Ieri, su “La Provincia di Lecco”

Di nuovo ringrazio molto “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini, curatore delle pagine del quotidiano dedicate alla montagna, che ieri ha ripreso alcune mie considerazioni in tema di sostenibilità delle pratiche di innevamento artificiale dei comprensori sciistici, nello specifico in relazione all’uso e consumo delle risorse idriche locali. Un tema che quest’anno risulta quanto mai evidente ma che non è mai stato analizzato a dovere come forse meriterebbe, probabilmente perché, mi viene banalmente da pensare, abbiamo sempre avuto la fortuna di vivere in territori – quelli alpini e montani – ricchi di acqua. Ma sarà ancora così in futuro? Una garanzia di ecosostenibilità assoluta del turismo di montagna, sciistico o meno e in particolar modo di certe pratiche tanto necessarie a quel turismo quanto impattanti per l’ambiente, non è ormai qualcosa di imprescindibile?

Sia ben chiara una cosa: personalmente non sono affatto “contro” qualcosa, ma sempre a favore della montagna e del buon senso. Non sto conducendo crociate contro qualcuno o qualcosa: da studioso della relazione culturale tra uomini, luoghi e paesaggi, registro quelle situazioni nelle quali tale relazione, che per il bene di tutti dovrebbe godere di un determinato equilibrio, più o meno forzato, risulta invece palesemente traballante, tanto più in territori oltre modo delicati come quelli di montagna i quali per molti versi risentono in maniera maggiore che altrove degli effetti della realtà climatica in divenire. A tutto c’è un limite, ribadisco: riconoscerlo e adattarcisi è ammirevole buon senso, continuare come se invece nulla fosse è pura e semplice insensatezza, ecco.

N.B.: per leggere meglio l’articolo, cliccate sull’immagine. In ogni caso nei prossimi giorni pubblicherò qui sul blog le mie considerazioni in versione estesa, con le varie fonti dei dati e delle evidenze scientifiche sulle quali le ho basate.

Acqua, bene prezioso (ma non per lo sci) #2

Tre informazioni interessanti e delle quali tenere necessariamente conto, riguardo la neve artificiale:

  1. Con un metro cubo d’acqua si producono circa due metri cubi di neve artificiale. Secondo una stima del WWF, ogni anno sulle piste italiane vengono impiegati a questo scopo circa 95 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawattora di energia, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione e mezzo di abitanti. I costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 euro a stagione, dato puramente indicativo (per la cronaca, nel 2017 – dunque ben prima del Covid – i debiti delle sole stazioni sciistiche lombarde ammontavano a 350 milioni di Euro). Fonte: clic e clic.
  2. Uno studio su base quadriennale (2015-2018) dell’Istituto Svizzero per lo Studio della neve e delle valanghe di Davos ha stabilito che durante l’innevamento artificiale la perdita di acqua immessa negli impianti oscilla tra il 15 e il 40%: valori che si avvicinano a quelli di un altro studio svolto in Francia. Fonte: clic.
  3. Da inizio anno 2022 – periodo eccezionalmente siccitoso rispetto alle medie passate ma senza garanzia che così eccezionale non lo sia rispetto al prossimo futuro, visti i cambiamenti climatici in corso – secondo le misure degli Enti Regolatori dei laghi, alla contabilità idrica del Verbano sono mancati 2.260 milioni di mc di afflussi, mentre ne sono mancati 920 milioni al Lario, 400 milioni al Sebino, 130 milioni all’Eridio e 400 milioni al Benaco. Fonte: clic.

Ecco.

Ogni commento al riguardo, di qualsiasi tono sia, è lasciato alla vostra discrezione e sensibilità.

P.S.: la “prima parte” di questa riflessione la trovate qui.

Tentativi di giustificare l’ingiustificabile

«Con 2,4 milioni di euro a fondo perduto supportiamo in maniera concreta un settore fondamentale per la Lombardia che negli ultimi anni è stato colpito duramente prima dalle restrizioni legate al Covid e poi dal caro energia».

«Un contributo di sostanza a un comparto nevralgico per lo sport invernale e per l’economia delle nostre montagne che, fra quattro anni, saranno protagoniste assolute in Italia e nel mondo con le Olimpiadi invernali del 2026.»

«L’impegno di Regione Lombardia per gli impianti di risalita e le piste da sci è importante e costante. Vogliamo aiutare concretamente gli operatori nella gestione degli impianti per rendere le nostre montagne sempre più competitive a livello turistico e per gli sport invernali.»

«Ancora una volta un contributo fattivo per un comparto strategico e per il turismo invernale, infatti gli impianti di risalita generano un volano per tutte le attività produttive annesse e connesse e moltiplicatore per tutta l’economia del territorio montano.»

Queste sono alcuni degli ennesimi tentativi, espressi nelle solite retoriche forme verbali da alcuni amministratori regionali lombardi, di giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’ennesimo stanziamento di soldi pubblici (miei, vostri, nostri) a sostegno degli impianti sciistici. Altri milioni di Euro che si aggiungono agli innumerevoli stanziati negli anni scorsi esclusivamente agli impianti da sci, in tali forme e entità: come se tutto il resto dell’economia di montagna non esistesse e non contasse nulla, nemmeno a fronte della sorte di tante località sciistiche già inesorabilmente segnata, per il cambiamento climatico in corso e non solo per tale causa (traduco: 350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”, e sono pure dati del 2017 dunque pre-Covid). Come se, una volta chiusi impianti e piste per assenza di neve o per fallimenti economici o altro del genere, la montagna scomparisse. O, per usare un’espressione più consona, come se non avesse più alcun valore – dunque non fosse altrettanto meritevole di essere sostenuta in modi simili.

Voglio di nuovo ribadire il (mio) concetto: nulla contro gli impianti di sci, anzi, se gestiti con buon senso e giusto realismo; ma se un’attività commerciale – quale essi rappresentano – non riesce per vari motivi (non tutti colposi) a stare in piedi da sola e per giunta genera una pressione (non solo ambientale) sul luogo in cui opera che col tempo diventa sempre maggiore, è veramente così giusto e doveroso alimentarne artificiosamente (e costantemente, visto l’andazzo) l’attività? In quanti altri casi, e per quali altre categorie accade la stessa cosa, in montagna? Ditemi, voi gestori di piste per lo sci nordico, guide alpine, escursionistiche, ambientali, associazioni culturali e di sostegno al turismo non meccanizzato o di salvaguardia del paesaggio montano, e voi allevatori di razze alpine, agricoltori, casari, rifugisti… anche a voi arrivano così tanti soldi e con tale continuità per sostenere le vostre attività e alleviare le difficoltà di gestione che dovete affrontare? Ma perché, voi non siete “economia di montagna”, non fate vivere le vallate alpine come si ritiene faccia lo sci?

D’altro canto sono tentativi, quelli sopra citati, che avranno probabilmente “successo” nel breve periodo, visto che i soldi sono stati stanziati e saranno elargiti, ma si dimostreranno sicuramente fallimentari tra qualche anno perché comunque lo sci su pista, nonostante lo sperpero di denaro pubblico e salvo rare eccezioni, è destinato a scomparire. Già: di questo passo lo sci coi suoi impianti sparirà, non certo le montagne e la possibilità di fruirle in molti altri modi ben più sostenibili e meno dispendiosi per tutti.

(Le citazioni sopra riportate sono tratte da questo articolo.)

Sarebbe «sci» questo?

È «sci» quello che mostra l’immagine qui sopra? Formalmente no.
Ed è «montagna» quella intorno? Formalmente .

Ma poi, sostanzialmente – e nel senso di ciò che l’immagine mostra – quello è “sci” tanto quanto ciò che c’è intorno non è “montagna”.
Perché sulle strisce di neve artificiale che si snodano lungo i versanti erbosi e magari pure inariditi dei monti, come è accaduto quest’anno in molte località a Sud delle Alpi, si può effettivamente sciare ma, facendolo, si banalizza inesorabilmente la montagna, le si toglie senso, cultura, valore, identità, la si usa come mero “strumento morfologico” ludico, la si rende ancora più triste di quanto già non sia negli inverni privi di neve. E lì, dove si snodano le piste di neve finta, la si fa apparire persino brutta: un autentico sacrilegio per un luogo che normalmente risulta il più antitetico a qualsiasi idea di bruttezza.

Per porre la questione in altro modo, “sciando” in questo modo si trasforma la montagna in un sostanziale non luogo, meramente funzionale a ottenere qualcosa di altrettanto sostanzialmente irrazionale – lo sci senza la (vera) neve. A tal punto, appare molto più logico sparare neve artificiale su qualsiasi pendio cittadino o delle zone antropizzate: quanto meno si evita il traffico veicolare e il conseguente inquinamento nonché la pressione antropica spesso eccessiva in un ambito delicato, fragile e per di più, nelle stagioni senza neve, già per questo sofferente.

Inoltre, sciare nelle condizioni mostrate dall’immagine, che purtroppo saranno sempre più frequenti negli anni futuri, francamente è pure ridicolo. Fosse solo per chi accetti comunque di ridicolizzarsi così – con tutto il rispetto –  andrebbe anche bene, de gustibus: ma il problema è che ciò ridicolizza anche la montagna, appunto. E questa cosa è assolutamente inaccettabile oltre che tremendamente perniciosa, per il futuro della montagna stessa e di chi la abita, magari impegnandosi a fondo per farla vivere e renderla resiliente, nonostante tutto. Ma poi, quelle strisce bianche stese sui prati verdi inverno dopo inverno rovinano tutto, ecco.

Ora che siamo ormai alla fine della misera stagione sciistica 2021/2022, mi viene da pensare che sarebbe bello che prima della prossima ci si mettesse realmente a riflettere su tali evidenze e se ne ricavasse, come conseguenza necessaria tanto quanto ineluttabile, un cambio di mentalità, di idee, di paradigma, di atteggiamento da parte di chi gestisce nel concreto il turismo sciistico alpino. Ma so già che sto soltanto auspicando una grande utopia, sia formale che sostanziale.

P.S.: qui trovate un elenco dei miei articoli sul tema dello “sci su pista” pubblicati sul blog.

Lo sci energivoro

Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.

Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo Martani Lo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.