Luoghi bellissimi che molti non si filano (per fortuna)

Quando si discute di sovraffollamento turistico – l’overtourism – in montagna, si rimarca spesso la necessità di distribuire meglio i flussi turistici tanto nei territori interessati quanto in quelli contigui, molti dei quali offrono attrattive non inferiori alle località più blasonate ma per le dinamiche commerciali e di marketing del turismo di massa vengono poco o nulla considerati.

Giustissimo, opportuno, anzi indispensabile. Tuttavia di contro mi chiedo: ma veramente sulle montagne, che ovunque o quasi offrono luoghi, angoli, ambienti, paesaggi di bellezza peculiare, c’è bisogno che qualcuno lo faccia notare? Evidentemente sì, visto che al turista di oggi non viene sollecitata la curiosità della scoperta dei luoghi ma solo la pretesa della fruizione di essi. La quale ha ovviamente bisogno di servizi e infrastrutture ma ancor più di immagine, branding, marketing e altre amenità tipiche del turismo massificato contemporaneo.

Eppure basterebbe poco per scoprire moltissimo, un minimo di curiosità – che dovrebbe essere di default in chiunque affronti un viaggio, che sia più o meno ludico – per conoscere e poter godere di innumerevoli luoghi straordinari i quali offrono “l’infrastruttura” più bella che questo mondo ospita, quella costruita dalla Natura.

Qualche giorno fa ero nei pressi di una rinomata località turistica delle Alpi lombarde e ho visitato uno degli angoli più belli e particolari della zona, raggiungibile in poco più di un’ora lungo un sentiero ripido ma semplice in un contesto di alta montagna mirabile – peraltro quest’anno in una veste che lo rende ancora più spettacolare, come potete constatare dalle mie pur mediocri fotografie.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
Be’, pur con un tempo bello e stabile, ci saranno state lassù al massimo una quindicina di persone nell’intera giornata. Me ne aspettavo molte di più, vista la bellezza del luogo. A valle, la trafficata strada statale ingolfava di una gran folla di gitanti il villaggio sottostante, ben munito di bar e ristoranti nonché di ampi parcheggi, tutti pieni. Stessa cosa nei rifugi del circondario, inesorabilmente presi d’assalto. Lassù dove sono salito io, invece, non c’è nessun punto di appoggio. Ma non che ne servisse uno, d’altronde: il piccolo lembo di prato tra le gande nel quale mi sono fermato a pranzare era quanto di più funzionale, comodo e bello potessi desiderare, lì.

Ecco.

Ovviamente non manco di considerare l’altra faccia della medaglia, in situazioni del genere: più gitanti affollano le località rinomate, meno “disturbano” luoghi pregiati e più delicati come quello da me visitato. In effetti questo è un “pregio” nemmeno così collaterale dell’overtourism, soprattutto sulle montagne. Certi luoghi, se per qualche motivo diventerebbero popolari e di conseguenza verrebbero frequentati da molte, troppe persone, inevitabilmente perderebbero tutto il loro fascino alpestre. D’altro canto, se la curiosità verso di essi fosse autentica, come lo è quella di chi è autenticamente appassionato dell’andar per montagne, credo che la statistica e la gran quantità di posti meritevoli di considerazione potrebbero eliminare quel rischio alla fonte.

In ogni caso, lo avrete notato, non ho dato riferimenti del luogo in cui sono stato. Metto le mani avanti, chi conosce la zona avrà intuito quale sia mentre gli altri che ne sono interessati… be’, appunto: alimentate la vostra curiosità, qui e per ogni altro luogo. Vi sorprenderete di quante cose belle scoprirete dove forse mai pensereste di trovarne!

Le “montagne” dello sci alpino, oggi

Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.

Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.

Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.

«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.

P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.

Contestualizzare le cose per capirle meglio (anche in montagna)

Bisogna sempre trovare la più consona e obiettiva contestualizzazione alle cose che accadono. Perché nulla avviene per caso, neanche in montagna, almeno quando c’è di mezzo l’uomo.

Dunque, a quanto pare c’è un grosso e grave problema di impatto turistico, alle Tre Cime di Lavaredo:

E dove ha avuto origine questo problema? Ecco qui:

Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.

Ora capite meglio chi e cosa hanno generato il problema?

Be’, al riguardo mi tornano in mente le parole di Maurizio Maggiani (fonti qui e qui) circa ciò che di simile sta accadendo alle Cinque Terre: parole perfette anche per le Tre Cime di Lavaredo e per molti altri luoghi iper turistificati senza che sia stata sviluppata alcuna gestione dei flussi turistici e nessuna cura per il (proprio) territorio:

Le Cinque Terre soffocate dal turismo? È la giusta nemesi per le loro scelte, hanno pensato solo ad arricchirsi. […] Per anni non si è fatto che cercare di vendere le Cinque Terre in tutto il mondo, senza pensare alle conseguenze per un territorio dall’equilibrio ambientale e sociale così fragile. Hanno voluto farne una Disneyland ed è stata un’idea da criminali. Con quelle premesse oggi parlo di una giusta nemesi rispetto ad una scelta che fu coordinata dall’alto ma collettiva, appoggiata da buona parte della comunità con poche eccezioni.

Ecco, nulla da aggiungere se non la speranza che ad Auronzo la smettano di pensare solo ai record  di introiti nelle casse comunali e piuttosto cerchino il miglior equilibrio possibile tra frequentazione turistica e tutela ecoambientale del territorio locale. Ce la faranno, considerando l’imminente mega specchietto per le allodole delle Olimpiadi invernali 2026?

Me lo auguro proprio, per il bene di quelle montagne e di chi le voglia vivere il più possibile integre ancora a lungo.

Ieri, al Salone del Libro di Torino

Per chi non sapesse o capisse (legittimamente, peraltro) che diavolo ci facessi lì, ieri… be’, a parte che per constatare di essere ancora affetto, e in modo invariabilmente grave, dalla «Sindrome da acquisto compulsivo di libri in qualsiasi posto ce ne siano in vendita» (una sorta di disturbo psicologico incontrollabile al punto di risultare quasi inquietante e d’altro canto apprezzato non solo da editori e librai ma pure da chi costruisca scaffali e mobili-libreria; comunque una patologia non pandemica, almeno dalle italiche parti), nonché, da un certo momento della giornata in poi, per agognare un rapido ritorno alla quiete e al silenzio delle montagne (ma questo non lo scrivo altrimenti passo per un selvati… ops!), ci stavo per questo:

Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
Data di Pubblicazione: 18 maggio 2023
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita da maggio 2023 in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Cliccate sull’immagine della copertina per saperne di più, oppure qui per visitare il sito web di Fusta Editore, dal quale potete direttamente ordinare il libro.

E se alle montagne servisse l’AMV, “Afflusso Massimo Vitale”?

P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere ho cominciato a scriverlo a fine gennaio scorso, per poi affinarlo nelle settimane successive. Ora lo pubblico ma mi fa piacere leggere di alcune iniziative che vanno esattamente nella direzione sulla quale qui ho scritto, ma non per chissà quale preveggenza, semmai per naturale buon senso. Di esse ve ne parlerò nei prossimi giorni, intanto vi invito a farmi sapere che pensate di quanto leggerete ora.

Forse già sapete o avrete sentito dire che, nella gestione dei corsi d’acqua e degli ecosistemi relativi, uno dei fattori fondamentali da considerare è il “Deflusso Minimo Vitale” (DMV), cioè «la portata istantanea da determinare in ogni tratto omogeneo del corso d’acqua, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, di quelle chimico-fisiche delle acque nonché il mantenimento delle biocenosi tipiche delle condizioni naturali locali.»

Ecco, proprio in forza di una definizione del genere e contestualizzandola alla montagna, verso la quale – o, per meglio dire, verso alcune delle sue località più rinomate – sovente si dirigono fiumi di turisti la cui presenza genera situazioni e circostanze non esattamente contestuali ad un territorio montano pur variamente antropizzato, mi viene da pensare che come per i fiumi si considera il suddetto “Deflusso Minimo Vitale”, per certa montagna si dovrebbe considerare un AMV, “Afflusso Massimo Vitale”: «la presenza antropica istantanea da determinare in ogni zona omogenea di un certo territorio montano, che deve garantirne la salvaguardia delle caratteristiche fisiche, ambientali, paesaggistiche, culturali, nonché il mantenimento dell’ambiente identitario generato dalle condizioni naturali e antropiche locali» – per abbozzare una definizione sulla falsariga dell’altra.

Troppo spesso ho la netta e inquieta sensazione che molti progetti di sviluppo turistico (non solo tali, ma soprattutto) concepiti per la montagna basino grandemente i risultati riguardanti frequentazione prevista su fattori di quantità e non di qualità, in base alla elementare equazione «più gente va in montagna = più guadagna chi ci lavora = più successo ha il progetto». Ciò, dunque, senza minimamente considerare, apparentemente, quanta presenza di visitatori occasionali, con tutti gli annessi e connessi relativi, possa sopportare un luogo e il suo territorio senza che quella presenza diventi un danno e una forma di degrado degli stessi. Sono principi, ad esempio, parecchio utilizzati dall’industria dello sci alpino, che punta a ottimizzare i propri tornaconti e a sostenersi finanziariamente proprio sulla massa di sciatori che è in grado di accumulare in un certo comprensorio, l’efficienza dei cui impianti di risalita, guarda caso, viene misurata in primis dalla portata oraria. Col risultato che sì, da un lato per prendere la funivia non ci sono più code, ma dall’altro le piste di discesa presentano un affollamento che nemmeno Piazza Duomo a Milano la domenica pomeriggio. Ma intanto all’uopo si allargano le strade, si costruiscono enormi parcheggi e locali al servizio degli sciatori grandi come centri commerciali, si cementificano spazi naturali eccetera. Tutte cose, inutile dirlo, che non c’entrano nulla né con il paesaggio della montagna, né con il suo ambiente e nemmeno con la cultura, di contro trasformando certe località montane iperturistificate in mere riproduzioni di ambiti metropolitani privi di identità: veri e propri non luoghi montani, insomma.

Senza cadere in passatismi di sorta, peraltro ingiustificati e incoerenti con la realtà contemporanea, viene comunque da pensare a certe pratiche di gestione della montagna d’un tempo, intrise di saggezze secolari e saperi solidamente basati su esperienze condivise. Le vaccate, ad esempio, dette anche erbate, ovvero la quantità di capi monticabili in un certo alpeggio, dato che ne contraddistingueva la funzionalità e il valore nonché il cui rispetto era un elemento vincolante per l’assegnazione e la gestione della relativa malga. Se quell’alpeggio poteva ospitare cinquanta vacche, non se ne potevano monticare cinquantuno. Fine, senza se e senza ma. Una questione di salvaguardia della vitalità dell’alpeggio e al contempo degli animali ospitati, in un equilibrio funzionale e benefico per entrambi. Perché non utilizzare un tale principio ovvero la semplice ma profonda saggezza che vi sottende, ripensata e contestualizzata agli spazi antropizzati sottoposti a frequentazione turistica, dunque a una presenza superiore a quella determinata dagli abitanti stanziali? Perché la qualità (in diverse accezioni del termine) del territorio montano deve essere soggiogata alla quantità di chi dovrebbe frequentarlo, senza che tra i due elementi vi possa essere una correlazione funzionale determinata dalle peculiarità del territorio stesso e dalle possibilità pratiche di accoglienza, cioè da un dato concreto che potrebbe ben definirsi l’AMV, “Afflusso Massimo Vitale” di quel luogo?

So bene che tutto ciò possa apparire fin troppo idealista quando invece, pensateci bene, è un concetto assolutamente naturale e pragmatico; d’altronde, so altrettanto bene che la matrice materialista di certo turismo di massa contemporaneo che punta senza troppi patemi all’overtourism (si veda il caso recente delle Cinque Terre con la conseguente e inevitabile «nemesi», come ha detto bene Maurizio Maggiani) pur di conseguire i tornaconti desiderati si palesa ormai indubitabilmente come una forma di depredazione dei territori di pregio e dunque anche di quelli montani, dei loro paesaggi, della bellezza, dell’identità e della cultura che li caratterizza, dunque la fonte di un inevitabile degrado che altrettanto inesorabilmente porta alla fine dei luoghi, con tutto ciò che ne consegue per la comunità che li vive, probabilmente illusa dai promotori di quel turismo massificato che la gran massa di persone avrebbe significato una pari gran massa di denari guadagnati e di conseguente benessere – esattamente come accadde in centinaia di località montane turistificate dal dopoguerra in poi e oggi fallite sia economicamente che socialmente e ambientalmente. Oggi non può essere più accettabile una sorte del genere, per la montagna, che invece merita di riguadagnare finalmente e totalmente la propria dignità sia nel panorama politico che in quello culturale, salvaguardando la propria identità da un lato e alimentando dall’altro la vitalità socioeconomica locale, per la quale il turismo può ben essere un supporto efficace e benefico ma solo se totalmente sostenibile dal territorio, dunque tanto ambientalmente quanto antropologicamente. Questa, in fin dei conti, è la vera sostenibilità per la montagna, ciò che può garantirle un futuro equilibrato a lungo a favore di chiunque la possa e potrà frequentare, da abitante o da turista ma, in ogni caso, in compiuta armonia con il suo paesaggio.