e una considerabile rettitudine!
Dunque, posto tale ragionamento, qual è e cos’è la persona “normale”? Semplificando moltissimo, si potrebbe rispondere che lo è la persona che, in primis, non ha problemi fisici ne mentali, tant’è che nei casi opposti si usa dire «quel tizio non è normale!». Ma in tali giudizi, a quale norma facciamo riferimento? A una presunta regola accettata dai più, ovviamente, il che però non garantisce affatto che tale regola sia corretta, o “retta”.
Ecco: tra le tante cose che si possono dire de La manutenzione dei sensi, il romanzo di Franco Faggiani pubblicato da Fazi Editore lo scorso anno, e di cui non ho letto altrove al riguardo (ma non ho certo letto tutto ciò che è stato scritto sul libro, d’altro canto), trovo che Faggiani abbia scritto un testo (anche) sul concetto di “normalità”. Il quale, se non fosse ancora chiaro, è tanto inteso in modo semplice e semplicistico, nel parlato comune, quanto in verità ricolmo di infinite accezioni e interpretazioni non di rado profonde.
Prendo spunto, ad esempio, dalla “normalità” perduta di Leonardo Guerrieri, il protagonista del libro []

(Leggete la recensione completa de La manutenzione dei sensi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La castrazione mentale

Sarà, ma in tutta sincerità – e al di là delle posizioni di questo e quell’altro – a me pare che pensare di “risolvere” la violenza sulle donne con la castrazione chimica senza fare nulla per cambiare la bieca cultura da cui deriva è come radere al suolo i boschi per evitare gli incendi senza far nulla contro i piromani. Anzi, in qualche modo persino alimentando la devianza che li porta ad appiccare il fuoco – ovvero che porta a considerare le donne degli esseri inferiori da violentare bellamente in base a una mentalità retriva, meschina e criminale.

È la “soluzione” di chi non sa come risolvere un problema, o non vuole risolverlo.
Una gran cretinata spacciata per “buona idea”, insomma.

Al solito.

Donne, liberateci (sempre)!

Dobbiamo liberare metà della razza umana, le donne, cosicché esse possano aiutare a liberarsi l’altra metà.

(Emmeline Pankhurst)

Credo che questa potente affermazione di una delle donne – e delle persone – più importanti del XX secolo non sia solo validissima tutt’oggi e non soltanto in tema di diritti delle donne ovvero di parità di genere, ma valga assolutamente anche in merito alla questione della violenza sulle donne. Perché Emmeline Pankhurst dice una verità probabilmente fondamentale, sul tema: gli uomini violenti sono prigionieri di loro stessi e della bieca società che hanno costruito, distorta proprio perché negante il valore imprescindibile delle donne in essa. E se è vero che sono gli uomini in primis a doversi rendere conto di questa evidenza (prima possibile, sarebbe finalmente il caso), è altrettanto vero che possono solo essere le donne, e grazie alle doti che soltanto loro hanno, a liberare il mondo da questa e da tante altre distorsioni. Non certo noi uomini, come la storia dimostra bene, almeno non come abbiamo agito finora al riguardo.

P.S.: sì, oggi è il 24 novembre, è domani la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Appunto: non è solo domani, è oggi, era ieri, è dopodomani, è ogni giorno dell’anno. Fino a che vi sarà una sola donna che subisca violenza, e poi pure dopo. Sempre, insomma.