Di castagni e di cultura, di ulivi e di futuro

tree-rootsCastagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.

8 marzo. Forse.

(L'immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)
(L’immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)

Come ribadisco sempre, in queste occasioni (qui, ad esempio, con attinenza tematica), non credo alle varie e numerose giornate di celebrazione una tantum annuali: le capisco e accetto, ma in certi casi le trovo persino controproducenti per ciò che vorrebbero celebrare e mettere in evidenza: di frequente, infatti, rappresentano ottime occasioni per fare in modo che di certe tematiche si parli solo in quel giorno e non per il resto dell’anno, concentrandone (quando non “caotizzandone”) il dibattito al fine di esaurirlo rapidamente e depauperarne il senso.
Posto ciò, purtroppo ancora oggi (e siamo nell’anno di grazia (?) 2016, ma a volte non sembra proprio così!) il maschiocentrismo imperante – che spesso involve in bieco fallocentrismo – rende troppe volte problematica la vita delle donne, in innumerevoli aspetti della vita quotidiana ma pure – cosa peggiore – nel senso stesso identitario, antropologico e culturale dell’essere donna. Una realtà assurda eppure ben presente nel mondo contemporaneo, spesso mascherata e camuffata in diverse e subdole forme ma in fondo realmente invisibile e incomprensibile solo a chi non la voglia vedere e capire – per propria malevolenza, ovviamente.
Per tale motivo, ad accompagnare queste mie riflessioni e come personale omaggio non tanto alla celebrazione odierna ma alle sue ineludibili protagoniste (al di là di qualsivoglia dibattimento più o meno politico, e poco o tanto pertinente), quest’anno ho scelto una fotografia che ritrae delle donne del futuro, già. Vorrei così auspicare che quand’esse saranno appunto ormai adulte, tra qualche lustro o poco più (o magari – l’utopia non costa nulla – già da domani mattina, eh!), non vi sarà più bisogno di celebrare “politicamente” ovvero con l’accezione odierna alcun “8 marzo” e, dunque, la nostra “civiltà” avrà saputo finalmente eliminare qualsiasi discriminazione nei confronti delle donne e dei loro diritti. Viceversa, se non sarà così, sono certo che l’intera nostra civiltà ne subirà le drammatiche conseguenze, in primis perdendo qualsiasi diritto di potersi definire in quel modo, “civiltà”, tanto boriosamente decantato quanto ripetutamente disatteso.

Promuovere il futuro e tutelare il passato – per vivere al meglio il presente (“Commissione dei Settantacinque” dixit)

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Sì, è l’articolo 8 della Costituzione Italiana, redatta durante il 1946 dalla cosiddetta Commissione dei Settantacinque, creata ad Costituzione_della_Repubblica_Italianahoc dall’Assemblea Costituente per stendere il testo della legge fondamentale dello stato italiano e composta da quelli che poi sono stati definiti i Padri Costituenti.
Un articolo che, nella sua brevità, sancisce un obiettivo ineluttabile – anzi, due – per qualsiasi società che voglia mantenersi in costante evoluzione: la promozione del futuro e dei suoi elementi basilari, la cultura e la scienza, e tutelare il passato ovvero ciò che nel presente crea retaggio, memoria, testimonianza – il paesaggio, la storia, l’arte nazionale, non a caso tutti elementi culturali.
Avevano insomma compreso e sancito, i Padri Costituenti, che per vivere e governare al meglio il presente occorre avere piena coscienza e conoscenza del passato e, nel contempo, progettare continuamente il futuro ovvero sviluppare le idee che, concepite oggi, si realizzeranno domani.
Ecco. Ora vi chiedo: pensate che quell’articolo 8 della Costituzione della Repubblica Italiana sia messo in atto?
Beh, io credo di no. In nessuno dei suoi proponimenti.
E credo di conseguenza che questa mancanza imperdonabile – dato che colpisce l’essenza fondamentale di una nazione, quella culturale in senso generale (danneggiando di rimando pure la sostanza di essa, ovvero la quotidianità pratica) – spieghi in modo a dir poco lampante e per molti dei suoi aspetti lo stato in cui versa l’Italia contemporanea.
Ed è una mancanza assolutamente voluta, non mi stancherò mai di ribadirlo.

P.S.: cliccate sull’immagine della copertina originale della Costituzione per leggerne il testo integrale.

L’invenzione

ufo_bikeDi tutte le invenzioni mai concepite dall’avanzatissima tecnologia sviluppatasi sul pianeta, frutto di centinaia di secoli di progresso, sviluppo, avanzamento scientifico di una civiltà tra le più evolute dell’Universo, quella era di gran lunga la più strabiliante e incredibile. Eppure, in principio non aveva destato un così gran clamore; certo, la notizia aveva riscosso un cospicuo interesse, ma come spesso succede per ogni novità, quand’anche geniale e rivoluzionaria, molti si erano dichiarati increduli, diffidenti: troppo innovativa, troppo diversa dalla tecnologia corrente, così basata su un’idea totalmente inedita! Il mondo, insomma, sembrava non rendersene conto, proseguendo l’abituale modus vivendi: i traffici stellari continuavano, le astronavi da trasporto intergalattiche volavano come ogni giorno, quelle interdimensionali non sentivano di colpo superata la loro modernissima tecnologia, così come non pareva cambiata la vita dei loro equipaggi, delle rispettive famiglie o di alcun altro che, appunto, pensava fosse così inaudito un oggetto come quello – anche di fronte alle pur fantastiche astronavi superluminari di nuovissima generazione. Eppoi, a quel tempo in cui viaggi di miliardi di anni luce compiuti in pochi giorni erano eventi del tutto ordinari, com’erano concepibili spostamenti di, viceversa, pochi chilometri in tante ore? E senza nemmeno il supporto dei megamputer planetari, o dei più recenti e potenti Sintocerebri?! Cose del tutto inopinate, insomma!
Tuttavia, lentamente ma inesorabilmente, in ogni città, per i percorsi extraveicolari, nelle piazze e nei parchi all’ombra delle altissime sopraelevate fotoniche, uomini e donne a cavallo di quello strabiliante oggetto cominciarono a vedersi, probabilmente all’inizio per quel solito desiderio di esibizionismo, di mostrarsi “avanti” o “alla moda” – dacché molti, ovviamente, tuonarono dai media contro quell’invenzione tacciandola quale “frutto di tecnologia sfrenata”, “spregiudicato orpello da bislacca fantascienza” o simili definizioni biasimevoli… Ma, come detto, inesorabilmente, ove non regni la più bieca e folle ignoranza, ogni genialità prima o poi emerge e viene compresa: così, ormai, quello strabiliante, fantastico oggetto – quelle due ruote gommate pilotabili con una semplice barra dotata di freni a leva e movibile tramite due bracci girevoli collegati ad una catena metallica mossi dai piedi (che infatti la gente ormai comunemente chiama pedali) – trasporta chiunque qui e là sul pianeta con inaudita lentezza e svago supremo, sorvolati velocemente in cielo dalle grandi astronavi superluminari – gioielli tecnologici di colpo divenuti obsoleti ferrivecchi per viaggi interstellari senza più alcun fascino, rispetto a quei pochi chilometri così piacevolmente pedalati

(P.S.: è un racconto inedito, questo, che fa parte di una raccolta moooooooolto particolare di futura pubblicazione editoriale – ovvero già tra le mani dell’editore. Quando finalmente gli allineamenti stellari saranno propizi alla sua uscita, di sicuro sarete i primi a saperlo!)

Perché il futuro del nostro mondo dipende (anche) dai libri e dalla lettura (da una “lectio magistralis” di Neil Gaiman)

NeilGaimanDa tempo Neil Gaiman è diventato uno dei più noti e fervidi ambasciatori dei libri e della lettura, attraverso interventi pubblici sempre intensi e sovente illuminanti.
Come quello tenuto il 14 ottobre 2013, quando la Reading Agency, un’agenzia no profit del Regno Unito che si occupa di promuovere la lettura e l’alfabetizzazione, ha invitato lo scrittore a tenere una lectio magistralis sull’importanza delle biblioteche, della lettura e dell’immaginazione, in particolare per giovani e bambini. L’intervento, che si è tenuto nella sede londinese dell’istituzione, è stato poi ripreso da molti giornali – in particolare da un lungo articolo del Guardian – mentre in questo caso il brano che vi voglio proporre lo traggo dal sito fumettologica.it, che vi ha dedicato a sua volta un articolo (firmato da Donato Sambugaro) che di citazioni della lectio magistralis di Gaiman ne contiene molte altre, con relative considerazioni.
Il brano è in buona sostanza la parte finale dell’intervento dello scrittore inglese, nella quale egli indica gli “obblighi” ovvero i doveri (in verità piaceri intensi) che tutti noi – lettori e scrittori – dovremmo mettere in pratica affinché il mondo e la sua civiltà non possano e non debbano fare a meno dei libri, per non sprofondare in una condizione di barbarie culturale, intellettuale, sociale e quant’altro inesorabilmente letale.

I libri sono il modo in cui comunichiamo con i morti, il modo da cui impariamo lezioni da coloro che ci hanno preceduto. Io penso che abbiamo delle responsabilità verso il futuro. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo degli obblighi. Ho pensato di elencarne alcuni qui.
Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo, o se altri ci vedono leggere, impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo che leggere è una cosa buona.
Abbiamo l’obbligo di sostenere le biblioteche. Di usare le biblioteche, di incoraggiare altri a farlo, di protestare per la chiusura delle biblioteche. Se le biblioteche non vengono valorizzate, si silenziano le voci del passato e si danneggia il futuro.
Abbiamo l’obbligo di leggere ad alta voce per i nostri figli. Di leggergli cose che gli piacciono. Di leggergli storie di cui noi ci siamo già stancati. Di fare le voci, di renderle interessanti, di non smettere di leggere solo perché sanno leggere da soli.
Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.
Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predicare o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli. E abbiamo l’obbligo di non scrivere mai per dei bambini, mai e in nessuna circostanza, qualcosa che non vorremmo leggere noi stessi.
Abbiamo l’obbligo di capire che come scrittori per bambini il nostro lavoro è importante, perché se facciamo male il nostro lavoro e scriviamo libri noiosi che allontanano i bambini dalla lettura, abbiamo sminuito il nostro e il loro futuro.
Abbiamo l’obbligo – noi tutti, adulti e bambini, scrittori e lettori – di sognare a occhi aperti. Abbiamo l’obbligo di immaginare. È facile far finta che nessuno possa fare niente per cambiare il mondo, che la nostra società sia enorme e che gli individui non contino nulla. Ma la verità è che gli individui possono cambiare il loro mondo, gli individui danno forma al futuro e lo fanno immaginando che le cose possono essere diverse.
Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Non lasciare il mondo più brutto di quanto lo abbiamo trovato, non svuotare gli oceani, non lasciare i nostri problemi alle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di pulire dopo il nostro passaggio, e non lasciare ai nostri figli un mondo che in maniera miope abbiamo incasinato, deprivato, menomato.
Abbiamo l’obbligo di dire ai nostri politici cosa vogliamo, e di votare contro i politici – di qualunque parte siano – che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini consapevoli, e che non vogliono agire per preservare la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione politica, è una questione di umanità.
Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e geniale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno.

(P.S.: l’articolo completo pubblicato da fumettologica.it lo trovate anche qui.)