[Fotografia di E. Desmaisons, fonte dell’immagine: qui.]Mi è ricapitata qualche giorno fa sotto gli occhi, grazie a un volume che stavo leggendo, quella che forse è e resta una delle più fulminanti “recensioni” a un libro mai scritta: è l’analisi che il geniale e insuperabile Voltaire fece da par suo del Discorso sull’ineguaglianza di Jean-Jacques Rousseau, per il quale la compilò il 30 agosto 1755:
«Ho letto, signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano; ve ne ringrazio; piacerete agli uomini le cui verità svelate, e non riuscirete a correggerli. Dipingete con colori ben veri gli orrori della società umana la cui ignoranza e la cui debolezza sembrano promettere tante mollezze. Non era mai stato usato altrettanto spirito nel tentativo di renderci bestie. Leggendo la vostra opera viene voglia di camminare a quattro zampe. Tuttavia, avendo perso quest’abitudine da più di sessant’anni, mi è purtroppo impossibile riprenderla.»
Ecco, una delle migliori recensioni (non lo sarebbe, una “recensione”, ma è come se lo fosse) scritta più di due secoli e mezzo fa: libro mirato, colpito e affondato! La sua parte finale, soprattutto, è un capolavoro di sarcasmo, di quello che forse più nessun critico letterario oggi sarebbe in grado di formulare quantunque moltissimi “best seller” che poi finiscono in vetta alle classifiche di vendita se lo meriterebbero assolutamente – di sicuro più che il celeberrimo Rousseau.
Oh, be’, forse anche perché di critici letterari veri non ne esistono quasi più. Già.
“Non voglio diventare mai grande” disse con decisione.
“Nemmeno io” fece eco Annika.
“Davvero, non c’è da augurarselo” approvò Pippi: “le persone grandi non si divertono mai. Hanno solo molto da lavorare, abiti buffi, i calli e le tasse cumunali”.
“Tasse comunali, si dice” corresse Annika.
“Fa lo stesso, tanto s’intende sempre la stessa robaccia” disse Pippi. “E poi sono pieni di superstizioni e di fisime: credono per esempio che succeda chissà cosa, magari tagliarsi, se ci si infila il coltello in bocca, e così via”.
“Non sanno nemmeno giocare” disse Annika. “Che noia, dover diventar grandi!”
Ecco, per dire che quest’anno Pippi Calzelunghe compie 75 anni: la prima edizione del libro di Astrid Lindgren venne infatti pubblicata nel 1945 per Rabén & Sjögren, casa editrice svedese di libri per bambini e ragazzi che infatti la sta festeggiando come necessario sul proprio sito web. E anche per dire che, secondo me (che non ho mancato di visitare Vimmerby, la cittadina nella quale Astrid Lindgren nacque, nel mio ultimo viaggio in Svezia), e per ribadire ciò che ho detto/scritto più volte, io a Pippi darei l’incarico di formare un nuovo governo (del pianeta, magari, ma va bene anche solo di qui, che peraltro ne abbiamo bisogno certamente ben più che gli svedesi), dacché se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che abbiamo. Ecco.
“Il giorno in cui mi capiterà di sentire un bambino che si rattrista all’idea di arrangiarsi da solo, senza l’intrusione dei grandi, giuro che imparerò l’intera tavola piragotica all’inverso!”
[Foto di Devanath da Pixabay]Se Ralph Waldo Emerson aveva assolutamente ragione quando affermava che «chi scrive per se stesso scrive per un pubblico immortale» (asserzione che si era annotato anche Nietzsche nei suoi Appunti Filosofici), è altrettanto vero che l’atto della scrittura letteraria è sempre – per così dire – una pratica “di lettura”.
E non nel senso più ovvio del termine: è lapalissiano che se qualcosa è stato scritto per essere pubblicato, quel qualcosa sarà (dovrà essere) letto da qualcuno. No, io intendo dire che ogni scrittura deve saper farsi leggere, se non vuole restare un mero esercizio di estetizzante retorica o di futile “talentuosismo”: e penso sia una cosa alla quale noi autori poniamo sempre troppa poca attenzione, per trascuratezza, imperizia o per vanagloria. Scrivere bene per farsi leggere male è forse l’errore più grande che un autore possa fare, quasi peggio che lo scrivere male tout court, cosa che quanto meno rende obiettiva l’incapacità nella pratica letteraria. Senza dimenticare peraltro che lo “scrivere bene per leggere bene” è pure un esercizio di reciproca maturazione ed evoluzione della qualità letteraria: ed è un esercizio costante e continuo, che richiede da parte dell’autore il massimo impegno per migliorare il proprio lavoro di scrittura e da parte del lettore la più perseverante sensibilità nel ricercare e considerare il valore dei testi da leggere. Il tutto, tenendo ben presente quell’assunto di Emerson, la cui importanza è data anche dal correlare saldamente lo scrittore e il lettore grazie al testo letterario, scritto e letto.
Anche in questo sta la meraviglia della letteratura, pratica culturale che forse come nessun altra (ma magari sono di parte, non so) unisce l’utile con il dilettevole, l’impegno e la passione reciproca, il divertimento e l’insegnamento, il materiale e l’immateriale ovvero la realtà con la fantasia, il sapere sempre di più col sapere di non saperne mai abbastanza… potrei continuare a lungo ma, credo, non servirebbe, almeno non quanto leggere un buon libro e, per un autore, scriverne di altrettanto buoni. Ecco.
Le sragionevolezze umane, a chi le esamini con gli occhi della ragione, fanno dileguare ben presto la superiorità che, tanto arbitrariamente, l’uomo si arroga sugli altri animali. Quanti animali mostrano più bontà, riflessione e ragionevolezza dell’animale che si considera ragionevole per antonomasia! […] Si sono mai viste delle bestie feroci della stessa specie darsi appuntamento nelle pianure per sbranarsi e annientarsi senza alcun vantaggio? Si sono forse viste scoppiare guerre di religione tra gli animali? La crudeltà degli animali contro quelli appartenenti ad altre specie ha per motivo la fame, il bisogno di nutrimento; la crudeltà dell’uomo contro l’uomo ha per unico motivo la vanità dei suoi capi e la follia dei suoi assurdi pregiudizi.
Gilles Deleuze è stato senza dubbio uno dei filosofi più avanguardisti del secondo Novecento, in forza del suo pensiero originale e alternativo che è sovente diventato la base teorica di molte delle rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta, seppur il dinamismo intellettuale della sua filosofia andava sempre ben oltre i meri ambiti ai quali veniva correlato, toccando aspetti maggiormente più umanistici – nel senso classico del termine – che meramente politici. Io lo conobbi quando scrissi Alice, la voce di chi non ha voce, il libro sulla storia di Radio Alice, una delle prime radio libere italiane e la più emblematica di quella piccola-grande rivoluzione espressiva e mediatica di metà anni Settanta, dacché tra le basi culturali del movimento post-Sessantottino dal quale uscirono i creatori della radio e, ancor più, del nuovo e peculiare modo di “fare radio”, c’era L’Anti-Edipo, una delle opere più importanti scritta da Deleuze insieme a Félix Guattari, ma anche Logica del senso, altra opera di Deleuze che “utilizzava” per le sue elucubrazioni l’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, ulteriore punto di riferimento culturale ed espressivo degli ideatori di Radio Alice.
Poi l’amico filosofo Giacomo Paris, per una classroom sul web che abbiamo tenuto insieme lo scorso 11 maggio, mi ha suggerito di discorrere di un’altra opera di Deleuze che non conoscevo e che a suo dire si mostra assai adatta al periodo difficile in corso nel mentre che scrivo questo articolo. L’opera è L’esausto, (Nottetempo, 2005, traduzione e cura di Ginevra Bompiani, postfazione di Giorgio Agamben), un testo succinto tanto quanto denso e per questo piuttosto “cervellotico”, ad una prima lettura, che Deleuze scrisse quando le sue condizioni di salute si erano aggravate facendo che, probabilmente, tale stato di prostrazione venisse “rappreso” nella scrittura estenuata e tormentata, quasi sofferente.
Eppure, nonostante queste potenziali impressioni primarie, L’Esausto è pure un testo assolutamente potente nel mostrare, paradossalmente, quella dimensione di sfinimento del suo autore che si fa modello – o “antimodello” di e per se stesso – per una riflessione sul concetto di “penultimità”, ovvero di quello stato psicofisico (ma per questo pure culturale, mentale, spirituale, antropologico) nel quale la stanchezza abbatte l’uomo anche in modo pesante ma comunque generando in lui la volontà, la necessità, il bisogno di un’ultima reazione, che potrebbe essere l’atto di rinascita, di rinvigorimento o comunque un ennesima manifestazione di vita, dunque semmai la penultima azione vitale ma non certo, o non ancora, l’ultima […]
[Immagine tratta da qui.](Leggete la recensione completa di L’esausto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)