La cosa più inquietante

Nell’immagine che vedete qui sopra, presa dalla pagina Facebook “Alto-Rilievo / Voci di montagna”, secondo voi è più inquietante ciò che vi è raffigurato oppure il testo che vi si legge davanti?

Oppure tutti e due, per una particolare declinazione del principio di causa-effetto?

Cause ed effetti

Ehi?! Come si permettono, questi maledetti crucchi, a sostenere cose del genere? Come a dire che tutti gli italiani siano dei mafiosi!

Ops!
Beh… come a dire che quasi tutti gli italiani siano dei mafiosi. O che alcuni (tanti, sicuramente) non lo siano, ecco.

Tu guarda a volte il “caso”, due notizie di tal genere che si ritrovano pubblicate fianco a fianco – qui sulla home page del sito dell’“Agi”, ieri pomeriggio (cliccate sulle immagini per leggere i relativi articoli).
Anzi no, che dico? Il “caso” non esiste. Mi viene in mente, piuttosto, quello che scrisse Balzac al riguardo:

La causa fa intuire un effetto, come ogni effetto consente di risalire a una causa.

(Honoré de Balzac, La ricerca dell’assoluto, traduzione di Andrea Zanzotto, Garzanti, Milano, 2009; ed.orig.1834.)

La libertà al tempo del coronavirus

[Foto di Nicole Köhler da Pixabay ]
I provvedimenti di limitazione dei movimenti individuali messi in atto dalle istituzioni pubbliche in questo periodo emergenziale, a prescindere che possano essere più o meno giusti e poco o tanto efficaci, arrivano inevitabilmente a mettere in discussione la libertà dell’individuo, la sua definizione sociale (e sociologica) contemporanea, il suo senso e il valore in relazione all’appartenenza ad una collettività. Libertà significa sempre responsabilità, e la responsabilità è sempre la struttura fondamentale sulla quale si costruisce il condiviso senso civico e “politico” (termine che uso qui in riferimento alla “cosa comune” materiale e immateriale della quale tutti facciamo parte) necessario a poterci definire compiutamente “società” e “civiltà”. Senso civico condiviso, ribadisco, cioè ben presente sia nell’ambito pubblico-istituzionale che nell’ambito privato-sociale-individuale, l’uno a sostegno dell’altro e viceversa. Ovvero, se la società civile ha senso civico ma non le istituzioni, o il contrario, la comunità sociale-nazionale-statale sarà sempre traballante; se entrambi gli elementi ce l’hanno, progresso e prosperità sociali, politici e culturali sono pressoché garantiti; se non ne hanno, o ne manifestano sempre meno, che accada una catastrofe socio-politica è solo questione di tempo.

Posto ciò, sono usciti negli ultimi giorni due interessanti e prestigiosi contributi sul tema, che vi voglio proporre citandovene qui un passaggio e augurandomi che possano aiutarvi nell’importantissima, ineludibile riflessione individuale al riguardo. Il primo è di Gianluca Briguglia, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Venezia Ca’ Foscari, è tratto da “Il Post” e si intitola Cosa ci succederà dopo il coronavirus? – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:

[…] Gli eventi ci hanno imposto delle limitazioni e delle possibilità inedite di intervento sulle nostre vite che noi abbiamo accettato (e, ripeto, va bene e meno male).
Ma tutto ciò ha colonizzato la nostra mente come orizzonte di possibilità. Tutto questo entrerà nei dibattiti futuri come realtà possibile, come precedente riapplicabile anche in casi diversi. Fino a un mese fa era roba da Netflix, oggi è uno strumento, che qualcuno vorrà usare perché lo abbiamo già usato. E noi, che abbiamo già visto tutto questo all’opera e ci è stato utile, cosa diremo?
È questo un pericolo potenziale per le nostre libertà? Il concetto stesso di libertà, nel mondo che si prospetterà, cambierà? Del resto la libertà degli antichi non è uguale alla libertà dei moderni, e la libertà classica non sarà forse uguale alla libertà dei postmoderni. Sta per cambiare la nostra idea di libertà? È questo uno dei nodi storici al quale assisteremo?
Non ho la risposta, ma per trovarla e per fare in modo che sia una risposta che ci piace, bisognerà impegnarsi molto e, come diceva quel tale, ci sarà bisogno di tutta la nostra intelligenza, di tutto il nostro entusiasmo, di tutta la nostra forza.

Il secondo contributo è di Nadia Urbinati, professoressa di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, è tratto da “HuffPost” e si intitola Non arrendiamoci a “tacere e obbedire” – cliccate qui per leggerlo nella sua interezza:

[…] Vi è anche un risvolto etico in questa politica della minaccia: non possiamo come cittadini accettare di portare sulle nostre spalle tutto il peso dei limiti del sistema sanitario – del resto deleghiamo le funzioni di governo, non governiamo noi direttamente. E le scelte dei governi, nazionali e regionali, devono essere contemplate nell’attribuzione dei livelli di responsabilità. E invece, non abbiamo sentito ancora una parola di autocritica.
Non dovremmo vergognarci di mettere in dubbio questa logica di un’escalation della repressione. Se la nostra libertà è il problema, allora c’è poco altro da dire.
Ci viene detto che reprimere e chiuderci in casa è una soluzione temporanea. Ma quanto durerà il “temporaneo”?  […] Più delle norme emergenziali, si deve temere l’espansione di questa mentalità dispotica, che vorrebbe neutralizzare dubbi e domande.  Tacere e obbedire. Ma non è un male fare le pulci al vero se, sosteneva J.S. Mill, il vero si atteggia a dogma – se poi è un ‘vero’ in costruzione, allora i dubbi e le domande sono perfino un bene!

 

La banalità di un paese

[Photo credit: socialneuron da Pixabay]
L’Italia è un paese così terribilmente arretrato e provinciale da assumere il concetto di “banalità del male” – ben definito da Hannah Arendt nel suo celebre saggio omonimo sul processo al gerarca nazista Adolf Eichmann – come basilare per il proprio modus vivendi sociale e antropologico contemporaneo. Ciò è chiaramente dimostrato dal caso dell’incidente in Corso Francia a Roma, ennesimo di un elenco lunghissimo, reso funzionale allo scatenare l’ignobile morbosità di un’opinione pubblica a dir poco meschina, d’altro canto per questo assai gradita a chiunque debba e voglia comandarla politicamente in maniera oppressiva senza che ciò sia palese, come nel principio Arendt sostiene nel suo saggio, il cui valore è certamente universale. Un’evoluzione ben più inquietante e becera del panem et circenses romano, insomma, che banalizza sia la genesi del male che la sua manifestazione, annacqua fino a far svanire il senso proprio del fatto reale e sollecita la costruzione di infiniti castelli aerei di scempiaggini atte a generare quel morboso interesse mediatico necessario a ingolfare le menti di tante persone, disattivandone il raziocinio più naturale e ordinario. Ciò si manifesta persino da parte di chi invece dovrebbe rappresentare e diffondere un esempio di sobrietà e rigore, essendo per giunta coinvolto nella vicenda, come il noto e ineffabile avvocato di una delle due parti del caso citato il quale denuncia come una tragedia del genere sia stata trasformata giorno per giorno in una fiction. E da dove lancia tale denuncia? Da un celebre quotidiano nazionale, di qualità un tempo rinomata e oggi ormai smarrita, rispondendo alle domande di un’intervista e offrendo nelle risposte particolari che paiono tratti dal copione di una fiction, contribuendo così ad una ulteriore banalizzazione mediatica della vicenda. Complimenti!

Siamo nel 2020 ma, ineluttabilmente, l’Italia è questa. Un paese sempre più appiccicato alle fesserie da battibecco di piazzetta di provincia e scollato dalla verità dei fatti tanto quanto, e soprattutto, da un futuro di civiltà, che ha deciso da tempo di lobotomizzarsi per evitare qualsiasi obiettiva cognizione di se stesso. Be’, affari suoi, e amen.

 

Lo scandalo infinito

Intanto lor “signori” intonacati, in barba agli ormai incalcolabili casi da tutto il mondo dei quali ogni giorno di più si hanno notizie (ovviamente pressoché ignorate da molti media italiani) e dei relativi procedimenti giudiziari, ma di contro forti della sostanziale impunità garantita loro dalle gerarchie ecclesiastiche – a partire dal capo supremo, quello che molti definiscono “rivoluzionario” – oltre che dalla viltà dei loro fedeli, continuano a palesare tutta la loro pericolosa devianza mentale e morale, da un lato credendosi (e facendosi credere) depositari della parola di Dio in Terra, e dall’altro rendendosi protagonisti di tali ripugnanti episodi (e non solo di questi).
Non resta che sperare che si realizzi al più presto la loro inesorabile sorte, quella di “soffocare” nell’immoralità da essi stessi creata nei secoli. Sarebbe la prova migliore e più concreta dell’esistenza di una “giustizia divina” e, forse, l’unica possibile salvezza per la fede di cui sono così abietti rappresentanti, già.

Questo è il lato più atroce dell’insegnamento morale quale è impartito dai papi e dal clero: che esso sviluppa i lati più vili della natura umana.

(Gaetano Salvemini)