INTERVALLO – Cesena, Biblioteca Malatestiana

BiblioMalatesta0Eccellenza italiana di valore assoluto e primo luogo nazionale inserito nel Registro della Memoria del Mondo UNESCO, la Biblioteca Malatestiana di Cesena è un luogo che qualsiasi appassionato di libri e di lettura dovrebbe visitare almeno una volta. Fondata alla metà del XV secolo, è stata la prima biblioteca civica d’Italia e d’Europa, ed è l’unico esempio di biblioteca monastica umanistica giunta fino a noi perfettamente conservata nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria.
Oggi vi sono conservati quasi 250.000 volumi, di cui 287 incunaboli, circa 4.000 cinquecentine, 1.753 manoscritti che spaziano fra il XVI secolo e il XIX secolo e oltre 17.000 lettere e autografi. Inoltre, nella sezione moderna della biblioteca, sono presenti oltre centomila volumi.

BiblioMalatesta3BiblioMalatesta1BiblioMalatesta2Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Biblioteca ma ancor più, ribadisco, visitatela sul serio, non solo in modo virtuale!

Se la cultura fa PIL – e non solo in senso economico…

9402316437_9ca1ddc96d_bDue notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili.
O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

L’Europa odierna, la dignità negata, e 8 secoli di civiltà buttati al vento

(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
Se c’è una cosa che ha segnato irrimediabilmente la storia dell’Europa in questo 2015 ormai agli sgoccioli, è certamente stata l’epitaffio nei confronti della sua (presunta) civiltà scritto da essa stessa attraverso la scellerata gestione dell’arrivo e del transito sul suo territorio dei profughi e dei rifugiati, delle cui vicende ormai tutti sappiamo – seppur spesso nel modo distorto trasmesso dai media. Eppure esattamente 800 anni fa, nel 1215, il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra promulgava la poi divenuta celeberrima Magna Charta, nella quale già era sancito il diritto dei rifugiati provenienti dai paesi in guerra di essere accolti – lo ricorda la prestigiosa rivista Il Mulino sulla propria pagina facebook:

“In futuro sarà lecito per chiunque uscire dal nostro regno e rientrarvi, sano e salvo, per terra e per mare, fatta salva la fedeltà che ci è dovuta, fuorché in tempo di guerra per breve periodo, secondo la comune utilità del regno, ad eccezione degli imprigionati e dei fuorilegge, della gente di paesi in guerra con noi, e dei mercanti, peri quali valga ciò che è stabilito qui sopra.”

Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215 della Magna Charta. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Dopo 8 secoli, l’Europa non solo si è dimenticata di tali principi di civiltà e umanità, ma li ha pure calpestati per fare spazio a ignoranze, egoismi, biechi tornaconti, populismi, criminosità politiche varie e assortite che hanno comportato soprattutto ciò che mai dovrebbe essere negato a un essere umano, quanto più se in difficoltà: la dignità. E non sto affatto riferendomi a cosa si debba fare nel concreto: il problema non è l’accoglimento o il respingimento oppure che altro. In un senso e nell’altro, qualsiasi decisione presa deve essere sempre rispettosa della dignità delle persone: e io credo che l’Europa – salvo rari casi – non abbia saputo fare ciò, anzi, che abbia scientemente negato una condizione dignitosa a molti dei profughi giunti in terra europea da paesi a dir poco devastati da guerre e disordini, e lo abbia fatto per via di una inopinata ma purtroppo sempre più profonda barbarie politica e culturale scaturente dalla propria tremenda pochezza identitaria.
Questa enorme, ottusa e imperdonabile pecca io credo che l’Europa se la vedrà tornare indietro nel prossimo futuro – anche perché sovente chi ne fa le spese sono i bambini, ai quali in tal modo viene “insegnata” una inspiegabile (per loro) crudeltà che finirà per sedimentarsi nell’animo. Chiunque neghi diritti fondamentali di civiltà, umanità e, se è il caso, carità ad altre persone che giustificatamente ne abbisognano, inesorabilmente ne subirà le conseguenze. Lo insegna la storia, e insegna pure che, quando ciò accade, è sempre cosa drammaticamente meritata. Ma credo che a tanti dei politici che malauguratamente governano l’Europa contemporanea – un’entità geopolitica e culturale che potrebbe e dovrebbe fare da guida al pianeta intero mentre invece affoga nei pantani biecamente politici da essa stessa creati (in tema di profughi, particolarmente emblematico, ma non solo) – ciò non interessi granché, dacché sono essi stessi i primi a non capire cosa sia l’Europa, nonché cosa possa e debba fare per sé stessa, la sua gente e per il mondo del quale rappresenta una parte così importante.

Camus, Silone e la mancanza di una autentica cultura “europea”

camus-siloneSovente sui media ci capita di sentire parlare in modo critico di “Europa”, da parte di coloro i quali, per parte politica, interesse, convinzione più o meno giustificata e giustificabile o altro,  ne avversano concetto, forma e sostanza.
Certamente tali pulsioni anti-europeiste pescano nella (spesso più bieca e vuota) politicaggine partitica, pugnace in quel senso solo per mera convenienza di potere – o di relativa opposizione ad esso nel tentativo di ribaltare la situazione a proprio favore, ovvio. Tuttavia non posso non vedere un serio pericolo in questo anti-europeismo populista, per come in esso e con esso si finisca per confondere l’Europa in quanto istituzione politica e l’Europa in quanto territorio di storia, cultura e tradizioni comuni, oltre che di valori condivisibili per genesi antropologica e sociologica comune. Sia chiaro, il pericolo (ugualmente di carattere populista) esiste anche in senso opposto, ove l’Europa sia identificata meramente come entità politica e non come compendio comunitario dei caratteri sopra esposti. Il tutto, poi, scivola inesorabilmente o nel provincialismo campanilista più retrivo e antistorico ovvero, dall’altra parte, nel globalismo ideologico più massificante e culturalmente omologante.
Su tale questione, ho letto di recente una citazione di Albert Camus che a sua volta cita Ignazio Silone – due grandi della letteratura del Novecento, inutile rimarcarlo. Citazione tratta dal mensile Montagne360 di ottobre 2015, inserita in un articolo che presenta il sentiero di recente realizzazione dedicato allo scrittore abruzzese attorno a Pescina, suo borgo natale, e che in poche parole svela cosa significhi essere veramente europei (prima che europeisti così come anti-, naturalmente) ovvero cosa manchi a livello culturale, purtroppo, nel distorto concetto oggi diffusosi di “Europa”:
Così dunque scrisse Camus – nel 1957, tenetelo ben conto:

E’ perché amo il mio paese che mi sento europeo. Guardate Silone, che parla a tutta Europa. Se io mi sento legato a lui è perché egli è nello stesso tempo incredibilmente radicato nella sua tradizione.

E si tenga conto come da parte sua Silone, nell’introduzione a Fontamara, confermasse questa visione glocalista (per usare un termine tanto brutto quanto modaiolo) della propria letteratura:

Tutto quello che m’è avvenuto di scrivere, e probabilmente tutto quello che ancora scriverò, benché io abbia viaggiato e vissuto a lungo all’estero, si riferisce unicamente a quella parte della contrada che con lo sguardo si poteva abbracciare dalla casa in cui nacqui.

Ecco: brevemente tanto quanto profondamente Camus, già quasi 60 anni fa e prendendo a modello tale visione nostranamente cosmopolita (mi si passi l’ossimoro, opinabile ma è per fini di sintesi) di Silone circa la propria scrittura, ha saputo spiegare quale forma e sostanza possa e debba avere un’Europa autenticamente comunitaria e identificante per chiunque vi faccia parte, dal Circolo Polare Artico al Mar Mediterraneo. Un concetto massimamente culturale che contiene l’identità locale e l’identificazione continentale, questa seconda come logica e inevitabile somma delle prime. Un concetto antropologico, semplicissimo eppure ignorato da tanti, volutamente o meno, se non proprio rifiutato, combattuto, oltraggiato: per egoismo, anacronismo, ottusità, ignoranza, follia.
Un concetto che finché non sarà finalmente compreso nel modo più ampio possibile, non consentirà alcuna effettiva unità europea, ne dal punto di vista politico-istituzionale, ne (cosa per certi aspetti pure più grave) da quello culturale, civico e antropologico. Con le conseguenze che abbiamo già da tempo sotto gli occhi.

Come inutili soprammobili. Gli assessorati alla cultura, qualcosa di cui la politica sembra spesso farebbe anche a meno…

factotum3_10-09Non c’è ovviamente bisogno di rimarcare in quale stato versi la cultura (e la sua cura) nel nostro paese – non sarebbe nemmeno nato Cultora se non fossimo così messi male, d’altronde! Ugualmente, non c’è bisogno di ricercare esempi concreti che dimostrino tale situazione, per quanti innumerevoli ve ne siano. Alcune evidenze tuttavia, magari meno lampanti ma nella sostanza più emblematiche, forse palesano meglio di tante altre come l’incuria della cultura in Italia sia una cosa che mi viene da definire strategica – ma io penso sempre male… – ovvero, se preferite, paradossalmente legata a una cronica incapacità di comprendere l’importanza dell’elemento culturale nella formazione e nell’andamento quotidiano di una buona ed equilibrata società civile.
Una di esse, ad esempio, è la questione degli assessorati alla cultura e delle relative nomine, che si è ben svelata in occasione delle ultime elezioni regionali dello scorso maggio. Uno sguardo a quanto è stato deciso nel merito dalle sette regioni andate al voto è infatti parecchio indicativo di come dalle nostre parti l’ambito culturale – fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo, per poterci definire civiltà nel senso migliore del termine – sia considerato dalla “politica” (o da quanto in Italia viene definito come tale) qualcosa di secondario, di trascurabile se non – a volte pare proprio – di fastidioso, qualcosa con cui tocca avere a che fare ma non si sa bene come maneggiare, come un soprammobile ereditato che tocca mettere da qualche parte in casa perché nasconderlo è brutto e dunque alla fine lo si mette sullo scaffale più in alto e più nascosto, e se si riempie di polvere amen. Invece, l’assessorato alla cultura è (dovrebbe essere) uno di quelli principali per qualsiasi amministrazione pubblica: primo perché siamo in Italia, paese culla di grande parte della cultura mondiale ed europea in particolare; secondo, perché paese avente la fortuna di possedere uno dei più ricchi patrimoni culturali (in senso generale, dunque artistici, architettonici, storici, archeologici, tematici, eccetera), terzo perché, appunto, la cultura è conoscenza imprescindibile per chiunque voglia definirsi buon cittadino e persona intellettualmente attiva, quarto – ultimo ma niente affatto ultimo! – perché a differenza di certe opinioni rilasciate guarda caso proprio da importanti esponenti di governi passati, la cultura e l’economia derivante renderebbe l’Italia un paese ben più florido e benestante di quanto sia. E scusate se è poco! Per tutto ciò, un valido assessore alla cultura, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un personaggio proveniente proprio dall’ambito culturale, possibilmente con specializzazione accademica relativa (non necessaria ma utile), dotato di ampia esperienza o di comprovate capacità organizzative, in grado di comprendere la materia e di maneggiarla in modo consono e magari niente affatto legato all’ambiente politico-partitico, visto che la cultura non è certo cosa di destra o di sinistra, affine a intrallazzi di potere e/o a maneggiamenti di sorta ed altro del genere.
Dunque, le sette regioni andate al voto, dicevo – precisando da subito che, ovviamente, non mi permetterò di entrare nel merito delle capacità degli assessori nominati. La Toscana è tra le poche regioni ad avere scelto un assessore “concorde” pescandolo dal mondo universitario, conferendogli anche la delega per ricerca e università. E ci sta. Idem per le Marche, il cui assessorato alla cultura si occupa anche di turismo, valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione delle attività culturali, musei, biblioteche, grandi eventi e spettacoli. Parecchia roba, non c’è che dire, ma almeno abbastanza uniforme. La contigua Umbria, invece, ha un assessorato (e relativo assessore) che si dovrà occupare al contempo di cultura, agricoltura, ambiente e grandi manifestazioni. Giudicate da voi! Anche la Liguria ha un dicastero piuttosto multiforme, con deleghe, oltre che alla cultura, a comunicazione, sport e politiche giovanili – ambiti apparentemente affini ma sotto diversi aspetti antitetici, a ben pensarci. In Veneto la nomina dell’assessore alla cultura è stata invece puramente politica ovvero di campo, per un dicastero che si deve occupare di (udite udite) territorio, cultura, sicurezza, pianificazione territoriale e urbanistica, beni ambientali, culturali e tutela del paesaggio, parchi e aree protette, polizia locale, spettacolo, sport, edilizia sportiva, identità veneta. Mancano i viaggi spaziali, e poi c’è tutto! Anche la nuova amministrazione regionale della Puglia ha attuato una scelta meramente politica, ma per deleghe quanto meno limitate e consone: industria culturale e turismo. Infine la Campania, regione nella quale ufficialmente nemmeno esiste un “assessorato alla cultura” (si veda il sito istituzionale) e nella cui giunta le deleghe relative sono state trattenute direttamente dal presidente del consiglio regionale: nulla di male, sia chiaro, tuttavia non si può non denotare che in tal modo, oltre a dover fare il presidente, lo stesso deve far fronte alle deleghe a trasporti, agricoltura e sanità. Ammonticchiare di ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro che, una volta ancora, lascia parecchio perplessi.
Ribadisco, per concludere: non si vuole affatto mettere in dubbio le capacità e le valenze di assessorati e assessori, ne tanto meno la liceità delle decisione prese dalle varie amministrazioni regionali. I dubbi però montano e permangono assai forti di fronte a una situazione del genere, in molti casi così paradossale per un paese come l’Italia e per lo stato del suo ambito culturale. Il quale avrebbe decisamente bisogno di una immediata e netta inversione di tendenza, per non decadere sempre più in una condizione di letale abbandono e semmai per diventare finalmente uno degli elementi economici fondamentali per la tanto citata e agognata crescita del PIL nazionale. Ma, al momento, questo nostro incredibile e preziosissimo tesoro lo crediamo ancora un fastidioso soprammobile, al quale magari, visto che nemmeno lo ripuliamo dalla polvere, ci mettiamo pure davanti una pianta, così che ancora meno lo si possa notare!

P.S.: nell’immagine in testa al post, Factotum (2009), scultura di Jud Turner.

P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.