Cronache del cambiamento (climatico): niente più sci a Natale

[Monte Pora, Prealpi Bergamasche, 1880 m, alle 12.30 del 2 gennaio 2023. Immagine tratta da piandeltermen.panomax.com.]

Il costante aumento delle temperature sta compromettendo sempre di più il futuro delle stazioni sciistiche. Secondo uno studio dell’Università di Basilea, nei prossimi decenni non sarà più possibile sciare sotto Natale, neppure ricorrendo alla neve artificiale.
Per analizzare l’impatto del cambiamento climatico e le ripercussioni a lungo termine per le stazioni sciistiche, i ricercatori hanno preso come riferimento la destinazione turistica di Andermatt-Sedrun-Disentis, a cavallo tra Uri e Grigioni. I risultati dell’indagine sono stati poi recentemente pubblicati sulla rivista scientifica “International Journal of Biometeorology”.
Secondo lo studio, l’innevamento artificiale garantisce lo svolgimento di una stagione sciistica della durata di 100 giorni, almeno per quanto riguarda le località ad alta quota. Tuttavia, per i prossimi decenni i ricercatori stimano che anche gli impianti di risalita situati a più di 1’800 metri sopra il livello del mare avranno difficoltà ad essere operativi sotto Natale, dato che durante il periodo che precede le festività, spesso le temperature non sono sufficientemente basse per garantirne l’apertura.

(Da Non sarà più possibile sciare sotto Natale, pubblicato su “Tio.ch” il 28 dicembre 2022. Cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Serve ancora “ragionare” sul cambiamento climatico in montagna?

Il Presidente dell’UNCEM Marco Bussone, commentando gli ultimi stanziamenti che il Ministero degli Affari regionali ha aggiunto per il 2023 al FOSMIT, il Fondo per lo sviluppo delle montagne, «per promuovere iniziative volte a sostenere e realizzare politiche a favore della montagna», citato nell’articolo qui sopra riprodotto così afferma:
96 milioni più altri 11 milioni di euro che andranno all’innevamento artificiale, con perplessità di alcuni, ma sappiamo che su questo fronte occorrono efficaci ragionamenti legati al cambiamento climatico, alle crisi in corso che nelle aree montane arrivano prima.
Be’, al riguardo devo proprio fare i complimenti al Presidente Bussone: nemmeno Adam Ondra nella sua forma più smagliante saprebbe arrampicarsi meglio sugli specchi! «Con perplessità di alcuni»: “alcuni”? «Occorrono efficaci ragionamenti legati al cambiamento climatico»? Ma se è da trent’anni e più che si producono ragionamenti sul cambiamento climatico, efficaci proprio perché basati su inoppugnabili dati scientifici e conseguenti lucidi ragionamenti sugli effetti concreti nei territori montani! E ne dovrebbero occorrere ancora? A fronte di ciò, sarebbe più intellettualmente onesto dirsi apertamente favorevole allo spendere soldi pubblici per innevare artificialmente le piste! D’altro canto sono certo che l’UNCEM, sodalizio altre volte assai lodevole nella sua azione politica, non voglia mostrarsi alleata e tanto meno connivente con chi pretenda di farsi pagare dalla collettività infrastrutture turistiche sovente illogiche, ecologicamente immotivate, economicamente fallimentari e ambientalmente dannose, peraltro togliendo fondi al sostegno dei servizi basilari per le comunità alpine e di un’economia locale virtuosamente circolare. Non occorrono di certo altri «ragionamenti» per capire quanto rovinose siano queste strategie politico-gestionali per le montagne, dato che già si palesavano tali decenni fa. Non serve più ragionare, serve agire, cambiare, innovare, costruire un autentico buon futuro per i monti e per le comunità che li abitano. E sarebbe bene farlo presto tanto quanto dirlo chiaro e tondo, senza troppi altri giri di parole.

Crisi idrica, o crisi di “valori”?

Dopo che il 24 giugno scorso la Regione Lombardia ha comunicato lo stato d’emergenza regionale fino al 30 settembre 2022 – leggo sul web -, in data 4 luglio il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo “Stato di emergenza per crisi idrica” fino al 31 dicembre 2022 in cinque regioni del Nord Italia. Tra queste è presente anche la Lombardia, alla quale saranno stanziati 9 dei 36,5 milioni di euro a carico del Fondo per le emergenze nazionali utili a fronteggiare l’emergenza idrica, «La più grave degli ultimi 70 anni» secondo le parole del premier Mario Draghi.

Ora, scusatemi se mi mostro ripetitivo e quindi inesorabilmente noioso, ma non riesco a non chiedere: che logica e quale proporzionalità si possono dedurre dal confronto tra lo stanziamento di 9 milioni di Euro per fronteggiare una così grave emergenza idrica, cioè di carenza d’acqua, a livello regionale e – per citarne un altro stanziamento tra i tanti dei quali ho già scritto – i 12,5 milioni di Euro concessi per un singolo intervento a scopo turistico-ricreativo nel quale è compreso il potenziamento di un impianto di innevamento artificiale, cioè un metodo di consumo di acqua? Ed è solo uno tra i molti casi e dei tanti milioni di Euro elargiti per opere affini (in Lombardia con particolare costanza, vedere alle voci “Elezioni 2023” e “Olimpiadi 2026”), ribadisco.

Dunque? Dobbiamo pensare che, nella scala di valori (economica ma non solo, ovviamente) considerata dalle istituzioni pubbliche e politiche, la carenza di acqua che colpisce pressoché tutti è meno grave e importante del divertimento di pochi sulle piste da sci?

Ma no, certamente! È solo una provocazione, la mia!

O no?

Il clima è di destra o di sinistra?

Nel dibattito pubblico sul clima, se c’è una cosa che trovo tanto significativa (dello “spessore” e della “qualità” del dibattito stesso) quanto insopportabile è la strumentalizzazione ideologico-politica dei temi climatici. La “sinistra” li arroga stoltamente per sé, d’altro canto avendo ormai svenduto ogni altra sua tipica battaglia; la “destra”, in modo altrettanto stolto, li avversa ritenendoli “di sinistra” e ne fa una battaglia antitetica. Entrambe recitano la solita parte del consueto, meschino teatrino politico che ben conosciamo, nel quale se una cosa è di là non è di qua e viceversa: un teatrino che serve solamente a proferire parole senza fare fatti, con un solo risultato conseguente: una situazione climatica sempre più grave e irrimediabile a fonte di un immobilismo cronico e scellerato.

Forse, se tutti fossimo in grado di capire che, riguardo il clima e la necessaria resilienza da sviluppare, la politica non è la soluzione possibile ma è una parte tra le più gravi del problema, e di conseguenza agissimo da comunità civile critica e consapevole – innanzi tutto di avere tra le mani il proprio futuro ovvero di quanto sia pericoloso lasciarlo in mani altrui – invece che da branco privo di coscienza e costantemente bisognoso d’un segno dall’alto, le cose comincerebbero a cambiare veramente.

D’altro canto mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici è ormai divenuta una pratica culturale, non solo e non più politica – ovvero non nel senso istituzionale del termine: una predisposizione mentale e spirituale collettiva che nel principio prescinde dalle decisioni del potere e semmai si fa potere, cioè volontà di fare, impegno ad agire fattivamente essendo consci che è possibile cambiare le cose. Senza aspettare i bei proclami diffusi dai media, appunto: quelli che sentiamo da decenni grazie ai quali siamo arrivati alla situazione attuale. Ecco.

Un anno “eccezionale”?

Nel grafico sopra riprodotto (cliccateci sopra per ingrandirlo), che ricavo dalla pagina Twitter dell’IRPI – Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR, i vari circoli colorati identificano gli anni dal 1950 al 2022 in base al rapporto tra temperature e piogge nei primi sei mesi dell’anno, relazionato alla media standard 1991-2010, l’attuale trentennio climatico di riferimento.

Notate due cose:

  1. Innanzi tutto, ovviamente, la posizione del 2022, lassù in alto a sinistra: nettamente il semestre peggiore dal 1950 in tema di alte temperature e carenza di precipitazioni. Notate anche la distanza dell’anno in corso dal 2003, popolarmente ritenuto l’anno climaticamente peggiore di sempre.
  2. Dato meno evidente ma parimenti significativo: quasi tutti gli anni dal 2000 in poi sono posti al di sopra della linea di anomalia nulla delle temperature, ovvero sono risultati più caldi della media 1991-2020. Gli ultimi tre anni, in particolare, sono risultati non solo più caldi ma anche meno piovosi della media suddetta.

Riflessione conseguente: rispetto al periodo precedente il 2022, così tremendamente anomalo, è sicuramente da considerarsi un’eccezione; non ci resta che sperare che tale resti anche in futuro e non si palesi invece come il primo anno di un nuovo periodo climatico ben più problematico, per il quale saranno le medie di riferimento del passato a dover essere considerate una “eccezione”, e in difetto.