Sulla “sacralità” del Paesaggio

Credo che chiunque riveli in sé almeno un poco di sensibilità – cosa che peraltro, a mio modo di vedere, fa parte del “minimo necessario” per potersi considerare esseri umaninon possa non percepire nel paesaggio la manifestazione di una sacralità assoluta. Ma niente di teologico o religioso, sia chiaro – anzi: ciò è quanto maggiormente può svilire quella manifestazione – come nemmeno di meramente estetico, solo legato alla percezione (pur possente ed emozionante) della bellezza naturale del paesaggio e neanche di “sovrannaturale” – definizione in fondo utile a noi uomini quando qualcosa in Natura sfugga alla nostra comprensione o all’immaginazione (e quanto poco ancora la conosciamo, la Natura!)

No, è invece qualcosa di ben presente nel paesaggio stesso, in forma tangibile e non immateriale (semmai siamo ancora noi che nell’individuare – anche inconsciamente – tale sacralità, tentiamo di definirla attraverso forme cognitive inesorabilmente immateriali), che ne determina la forma, l’armonia geomorfologica, il senso, il valore filosofico e di conseguenza la percettibilità da parte nostra – che potrà essere più fisica ovvero maggiormente spirituale e mistica, appunto, ma è una faccenda nostra, questa, non del paesaggio che la genera.

Nel riflettere su ciò, mi torna in mente la visione panteista di Giovanni Segantini, quando il grande artista affermava che “Non cercai mai un Dio fuori di me perché ero persuaso che Dio fosse in noi e che ciascuno di noi è parte di Dio come ciascun atomo è parte dell’Universo”, ove tuttavia l’uso del vocabolo “Dio” voleva esprimere un concetto di “entità divina” del tutto antitetico a quello teologico-religioso cristiano e semmai più affine alla concezione buddista, se non ad una vera e propria visione – di matrice pagana – di Natura quale espressione “divina” dacché essa stessa sede del “divino”.

Giovanni Segantini, “Trittico della Natura o delle Alpi: la Natura”, 1898-1899.

Ma anche se, ribadisco, la metafora divina di Segantini può risultare fuorviante, di sicuro egli comprese perfettamente la cognizione (lo dimostra in quelle parole sopra citate, portate sovente ad esempio del suo panteismo “misticamente laico”) che la sacralità assoluta del paesaggio è in fondo presente anche in noi, se sappiamo coglierla e manifestarla – e Segantini certamente lo fece da par suo, attraverso la propria meravigliosa arte). Il che comporta che riuscire a fare questo è in fondo, a sua volta, una grande manifestazione dell’umana sensibilità di cui dicevo in principio nonché, ad un livello più pratico ovvero antropologico, del legame che dobbiamo palesare nei confronti del territorio e dell’ambiente da noi abitato – della Terra, insomma. È il divenire parte dell’Universo come ciascun atomo, per citare ancora Segantini, dunque è il rivelarsi creature “divine” – noi sì, antiteticamente a qualsiasi pretesa e presunta entità teologica, comunque troppo “umana” per risultare credibile e dunque troppo “meschina”, in senso concettuale, nei confronti del paesaggio (ecco perché affermavo che una visione dottrinale religiosa del paesaggio finisce per svilire la sua naturale sacralità).

Di contro, non riuscire in tutto ciò, oltre a quanto affermavo all’inizio di questa dissertazione, temo rappresenti la nostra personale parte di responsabilità in una sostanziale “negazione” del paesaggio e della sua sacralità, ovvero in un possibile, catastrofico sfacelo finale. Che peraltro facilmente non cancellerà il paesaggio, la sua sacralità e la grande bellezza che manifesta, ma cancellerà chi doveva e poteva godere – o ne avrebbe dovuto consapevolmente godere: noi esseri umani.

Roy Paci

A volte capita che i “sentieri” che ciascuno di noi percorre vivendo la propria più o meno ordinaria esistenza nei territori del tempo e della quotidianità s’incrocino in modi sorprendenti, offrendo opportunità di conoscenze e dialoghi tanto imprevedibili quanto illuminanti.
Così a me è capitato, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino, di bere un caffè in un bar del Lingotto e trovarmi fianco a fianco con uno dei migliori musicisti italiani in assoluto, Roy Paci.

Musicista autentico, intendo dire (chi mi conosce o segue in radio lo sa e chi non mi conosce lo sappia, che io la gran parte dei “musicisti” nostrani la manderei seduta stante a lavorare nei campi!), virtuoso notevole e artista del suono dal fascino tout court. Pur da inguaribile estremista sonoro quale sono, dunque formalmente non così vicino alla produzione artistica che l’ha reso maggiormente noto, ho sempre visto in Roy Paci un musicista di quelli di cui riesci rapidamente a percepire la grande cultura che sta alla base della mirabile preparazione tecnica e l’altrettanta profonda passione che mette nel suo far musica, costantemente aperto a ogni altra esperienza musicale rintracciabile per il mondo da cui poter attingere nuova e ulteriore energia e, al contempo, con la quale dialogare e intessere sul pentagramma infinite narrazioni armoniche che poi, per chi ascolta, diventano veri e propri viaggi sonori, divertenti, coinvolgenti, affascinanti, stimolanti – nonché, ribadisco, di gran peso culturale. Riflettendo peraltro pure il sentiero della vita – non solo artistica – di Paci: siciliano verace ma pure – anzi, proprio per questo, cittadino del mondo.

Avere poi l’opportunità di conoscere Roy Paci di persona, e scoprire che tutto ciò si può vedere e percepire nel musicista e nell’artista lo si ritrova pure nell’uomo comune, per di più con simpatia, disponibilità e affabilità più uniche che rare, rende incontri del genere piccoli/grandi momenti di “storia” – ovvio, personale, privata, della quale magari ad altri non frega nulla ma a me sì, e molto.

Anche se, confesso – e l’ho dovuto confessare pure a lui – ad accrescere ancor più l’importanza di Roy Paci per lo scrivente c’era (e c’è) pure un motivo molto più… bizzarro: in base alla celebre teoria dei sei gradi di separazione, Paci è il collegamento necessario per unirmi a uno dei personali miti assoluti, John Zorn, quello che considero IL genio musicale contemporaneo par excellence (ne ho scritto spesso, qui sul blog), con il quale Roy Paci ha collaborato; ma Paci ha collaborato pure con Claudio Parodi, sperimentatore sonoro tra i più apprezzati in Italia, che conosco e che è stato anche ospite nel mio programma radio in una memorabile chiacchierata-fiume che durò qualche ora. Ecco, tre passaggi ovvero solo tre gradi di separazione!

Beh, ok, metto da parte queste mie bizzarrie pseudosociologiche, vado ad ascoltarmi qualche brano degli Aretuska e nel frattempo recupero la “causa” principale della presenza di Paci al Salone: Fight for Freedom, la colonna sonora, firmata insieme a Remo Anzovino, del film di Emanuela Audisio Da Clay ad Alì, la metamorfosi sulla vita del grande Muhammad Alì, presentata appunto a Torino.

Baciamo le mani, eh!

Claudio Cristiani, illustratore

Resto sempre estremamente affascinato nell’ammirare l’opera dei migliori illustratori, perché il disegno è un’arte che conserva in sé un qualcosa di unico, rispetto alle altre discipline figurative. Forse perché è quella attraverso cui la rappresentazione di ciò che abbiamo intorno o di ciò che non c’è ma può esserci nella nostra fantasia si mantiene – se così posso dire – “affabile”: se l’arte visuale propriamente detta oggi tende a (o pretende di) soddisfare la mente, il disegno continua come poche altre cose a saper soddisfare il cuore, senza troppe fughe verso l’ambito concettuale, appunto, ma restando coi piedi per terra, che tuttavia usa per compiere viaggi inimmaginabili e sovente meravigliosi.

Per questo trovo affascinanti i lavori di Claudio Cristiani, illustratore di mirabili capacità figurative e artistiche: perché sì, il disegno di tal livello è arte nel senso più pieno del termine, è rappresentazione della realtà attraverso doti figurative eccezionali e lo è anche nel caso di un lavoro eseguito per un libro di scuola – anzi: per come possa e sappia sollecitare la fantasia dei suoi lettori, così come in ogni altro caso il disegno sa fare rispetto a illustrazioni di altro genere proprio per quella sua dote di affabilità espressiva, lo è anche di più.

In ogni caso volevo scrivere di Claudio Cristiani per un paio d’altri motivi, diversi da quanto finora detto (ah, peraltro quello in testa al post non è che uno “schizzo”… ho detto tutto!): primo, perché delle sue così grandi capacità artistiche sono molto invidioso (beh, ingiustificatamente, ovvio; il disegnatore era una delle cose che avrei voluto fare, da ragazzino, proprio perché l’ho sempre vista come un’espressione grafico-artistica di e della grande libertà creativa individuale); secondo, perché siffatto grande illustratore ho la fortuna di conoscerlo. E conoscere persone così in grado di creare cose belle è un po’ come essere dotati di un ombrello quando scoppia un acquazzone improvviso e la gente d’intorno non ce l’ha.



Cliccate qui per visitare la pagina di Claudio Cristiani nel sito dell’Associazione Autori di Immaginivisionare altri suoi lavori e così conoscerne meglio l’arte.

Il lavoro è un sentiero, una roccia o il ghiaccio vivo (Francesco Nex dixit)

Nato il 6 luglio 1921 a Mattão, in Brasile, ma di famiglia genuinamente valdostana e di prestigiosa tradizione artistica (il padre, Francesco Antonio Nex, emigrò in Brasile nel 1895 ed era figlio del professor Francois Nex, originario di Doues, e di Marianna Artari, discendente da una famiglia di artisti con secoli di storia alle spalle: ne sono un esempio le opere realizzate nelle stanze di Clandon Park a Londra e nel palazzo reale di San Pietroburgo), Francesco Nex è uno di quegli artisti la cui notorietà è inversamente proporzionale alla bellezza delle sue opere. Nella sua carriera ha saputo ottenere eccellenti risultati con ogni tipo di materiale: dalla ceramica al rame, dal cuoio al ferro. Le maggiori soddisfazioni gli sono però arrivate dai coloratissimi “racconti figurati” su seta, allegoria della commedia umana, ambientati in un’atmosfera quasi stupefatta a metà tra favola e realtà. Così diceva Nex in merito alla sua arte: «Nei miei quadri mi piaceva raccontare me stesso e i miei “desaforo”, una parola portoghese che esprime un insieme di scontento, delusione e disamoramento per un mondo che non mi piaceva e che, almeno nei miei quadri, cambiavo.»

Nex è morto nella sua Aosta il 25 dicembre 2013.
Nel sito francesconex.it potete conoscere molto di più sull’artista e sulle sue opere.

P.S.: seppur ne dica di Nex, qui, per via della bella citazione contenuta nell’immagine in testa al post (per la quale devo ringraziare Eliselle), trovo suggestivo dirne proprio oggi insieme ad un altro prestigioso valdostano contemporaneo, Claudio Morandini, del quale – avrete visto – vi ho detto stamani, raccontandovi peraltro delle stesse montagne.