Quando Milano era una città acquatica – e se potesse tornare ad esserlo…

naviglio1Per ciò che è rimasto, e per lo stato in cui sovente versa, pensare oggi a Milano come una città d’acqua sembrerebbe una vera e propria stravaganza. Invece un tempo lo è stata, e in modo anche evidente. Tra fiumi, rogge, canali, navigli, darsene, conche, derivazioni e vie d’acqua varie e assortite su tante delle quali navigavano natanti d’ogni sorta che portavano merci fino a pochi passi dal centro (i marmi del Duomo, ad esempio, furono trasportati in città a bordo di chiatte che solcavano il Naviglio Grande: probabilmente le cagnone, lunghe 23,50 m, larghe 4,75 m e che portavano fino a 40/50 tonnellate di merci), Milano non aveva nulla da invidiare a tante altre città notoriamente “acquatiche”. Una peculiarità che non aveva soltanto funzioni meramente pratiche, ma senza dubbio regalavano alla città un’estetica urbana assolutamente specifica e affascinante.
Poi però l’incipiente dittatura dei veicoli a motore – di servizio prima e privati poi – richiese e impose una deprecabile e miope decisione, per la quale la maggior parte delle vie d’acqua cittadine vennero coperte e interrate per fare spazio alle carreggiate di nuove strade. Decisione peraltro comune, nel Novecento, ad altre realtà di trasporto “sostenibile”, un tempo esistenti (si pensi ad esempio alle molte ferrovie che per molti territori rappresentavano il messo di trasporto di cose e persone principale) e poi soppresse ed eliminate per gli stessi – spesso assai interessati – fini.

La Darsena nell'800, con l'imbocco verso la conca di Viarenna.
La Darsena nell’800, con l’imbocco verso la conca di Viarenna.
Per quanto riguarda Milano, la questione della perdita dell’idrografia originaria cittadina ricorda per certi aspetti altri simili casi, ad esempio quello della cosiddetta Servitù del Resegone, della quale già ho disquisito qui nel blog. Anche in tema di vie d’acqua scomparse valgono le stesse riflessioni che allora facevo, su come un concetto di sviluppo sovente legato a mere convenienze del momento (e ai relativi interessi, spesso di pochi a scapito di tanti) ha portato ad una trasformazione in negativo dell’estetica urbanistica delle nostre città, causando per giunta e non di rado (cosa ben peggiore) una perdita di identità urbana, dell’anima cittadina, del peculiare genius loci, insomma, con inevitabili ricadute sociologiche e antropologiche sugli abitanti della città e sulle loro vite. E queste riflessioni ovviamente valgono per Milano così come per qualsiasi altra città, paese, villaggio, territorio urbano antropizzato che abbia subito simili trasformazioni.
Sia chiaro: le città si trasformano, deve essere così per fortuna che è così da sempre. Tuttavia la loro trasformazione può dirsi proficua soprattutto se viene salvaguardata l’identità cittadina, se il genius loci resta riconoscibile, determinato e determinante. Altrimenti il rischio è quello di non riscontrare più differenze tra una città e l’altra del pianeta, ovvero di una globalizzazione estetica omnimassificante con conseguente dissonanza cognitiva urbana, culturale e antropologica. E’ lo stato per il quale il residente di un luogo si ritrova dissociata da esso, come se fosse straniero a casa propria.

Il Naviglio della Martesana inizia il suo percorso sotterraneo.
Il Naviglio della Martesana inizia il suo percorso sotterraneo.
Tornando a Milano, fortunatamente negli ultimi tempi da più parti ci si è resi conto del danno cagionato alla città, e in alcuni casi si è cercato di mettervi riparo – nella speranza che siano (solite) operazioni di facciata con scopi ben più politico-elettorali che di effettiva rinascita urbanistica. Uno dei progetti più interessanti riguarda il recupero del Naviglio della Martesana, che un tempo collegava il centro di Milano con il fiume Adda. Ne parla questo servizio video di tvsvizzera.it.
Sarebbe certamente un primo e importante passo, tra quelli fattibili e realizzabili, per recuperare anche quella meravigliosa storia d’acque cittadine e riportarla ai giorni nostri, il che rappresenterebbe un valore aggiunto enorme per la città, ben più che tanti pur mirabili – e ribadisco mirabili, ma spesso ben poco identitari (appunto) – grattacieli di prestigiose archistar.

Lavandaie lungo la Roggia Boniforte in via Argelati, nel 1940.
Lavandaie lungo la Roggia Boniforte in via Argelati, nel 1940.
Per approfondire il tema delle vie d’acqua storiche di Milano potete leggere qui un ottimo e dettagliato articolo, tratto dal sito storiadimilano.it.

P.S.: Dal 12 novembre e fino al 14 febbraio 2016, la mostra Milano, città d’acqua, a cura di Stefano Galli, racconterà proprio la storia acquatica della città, attraverso 150 immagini d’epoca provenienti da archivi pubblici e privati oltre a documenti inediti e materiale cartografico per testimoniare la ricchissima presenza d’acqua in città fin dalla sua fondazione, come elemento cardine attorno al quale si è costruita la fisionomia dell’urbe, la sua prosperità e la sua fortuna storica. Per saperne di più visitate il sito web della mostra, qui.

Chiari-Pisa: 300 km di strada, anni luce di buon senso

11160_asini-1Domenica (8 novembre, n.d.s.) sono stato alla Rassegna della Microeditoria di Chiari, uno dei migliori eventi dedicati alla piccola e media editoria indipendente nazionale il quale tradizionalmente si svolge durante il secondo weekend di novembre. Come sempre una bella manifestazione, buona affluenza di pubblico, ospiti interessanti e parecchi amici editori da ritrovare e salutare.
Anche il Pisa Book Festival, fiera dell’editoria indipendente che si svolge nella città toscana, è un bell’evento, rinomato e celebrato. Mi piacerebbe visitarlo con frequenza annuale, come faccio con Chiari, ma non posso. Così come vorrebbero ma non possono farlo tanti altri, e così come parecchi piccoli ma interessanti editori vorrebbero avere uno stand in entrambi gli eventi, ma non riescono. Perché tutti noi, almeno al momento, non abbiamo il dono dell’ubiquità. Già, perché – spiego meglio – due eventi così interessanti per lo stesso ambito editoriale nazionale, si svolgono nelle stesse identiche date – durante il secondo fine settimana di novembre, appunto.
Ne scrivo ora che tutto è finito per evitare polemiche e mi chiedo – probabilmente ve lo chiederete anche voi: che senso può avere una cosa del genere? Cui prodest? Ne ho parlato per l’intera giornata con tanti operatori del comparto editoriale indipendente presenti a Chiari e con altri lettori abituali visitatori di eventi del genere: beh, francamente non siamo riusciti a darci una buona risposta. Qualche editore, peraltro, ha deciso di essere effettivamente presente in entrambi gli eventi, ma potete ben immaginare le difficoltà logistiche e i sacrifici sostenuti – stiamo parlando di piccole-piccolissime realtà imprenditoriali dove spesso, per contare le persone che lavorano, le dita di una sola mano sono ben più di quanto serva.
Ora: le considerazioni sostenute ieri in merito saranno state certamente superficiali; possiamo pure ammettere che Pisa si sia sovrapposta a Chiari – il cui evento, bisogna dirlo, è da sempre piazzato in quel punto del calendario mentre il festival pisano è più errante, in tal senso – per ragioni inderogabili e incontrovertibili, e in ogni caso qui non voglio muovere alcuna accusa in un senso o nell’altro, ci mancherebbe. Tuttavia, ribadisco, chiunque abbia constatato la cosa non ha potuto evitare un più o meno ampio sconcerto, addirittura paventando motivi di (inopinato) mutuo sgarbo per chissà qual ragione: speculazioni, certo, ma di difficile confutazione, visti i fatti, e soprattutto pressoché inconfutabili agli editori i quali, ribadisco, si sono ritrovati nella maggior parte dei casi a dover drasticamente scegliere l’evento nel quale essere presenti. E fate conto che un piccolo editore conta molto su tali eventi pubblici per farsi conoscere, primo, e per vendere in modo cospicuo i propri libri come altrimenti impossibile, secondo. Due necessità vitali, inutile rimarcarlo.
Posto quanto sopra – e datemi pure del malevolo, dopo aver letto quanto state per leggere – mi risulta difficile non constatare che dietro tale sovrapposizione/contrapposizione vi sia parecchia mancanza di buon senso. Già il settore dell’editoria indipendente nazionale è in balìa di infinite traversie, non solo commerciali, nonché delle mire oligo-monopolistiche della grande editoria e della distribuzione ad essa legata – e facciamo finta di non considerare le sempre più deprimenti statistiche sullo stato della lettura in Italia… Ci manca solo che ci si danneggi vicendevolmente in questo modo, finendo per “rubarsi” pubblico, editori (soprattutto) e attenzione mediatica nazionale!
Di contro – sarò sempre malevolo, vedi sopra – mi viene pure da considerare, sarcasticamente, che tutto ciò è assai emblematico del clima che (purtroppo) si respira nell’editoria indipendente nazionale, nella quale per controbattere la prepotenza commerciale e industriale (nonché politica) della grande editoria si fatica ancora terribilmente a fare rete, a creare un fronte comune attivo e reattivo, a seguire il vecchio e sempre valido precetto “l’unione fa la forza”. Si fatica a capire, per essere chiari (aggettivo e non toponimo, qui!), che se non si farà qualcosa per guarire dalla debolezza strutturale della filiera indipendente e diventare un soggetto il più possibile univoco e prestante ai vari tavoli di trattativa commerciale e politica, ci si presterà soltanto al gioco della grande editoria e delle sue mire di dominanza sempre più assolute.
E, se così posso dire, sarebbe il caso di non far diventare quei 300 km (scarsi) citati nel titolo del presente articolo una distanza ben più ampia, se non incolmabile, tra sorte avversa e buon senso, ecco.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

INTERVALLO – Tallinn (Estonia), Lennart Meri Airport Library

tallinn-airport-library1Ho avuto modo di visitare (arrivandoci e partendoci di recente) l’Aeroporto Lennart Meri di Tallinn: piccolo ma molto bello ed efficiente, tanto da essere stabilmente tra i primi posti della classifica riguardante i migliori scali europei. E sono certo che tale ottima classificazione dipenda pure dalla piccola ma bellissima biblioteca ospitata nel terminal, che offre libri per adulti e ragazzi in molte lingue e persino il servizio di prestito per i viaggiatori.

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più (in inglese).

Se la città, “da luogo” per eccellenza, diventa anch’essa un “non luogo”. L’emblematica vicenda dello storico cinema Apollo di Milano, futuro Apple Store…

lolita apollo 20-12-62Conoscerete certamente il termine e il concetto di non luogo, introdotti nei primi anni ’90 da Marc Augé (altrimenti, molto banalmente, cliccate sul link lì sopra). Posto tale concetto, si può ben dire che sotto ogni punto di vista la migliore espressione del concetto antitetico (in senso soprattutto sociologico e antropologico, ma non solo) di luogo è senza dubbio la città.
Bene, detto ciò, avrete forse pure letto della prossima chiusura di due storici cinema di Milano, l’Apollo e l’Odeon (cliccate sui rispettivi nomi per leggere due articoli in merito), in quanto tali parimenti luoghi di aggregazione sociale nonché di cultura, inutile dirlo. Al posto del primo aprirà un Apple Store, al posto del secondo un centro commerciale – che in verità non eliminerà del tutto l’Odeon ma lo rimpicciolirà in modo drastico.
Ora: le città cambiano, si evolvono, è ottuso pensare che luoghi esistenti da più di un secolo, se non più in grado di essere quanto appena detto e di rappresentare per gli abitanti della città un motivo per vivere la città stessa, oltre che per inesorabili ragioni commerciali, possano ben essere sostituiti da altri esercizi e/o servizi, più contemporanei e appetiti dal pubblico. Insomma, sotto certi aspetti la cosa non fa una piega – inutile prevedere che ci sarà più gente fuori dall’Apple Store che dall’Apollo, anche per come i grandi multisala fuori dal centro città risultino più graditi, a quanto sembra, rispetto ai cinema cittadini – cosa che peraltro vale a Milano come in tante altre città di diversa grandezza sparse per l’Italia.
Di contro, però, vorrei raccontarvi la storia del cinema Apollo. Che non è solo la storia di un teatro/cinematografico cittadino, ma in qualche modo – leggete e converrete con me, probabilmente – è la storia di Milano e della sua gente. Traggo il testo dal sito di Giuseppe Rausa, che è l’estensore dello stesso insieme a Marco Ferrari e Willy Salveghi (trovate la versione originale qui, contenente anche moltissime immagini d’epoca e più recenti del cinema oltre a numerose locandine dei film ospitati).

Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell'edificio più alto, l'ingresso del cinema Apollo.
Milano, Piazzetta Liberty nel 1965. A destra, al piano terra dell’edificio più alto, l’ingresso del cinema Apollo.
Al civico 15 di corso Vittorio Emanuele, intorno al 1868 in un vecchio magazzino di vendita mobili, viene allestito un caffè-concerto con palco per l’orchestra, denominato Padiglione Cattaneo; il locale ottiene successo ma diventa anche un ritrovo malfamato, frequentato da entraineuses.
Sul finire del 1869, per volontà dello scrittore Carlo Righetti, meglio noto come Cletto Arrighi, il locale viene ristrutturato e attrezzato a teatro con un palcoscenico e un sipario, disegnato da Eugenio Perego e Giuseppe Tencalla. Vengono creati anche dei palchi-barcacce e una lobbia.
Nel 1870 Arrighi, per realizzare il suo progetto, affitta per dieci anni il Padiglione Cattaneo e lo ribattezza Teatro Milanese. Si tratta di un progetto oneroso: circa 35.000 lire dell’epoca (indicativamente 350 mila euro attuali, 2011); i fondi provengono dallo stesso Arrighi che aveva ricevuto una grossa eredità da uno zio, da una sottoscrizione pubblica patrocinata dal sindaco Belinzaghi e da vari prestiti.
Il locale è dedicato alla commedia dialettale e vi sono di casa il suddetto Arrighi e l’attore Edoardo Ferravilla, al quale in seguito verrà dedicato il cineteatro Ferravilla nella piazza omonima, in zona Città Studi. Per entrare nel teatro si deve passare attraverso l’androne della casa.
Il Teatro Milanese viene inaugurato il 19 novembre 1870 con la prima rappresentazione di El barchett de Boffalora, adattamento in milanese della commedia Cagnotte di Labiche.
In quella importante sala, in qualità di spettatori passano, tra gli altri, Giuseppe Verdi e Arrigo Boito.
Il 29 marzo 1896 debuttano le prime proiezioni cinematografiche nel capoluogo lombardo: in quella data viene presentato al Circolo Fotografico di Milano (via Principe Umberto, 30) il “Cinematografo Lumière” che, il giorno dopo (30 marzo 1896) esordisce pubblicamente, tra la generale perplessità, presso il Teatro Milanese. Dalle ore 20 alle ore 23 gli spettatori fanno la conoscenza di questa nuova forma d’arte con i primi brevi filmati (a volte non superano il minuto) che non mancano di suscitare emozioni e talvolta anche spavento. Le proiezioni avvengono con apparecchio Lumière Calcina di proprietà di Giuseppe Filippi, un intraprendente fotografo che è il vero organizzatore di queste importanti serate.
Nato nel cuneese, Filippi è presente a Parigi al Salon Indien del Grand Café di Boulevard des Capucines n.14 (la via che collega place de la Madeleine con place de l’Opéra; attualmente tale sala fa parte dell’Hotel Scribe) la sera del 28 dicembre 1895 (sostanzialmente la data di nascita del cinematografo), allorché i fratelli Lumiére mostrano per la prima volta dieci filmati a poche decine persone (la capienza della saletta era di 100 persone).
Questi ultimi danno in prestito alcuni filmati al Filippi con l’incarico di mostrarli in Italia. Dopo il periodo di proiezioni milanesi, il fotografo piemontese si sposta in altre città italiane quali Brescia, Verona, Padova, La Spezia, Reggio Emilia, Bologna e Firenze. Nel settembre 1896 è nuovamente al Teatro Milanese dove propone anche alcuni filmati propri tra i qualiL’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele (avvenuta a Milano nel 1896), I pompieri in azione e La piazza del Duomo. Nello stesso mese è alla Villa Reale di Monza dove presenta il proprio spettacolo a re Umberto I.
Negli anni seguenti il Teatro Milanese continua a proporre per lunghi periodi alcune antologie di filmati, alcuni dei quali realizzati a Milano.
In definitiva possiamo considerare il Teatro Milanese il primo effettivo cinematografo della città lombarda (e probabilmente il primo in Italia), in grado di ospitare alcuni filmati dei fratelli di Besancon a soli tre mesi dalla loro prima proiezione parigina.
Nel marzo 1902 il locale termina la propria attività e, poco dopo, viene demolito: al suo posto sorge l’Albergo Corso il cui edificio, situato sempre in corso Vittorio Emanuele n. 15,  si caratterizza per la fastosa decorazione liberty (vedi foto datata 1948).
La gestione dell’Albergo Corso ripensa lo spazio teatrale che ha incorporato e fonda, nello stesso spazio, il teatro Trianon. Tra le due guerre questo teatro sarà uno dei principali della metropoli lombarda; alla fine del 1938, in ossequio al furore autarchico del regime, muta nome (di derivazione francese) in Mediolanum.
Durante il conflitto mondiale il locale non viene eccessivamente danneggiato ed è quasi sempre attivo. Nel dopoguerra, a partire dall’autunno 1947, viene inaugurato il cinema Mediolanum che opera parallelamente al teatro omonimo, utilizzando lo spazio del Pavillon Doré, un tabarin di inizio secolo dalla fama equivoca, posto nello scantinato dell’Albergo Corso. Questo locale, pertanto, fa  parte del folto gruppo di sale sotterranee aperte nel centro cittadino nell’immediato dopoguerra.
Così mentre nel teatro continuano ad alternarsi rivista, opera lirica e teatro di prosa, il sottostante cinema offre film in terza visione. Insomma il Mediolanum è l’anti Odeon, dove il cinema sta sopra e il teatro sotto.
Per alcuni mesi del 1949, il locale cambia nome in Cinebreve: in questa fase la sala programma solo cortometraggi e documentari e sono particolarmente frequentate le proiezioni della domenica mattina. Il locale continuerà questo tipo di programmazione fino alla primavera 1951, ossia molto tempo dopo aver ristabilito il nome di cinema Mediolanum
La sala cinematografica chiude nella primavera 1953. L’edificio dell’Albergo Corso, nonché Teatro e Cinema Mediolanum, viene demolito per far posto alla Galleria De Cristoforis all’interno della quale troverà posto il cinema Apollo il cui ampio spazio sotterranneo è in parte coincidente con quello del cinema Mediolanum.
La facciata Liberty dell’Albergo Corso viene rimontata su un edificio della vicina piazzetta Liberty.
Nel 1971 – a poche decine di metri – verrà inaugurato un secondo cinema Mediolanum, anch’esso sotterraneo; ma questa è un’altra storia.
A partire dagli ultimi mesi del 1947 entra in funzione in via Nirone (dalle parti di palazzo Litta – corso Magenta) il cinema Apollo. Il nome è ispirato al personaggio della mitologia greca, dio delle arti, della medicina, della musica e della profezia e patrono della poesia. Si tratta di una sala di terza visione nella quale vengono ospitate numerose pellicole interessanti quali Il delitto di Giovanni Episcopo (Lattuada, 1947), Ladri di biciclette (De Sica, 1948) nel 1948, Arriva John Doe (Capra, 1942), La vita è meravigliosa (Capra, 1946) e Narciso nero (Powell, 1947) nel 1949, La provinciale (Soldati, 1952) nel 1953, Piccolo mondo antico (Soldati, 1941) e Johnny Guitar (N. Ray, 1954) nel 1955 e Il colosso d’argilla (Robson, 1956) nel 1957.
Nella prima metà del 1959 il cinema Apollo di via Nirone chiude (l’edificio viene demolito di lì a poco e sostituito da un piccolo giardinetto e da un nuovo condominio residenziale) per riaprire come elegante sala di prima visione in centro, nel sito occupato fino a qualche anno prima dal cinema Mediolanum. Si tratta di una delle ultime sale sotterranee create nel periodo 1945-60 lungo il tracciato di corso Vittorio Emanuele.
Sfruttando le voragini aperte dalle bombe degli Alleati nel 1943-45 nasce una vasta zona sotterranea tra via San Pietro al’Orto (dove si trova il sotterraneo cinema Arlecchino, tutt’ora operante) e corso Vittorio Emanuele (in prossimità della Galleria del Corso). In essa viene a collocarsi l’imponente, nuova sala dell’Apollo (Galleria De Cristoforis 2; 1230 posti) inaugurata, come si è detto, nel 1959 all’interno della nuova “torre” edificata in piazzetta Liberty da Erminio ed Ermenegildo Soncini (l’edificio era terminato già nel 1957), cinema che va ad aggiungersi all’ormai ragguardevole numero di sale di prima visione collocate tra piazza San Babila e piazza Duomo.
L’Apollo è progettato dall’architetto Lodigiani, la cui moglie è la proprietaria. Al cinema si accede da una serie di porte a vetri poste ad angolo che danno su un piccolo atrio con di fronte la cassa e una statua del dio Apollo di Veio, tuttora presente. Alla destra della cassa si trova uno spazio dove vengono affisse le fotobuste. Sulla sinistra una scala e un piccolo ascensore conducono in un atrio sotterraneo dove si trovano un piccolo bar e gli accessi alla sala, dotata di platea e galleria. Il Cinema Apollo è collegato, con gallerie sotterranee, al cinema Astra e le uscite di sicurezza portano alla Piazzetta Liberty e in un parcheggio sotterraneo, dove, in alcuni casi, gli spettatori più sprovveduti si sono avventurati, perdendosi.
La sala è inizialmente gestita dalla E.C.I. (che segue molte sale milanesi tra cui Odeon, Puccini, Dal Verme, Manzoni, Missori, Impero, Cielo, Giardini e Las Vegas) a cui subentra la direzione di Luigi De Pedys dagli anni ottanta, privilegiando spesso film più commerciali. La cabina funziona con proiettori Cinemeccanica Vittoria 8 manuali, poi sostituiti da Vittoria 5 con sonoro Dolby Digital.
Il 25 gennaio 2004 il cinema chiude (ultimo film programmato dall’Apollo monosala è Master & Commander, Weir) e viene radicalmente ristrutturato per poter competere con la sfida dei Multiplex. Dalla grande sala sotterranea vengono ricavate ben cinque salette – la più grande di 300 posti, le due più piccole di 130 posti – intitolate a figure della cultura mitologica quali Gea, Fedra, Elettra, Dafne e Urania.
La nuova multisala, rinominata Apollo spazioCinema (nonché imparentata con l‘Anteo spazioCinema), viene inaugurata nei primi mesi del 2005 e offre una programmazione cinematografica di qualità, talvolta proponendo rassegne tematiche e festival (Rivediamoli, Sabaoth Film Festival, Telefilm Festival, Cinesofia, ecc).

Per la cronaca, qui trovate anche la storia – similare a quella dell’Apollo – del cinema Odeon, sempre tratta dal sito di Giuseppe Rausa.

Bene, come accennavo prima forse ora converrete con me che non si sta realizzando semplicemente la chiusura di due sale di proiezione economicamente non più fruttuose ovvero gravate da altri problemi e dunque che è giusto e bene che vengano sostituite da altre cose, seppur opinabili come due esercizi di natura super-commerciale e/o consumistica totalmente opposta a quella culturale originaria. Qui si sta chiudendo, anzi, si sta in qualche modo calpestando la storia di Milano.
Vado ancora oltre: queste “iniziative” meramente commerciali, parecchio numerose negli ultimi anni – a Milano come altrove, appunto – stanno ottenendo un risultato drammatico: stanno trasformando il luogo per eccellenza, ovvero il centro della città, in un non luogo, di forma, sostanza e natura sociologica identica a quegli spazi che genialmente Marc Augé definì in tal modo. Luoghi conformati per servire il solo scambio commercial-consumistico, non più da vivere ovvero vivibili (ma il termine è fin troppo esagerato) solo per quello scopo ben determinato, privati di qualsiasi anima, storia, carattere, identità urbana, uguali a tanti altri altrove dunque disgreganti in modo profondo i legami sociali tipici di un luogo ad alta densità abitativa quale è un centro abitato, se grande ancor di più.
Di questo passo, il centro di Milano risulterà uguale in tutto e per tutto a quello di Parigi, Londra, Bangkok o New York, ovvero ad un grande centro commerciale, ricolmo di beni da vendere/acquistare e totalmente vuoto d’anima. Il che non vuol dire che, in base a tale mutazione, la città non sarà architettonicamente più bella, sia chiaro, ma certamente sarà molto molto molto più povera e urbanamente, socialmente, civicamente misera.
Tutto ciò nonostante Milano, negli ultimi anni, abbia certamente migliorato la propria offerta culturale, soprattutto in tema di luoghi museali e dedicate all’arte moderna/contemporanea. Tuttavia, la cultura ha bisogno di un terreno solido e stabile per svilupparsi al meglio: i suoi palazzi possono anche avere ottime fondamenta, ma se il terreno è stato reso franoso, pure la loro stabilità alla lunga potrebbe uscirne compromessa.

Lucerna, e quella sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto, sempre.

12088253_10153748525925854_1673698267206737407_nvirgoletteLucerna è un prodigio, a sua volta.
Una città piccola, minuscola in buona parte del resto del pianeta, eppure grandissima. Capace di rendere nuovamente l’aggettivo urbano un sinonimo di “civile”, non solo di “cittadino”.
E’ una metropoli in miniatura e insieme un villaggio esteso, un congegno generatore di energia civica che corre a pieni giri eppure resta silenzioso, senza scuotimenti, senza vibrazioni fastidiose.
E’ la sensazione strana e oltremodo piacevole di essere, se così posso dire, nel posto giusto al momento giusto – in uno dei pochi posti “giusti” rimasti a questo mondo. E fa nulla se non si capisce e capirà il perché di ciò, il motivo, e il tutto rimarrà allo stato di effimera e vuota percezione – in fondo, potrebbe anche solo essere il frutto della reiterata buona predisposizione d’animo prima citata e indotta pure dal mero stare, in questo posto giusto… Fa niente, appunto: si è, qui, ed è già una cosa bella.
Lucerna è una formula matematica trovata da una mente geniale, creativa e fantasiosa, che non solo risolve un problema ma svela la possibilità di ulteriori e sorprendenti rivelazioni.
E’ un raggio di luce solare che sempre trova il modo di bucare anche la coltre nuvolosa più densa, cadendo a illuminare terreni floridi e fecondi, non brulle praterie incolte.
E’ una creatura avvenente e affascinante, elegante e sensuale, mai sfacciata, mai pacchiana o troppo appariscente. Ti conquista dal primo istante in cui l’hai davanti ma non ti stordisce, non ti frastorna infidamente, anzi, ti impone in qualche modo di prestare ad essa fin da subito la massima attenzione e la più grande considerazione, e tu subitamente lo fai perché capisci che è la cosa più inevitabile da fare. E non ti genera nemmeno soggezione, o eccessivo ritegno perché, ugualmente dal primo istante, ti offre la sua mirabile avvenenza e tu ne puoi godere subito, provando dentro la sensazione piacevole di non essere in un luogo sconosciuto e per questo oscuro, ma al contrario comprensibile, cristallino, per certi versi domestico. Aristocraticamente affabile, e pronto da subito conferirti in animo la stessa sua nobiltà – la sua stessa preziosa, pregiata, insigne bellezza.
E’ un luogo generatore di speranza, o forse custode di essa, uno dei pochi rimasti di quelli in cui l’uomo sia stato presente e lo sia ancora in modo rilevante. Speranza che ancora la bellezza non si sia del tutto guastata, che ancora resista nella sua essenza salvifica – la dostoevskijana bellezza che salverà il mondo, o la dannunziana difesa della bellezza che è in noi – che è parte fondamentale di una buona vita da vivere. Speranza che l’armonia riscontrabile qui sia rintracciabile anche altrove, o in qualche riproducibile. Speranza di poter tornare ancora qui, sperando che nulla, ancora per lungo tempo, possa intervenire a guastare questa armoniosa bellezza cittadina. (…)

Lucerna-libro-cut_750Un breve estratto da Lucerna, il cuore della Svizzera, la mia piccola “guida di viaggio emozionale” sulla e nella città elvetica, luogo molto meno noto di quanto meriti ma – anche per questo – molto più capace di stupire qualsiasi suo visitatore. Il libro è disponibile presso tutte le librerie (anche su ordinazione, nel caso non sia presente) e negli stores on line (ad esempio qui, qui, qui o direttamente nell’eshop dell’editore) peraltro ad un prezzo assolutamente popolare: solo 5 Euro. Per avere qualsiasi ulteriore informazione sul libro cliccate sull’immagine lì sopra, oppure potete contattare me (anche lasciando un commento a questo articolo), o direttamente l’editore.
Pronti dunque a partire e viaggiare tra le pagine (e magari non solo) per scoprire Lucerna? Se sarà così, buona lettura!

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2013
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-96656-85-3
Pag.52, € 5,00