Il paesaggio “potente” della Valle della Pietra (Val Gerola, Sondrio)

Ve ne sono molti, di luoghi nelle Alpi, che sanno condensare nel loro breve spazio gli elementi fondamentali del paesaggio montano, vette, roccia, acqua, neve, boschi, orizzonti, altezze, imponenze, maestosità, bellezza, grandiosità. Ma pochi lo sanno fare con la condensazione di potenza di un luogo che non offre grandi massicci montuosi e altitudini così importanti, che non ha la rinomanza di altri territori e che, per giunta, non è nemmeno sulle Alpi. È l’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina, a compiere un tale prodigio: nella sua parte occidentale, ove il bacino principale si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona, presenta un paesaggio possente, di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano sul cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

La testata della Valle della Pietra vista dai pressi del Rifugio Trona Soliva, in versione estiva. Da sinistra, il Pizzo di Mezzodì, i Denti e il Pizzo di Mezzaluna, la Valle di Trona con la diga e l’omonimo bacino artificiale, il Pizzo di Trona, la Valle d’Inferno nella quale si intravede la diga dell’omonimo bacino sovrastato dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

È un paesaggio alpino alla massima potenza ma senza esserlo, appunto: “tecnicamente” ovvero geograficamente, la valle appartiene alle Prealpi Bergamasche, che tuttavia qui è come se volessero sfidare in stupore e meraviglia i più celebri colossi alpini dirimpetto, i cristalli di granito del Masino e la mole ghiacciata (chissà ancora per quanto) del Disgrazia, ben visibili dalla parte opposta della Valtellina. Loro sì che “Alpi” ce l’hanno scritto sui documenti d’identità geografica, così ben più elevati, più decantati, più frequentati: forse anche in forza di tale sfida le vette prospicienti l’alta Valle della Pietra si sono protese verso l’alto più di quanto la loro originaria sorte orografica aveva forse stabilito, conformandosi in piramidi audaci e nervose, come il Pizzo di Trona o il Varrone, oppure sfilacciandosi in innumerevoli pinnacoli più o meno esili come quelli del Pizzo di Mezzodì o del Pizzo Mezzaluna (notate la suggestiva bellezza dei toponimi della zona, peraltro!), in bilico apparente sul vuoto degli alti circhi o forse così tremolanti perché riflesse, le loro rocce ammonticchiate, nelle acque dei laghi che occupano le conche sommitali, un tempo palcoscenico per chissà quanto scenografici e ruggenti ghiacciai che sembrano svaniti da poco, in fondo.

E poi, a sovrastare con placida ma decisa imponenza su ogni cosa, sua maestà il Tre Signori, vero e proprio fulcro cosmico del territorio al quale le cime intorno fanno da attente guardie e da scudieri fidati, per la cui identificazione basta semplicemente dire «il Pizzo»: è inequivocabilmente lui, il sovrano indiscusso eppure bonario (da questo versante, mentre altrove si fa ben più ardito) con la sua enorme gobba di rocce lisce che sale quasi stancamente verso l’alto come fosse oberata dalla plurimillenaria storia che si porta dietro e che lo stesso suggestivo oronimo segnala, anche se solo in parte. Lassù, sulla sua vetta, si incrociano da secoli storie, domini, genti, culture, confini, aspirazioni, emozioni e vi giungono narrazioni molteplici e poliedriche eppure armoniche che nell’insieme formano la lettura di un romanzo assolutamente coinvolgente e sorprendente, di quelli che non t’aspetti così intriganti perché pensi ad altre come a grandi letture e invece scopri che lo è pure questa, che la lettura di questo territorio è del tutto appassionante in ogni sua pagina, ti prende con l’emozione dell’inaudito svelato, che nei personaggi delle sue storie, siano essi gli antichi Celti o i Romani che probabilmente già sfruttavano l’abbondanza di ferro di queste montagne oppure gli alpeggiatori che da secoli e ancora oggi producono formaggi eccezionali o ancora gli ingegneri e le maestranze che nel Novecento hanno costruito nelle alte conche un piccolo ma significativo “paesaggio idroelettrico” le cui dighe dialogano armonicamente col territorio come sculture moderne in un ampio salone di foggia antica regalandovi avvenenza e attrattiva idriche, ecco, con tutte queste figure che si sono relazionate con i monti della zona viene naturale identificarsi, anche solo percorrendo i loro stessi remoti cammini che intessono lo spazio, percorrono il tempo e, sul terreno, ne codificano il peculiare alfabeto antropologico iscrivendovi le narrazioni di quell’originale romanzo locale.

La stessa foto sopra pubblicata in versione invernale. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

Tutto è potenza alpestre, quassù, e tutto quanto concentrato in un spazio relativamente piccolo che in tal modo concentra pure la bellezza e il fascino, il che dilata la percezione delle sue dimensioni materiali e immateriali rendendolo apparentemente vastissimo, latore di una geografia tanto semplice quanto ampia e articolata, generatore di orizzonti innumerevoli e multiformi che in un solo paio di sguardi unisce la maestosità alpina e la vastità padana. Così, «il Pizzo», i suoi quasi “banali” 2554 metri di quota li gonfia fino a sembrare ben più alto, ben più maestoso e dominante su questo piccolo/grande mondo di inopinate e garbate sorprese, signore indiscusso sulla cui sommità ci si può sentire tutti quanti “re” come ci si sente tali – ci si dovrebbe sentire tali – sui monti: regnanti su tutto, padroneggianti su niente. Eccetto che sulla bellezza e sulla relativa meraviglia: e di esse, in questa valle così alpina senza essere “alpina”, ce n’è un dominio dei più ricchi, potenti ed emozionanti.

David, Jess, Hansjörg

Da sempre frequento le montagne, le studio, le racconto, vi ci lavoro e, soprattutto, le percorro in lungo e in largo. Pratico alpinismo in forme assolutamente blande e, col tempo, mi sono abbastanza allontanato da quella mentalità parecchio “prestazionale” diffusa tra molti alpinisti per la quale pare che una montagna valga soprattutto per quanto vale la possibilità di scalarla, la difficoltà delle vie di salita e, ovviamente, la bravura di chi la salga e ne racconti poi l’impresa in recit d’ascension scritti bene ma sostanzialmente tutti uguali e tutti stucchevoli. Mentalità, peraltro, che non di rado ha causato illogiche rivalità, contenziosi, liti e quant’altro che poco abbia a che fare con la levità delle alte quote.

Di contro, spesso tra gli alpinisti ho incontrato e conosciuto persone meravigliose, donne e uomini che, al di là delle capacità tecniche arrampicatorie, mi hanno rivelato doti umane di raro valore ed effettivamente poco riscontrabili in altri ambiti ugualmente competitivi. Alpinisti che, tolti di mezzo i gradi di difficoltà, i metri saliti, le tempistiche eccetera – quasi fossero, pure questi, “abbigliamenti tecnici” funzionali alla scalata ma poi da togliersi di dosso perché inutili alla definizione del valore umano – appaiono per ciò che alla fine sono, ovvero gran belle persone mosse da una passione pura, sincera e irrefrenabile.

Quanto ho appena affermato vale soprattutto per molti alpinisti delle nuove generazioni, capaci di portare sulle pareti del mondo un atteggiamento alpinistico nuovo, fresco, privo delle belligeranze retoriche d’un tempo, più attento alla relazione tra uomo e locus montis. Come lo erano David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley, dei quali purtroppo è giunta la triste notizia della morte per una valanga, in Canada. Un tragico evento di fronte al quale, come accaduto di recente con Daniele Nardi e Tom Ballard al Nanga Parbat, nessuno che abbia la montagna “dentro” può restare insensibile e non sentirsi parte della comunità di Homo Sapiens che hanno scelto di diventare «conquistatori dell’inutile», come Lionel Terray aveva definito gli alpinisti. Un “inutile” assolutamente e profondamente fondamentale, insopprimibile, sostanziale. Vitale. Anche quando sia proprio la vita ad essere in gioco.

RIP.

Il Resegone

Il Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi; del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fó ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fó, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fó, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

(Brano tratto da questo libro. Se ne siete interessati, contattatemi.)

Jim Bridwell (1944-2018)

La foto qui sopra mi ha sempre affascinato tanto quanto divertito. Perché di quei tre ceffi ritratti si potrebbe pensare di tutto meno a ciò che realmente sono. Sembrano tre tipici hippies degli anni ’70, gente piuttosto avvezza a sostanze non troppo lecite, magari di ritorno da qualche concerto/happening di rock psichedelico o da una manifestazione contro la guerra in Vietnam a bordo di furgoni mezzi scassati e, si direbbe, tipi per nulla sportivi, tutt’altro…

In verità sullo sfondo della fotografia (celeberrima, per la cronaca) c’è qualcosa che fin da subito genera incertezza e curiosità sui soggetti ritratti: è una mitica montagna dello Yosemite, El Capitan, e una parete che ancora oggi è tra le più difficili al mondo, nel mezzo della quale sale The Nose, leggendaria via di arrampicata. Ebbene: quei tre, all’apparenza ordinari e svagati “Figli dei fiori”, in realtà sono appena tornati dalla prima ascensione in giornata della via. Era il 1975, e quell’impresa per i tempi fu qualcosa di “supereroico”, una roba che nessuno poteva credere possibile. Ci misero 15 ore, quando gli scalatori “normali” (per quanto lo potessero essere quelli che sapevano affrontare una via così tremenda) impiegavano qualche giorno. Quei tre fenomeni erano Billy Westbay, a sinistra, John Long a destra e, al centro, Jim Bridwell, uno dei più forti scalatori americani di tutti i tempi e, forse, il più leggendario d’oltreoceano in assoluto. Alpinista fortissimo, autore di alcune tra le più temute vie d’arrampicata del mondo, spirito libero, estroverso, carismatico, generoso, grande innovatore delle tecniche alpinistiche e inventore di attrezzature, personaggio assolutamente iconico e simbolo non solo di qualche generazione di arrampicatori e amanti della montagna ma, in generale, di un’epoca di grande e rivoluzionaria creatività, il cui pensiero (nonché il relativo atteggiamento mentale e spirituale) è ancora oggi una delle basi fondamentali per il progresso culturale – e non solo – del nostro tempo presente.

Purtroppo Bridwell è morto lo scorso venerdì doppio una lunga malattia, a meno di un anno di distanza dall’altra grande leggenda dell’alpinismo americano, Royal Robbins. Figure che a loro modo, e anche dai discosti e vertiginosi recessi verticali montani che frequentavano, hanno saputo compiere una piccola/grande rivoluzione. Personaggi ovvero modelli profondamente esemplari anche oggi, insomma – anzi: soprattutto oggi. Anche per chi di roccia e di scalate non ne sa nulla di nulla.

“Le Nostre Montagne”, un grande successo: e i monti della Val San Martino tornano a risplendere e sorprendere!

Il grande Walter Bonatti, in un celebre passaggio di uno dei suoi libri, affermò che “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi” riassumendo in poche ed efficaci parole il senso del particolare legame che unisce la montagna con le genti che la vivono e abitano. E se salire sui monti ha rappresentato negli ultimi 150 anni una pratica soprattutto ludico-ricreativa, da secoli l’ascendere le montagne è stata per gli uomini un’attività di scoperta, di sussistenza, di sopravvivenza, di godimento delle risorse naturali ma anche di connessione culturale, a volte di matrice spirituale, con quelle terre che si elevavano al di sopra delle pianure in senso tanto orografico quanto metaforico.
Tutto ciò ha assunto un particolare valore per un territorio montuoso proteso come pochi altri verso le pianure iperantropizzate e le loro grandi città ma al contempo capace di offrire ampi spazi di “montanità” genuina, a volte pure selvaggia: le montagne della Val San Martino, una valle aperta verso il piano di Brianza, del milanese e della bergamasca eppure assolutamente montana: non solo per l’altitudine dei suoi territori, anche per la cultura peculiare, le tradizioni, i saperi storici e, appunto, per il legame identitario delle sue genti con i propri monti.

Della storia delle montagne di questa porzione prealpina lombarda narra il nuovo quaderno edito dall’Ecomuseo Val San Martino, firmato di Ruggero Meles e significativamente intitolato Le Nostre Montagne, proprio a segnalare fin dal titolo quel secolare e profondo legame culturale al quale prima si è fatto cenno.
Il quaderno è stato presentato sabato 2 dicembre presso il Monastero di Santa Maria del Lavello, a Calolziocorte (Lecco), nell’ambito di un convegno dal titolo omonimo dedicato all’approfondimento ulteriore delle tematiche culturali (e turistiche) relative ai monti valsanmartinesi riportate da Meles nel volume, il quale ha visto un notevole e per certi versi sorprendente successo di pubblico, con la sala conferenze del Monastero gremita e numerosi presenti costretti a restare in piedi. Successo sorprendente e assai gratificante: certamente per gli organizzatori dell’evento e per i relatori ma, viene da dire, pure per le stesse montagne della Val San Martino, le quali hanno dimostrato (e dimostrano) in tal modo tutto il loro fascino, l’attrattiva e il potenziale valore turistico che possiedono.

Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino, ha aperto il convegno introducendo il pubblico alla conoscenza della “forma” e della “sostanza” dell’istituzione supportata dalla Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino: istituzione forse non ancora così ben conosciuta e compiutamente compresa da molti eppure di importanza a dir poco fondamentale, oggi, in quanto unico soggetto deputato allo studio, alla salvaguardia e alla conoscenza delle numerose emergenze della valle, buona parte delle quali situate proprio nella fascia montana, e per questo riferimento ideale di ogni attività materiale e immateriale che operi a favore della valorizzazione turistico-culturale del territorio valsanmartinese nonché della particolare identità della valle, storicamente “aperta” in qualità di terra di confine da secoli e di contro assai radicata ai suoi monti e al grande patrimonio culturale che custodiscono, in certi casi di eccezionale peculiarità.

Quindi Ruggero Meles ha – per così dire – “raccontato il suo racconto” dei monti della Val San Martino presente in Le Nostre Montagne, il quaderno ecomuseale principale protagonista del convegno nella sua prima uscita pubblica del quale è l’autore. Un racconto ampio, poliedrico, dinamico nello spazio e lungo il tempo durante il quale si è intessuto il profondo legame delle genti valsanmartinesi con le loro montagne; e un racconto che senza dubbio potrebbe occupare, se steso con la massima profusione narrativa, numerosi tomi, ma che Meles ha saputo mirabilmente compendiare nel quaderno senza tuttavia non togliere nulla alla messe di dettagli, alle storie, ai personaggi e alle relative vicende umane, alle nozioni geografiche e culturali, alle suggestioni turistiche nonché alla narrazione della grande bellezza di queste montagne, così ricche di tesori d’ogni sorta e così meritevoli di massima conoscenza da parte del più vasto pubblico: una conoscenza che indubbiamente il nuovo quaderno contribuirà ad accrescere e ad approfondire. Senza dimenticare, peraltro, che i monti di Val San Martino rappresentano la parte meridionale della spettacolare DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, percorsa dall’ultimo Viaggio sulle Orobie organizzato dalla rivista Orobie e coordinato proprio da Meles, ulteriore momento fondamentale alla riscoperta e alla valorizzazione di questi monti e dei loro meravigliosi itinerari in quota.

Il nuovo quaderno ecomuseale, nel suo compito di narrazione delle montagne della Val San Martino, si affianca ad altri importanti ausili di conoscenza culturale che negli anni scorsi hanno ritratto l’intero territorio della valle: le carte dei sentieri realizzate da un attivissimo gruppo di lavoro composto da appassionati ed esperti dei monti in questione e supportato da Ingenia Cartoguide, uno dei più importanti editori cartografici italiani. Patrizio Rigodanza, patron di Ingenia, ha esposto ai presenti l’evoluzione storica delle mappe geografiche, dai primi graffiti preistorici raffiguranti i territori di caccia degli uomini del tempo fino alle tecnologie satellitari contemporanee, evidenziando tuttavia come ancora oggi, nonostante il web, le mappe on line, i navigatori e ogni altra meraviglia (o diavoleria) digitale, pure l’uomo del XXI secolo non possa rinunciare alle prerogative di lettura del territorio che solo una carta geografica può fornire, fornendo essa al contempo i riferimenti più immediati e importanti per permetterci di “ritrovarci” nel mondo che ci circonda: in fondo, dalla geografia scaturisce pure l’antropologia, e una buona carta – pur se avente scopi escursionistici e turistici: quelle prodotte da Ingenia, per inciso, sono considerate tra le migliori sul mercato in senso assoluto – tale correlazione la può dimostrare perfettamente.

Luca Rota, (ri)partendo dagli interventi precedenti e seguendo un “sentiero” dissertatorio assolutamente logico e costantemente riferito alla realtà montana valsanmartinese, ha raccontato al pubblico come grazie al quaderno ecomuseale e alle carte dei sentieri, nonché alle molteplici iniziative di valorizzazione del territorio, si possa – anzi, si debba – non solo riattivare (o rinnovare) la conoscenza culturale del territorio stesso ma pure conseguire una approfondita coscienza di luogo: una consapevolezza strutturata che partendo dalla conoscenza geografica (la rappresentazione cartografica) e dalla cognizione della sua storia e delle peculiarità fondamentali (la narrazione scritta del quaderno), possa rinvigorire l’identità culturale del territorio facendone il motore della più redditizia valorizzazione turistica, da un lato, e della salvaguardia della sua bellezza dall’altro. La montagna vive quando l’uomo vive su di essa e la rende vitale attraverso un’adeguata gestione e una sostenibile valorizzazione: per questo il quaderno ecomuseale, insieme alle carte geografiche, rappresenta un ausilio culturale fondamentale per il turista ma pure, se non soprattutto, per i locali, i quali devono essere i primi a conoscere le proprie montagne al fine di custodirle e promuoverle al meglio.

L’intervento finale del convegno, ma certo bisogna dire l’ultimo ma non ultimo per il suo significato materiale, è stato condotto da Demetrio Perucchini, il quale ha introdotto i presenti alla conoscenza di uno dei più significativi interventi di concreta riscoperta dei monti della Val San Martino, e peraltro di una delle zone di essi meno conosciuta: la costiera Ocone-Camozzera. Qui da qualche mese sono stati aperti due nuovi itinerari di salita alla vetta del Monte Ocone: un sentiero attrezzato, per escursionisti esperti ma accessibile ai più, e una via ferrata tanto ostica quanto spettacolare, che hanno veramente attivato l’attenzione di un vasto pubblico di appassionati di montagna su un versante montuoso apparentemente privo di interesse ma che invece si è rivelato ricco di potenzialità e di selvaggia bellezza, oltre che di panorami e di visuali sulle montagne orobiche e lecchesi a dir poco sensazionali. Un esempio di concreta valorizzazione del territorio, appunto, realizzato in modo per nulla invasivo e totalmente ecosostenibile, attorno al quale si è sviluppata una “sotto-zona” escursionistica che ha pure riportato alla luce (letteralmente) la secolare presenza dell’uomo pure su tali versanti così apparentemente “difficili”, ad esempio con la riscoperta dell’antica mulattiera che dal Passo del Pertüs (o degli Spagnoli) scendeva verso Valsecca in Valle Imagna, della quale si era persa traccia per lungo tempo.

A dare ancor maggiore lustro al convegno è stata la presenza di Paolo Confalonieri, neodirettore di Orobie alla sua prima uscita pubblica con tale incarico, il quale ha rimarcato il grande e proficuo fervore attorno alla DOL scaturito dal citato ultimo Viaggio sulle Orobie nonché la costante attenzione e il supporto della rivista riguardo i monti della Val San Martino, la loro bellezza, le meravigliose peculiarità paesaggistiche e culturali che offrono e le tante affascinanti storie che sanno narrare e offrire al pubblico – dei lettori e, ovviamente ancor più, dei turisti e degli escursionisti.

Gli “onori di casa” finali sono stati espressi da Carlo Greppi, Presidente della Comunità Montana Lario Orientale Val San Martino, che ha sottolineato il grande valore del convegno e il successo del suo compito primario: ridare il giusto valore alle montagne locali, piccolo/grande paradiso prealpino di rara bellezza e insuperabile fascino che merita di essere conosciuto da chiunque – anche perché chiunque transiti da questa zona d’Italia basta che sollevi gli occhi verso l’alto e, inevitabilmente, scorgerà il profilo dei monti di Val San Martino. Da tale semplice azione visiva al dare nuovo valore a quell’affermazione di Walter Bonatti, con cui si è aperto il presente scritto, ci vuole veramente poco: basta la voglia di sorprendersi, ovvero di conoscere un territorio montano straordinario, tra i più belli dell’intera cerchia alpina. Da oggi, grazie a Le Nostre Montagne, sarà una (ri)scoperta ancora più semplice e affascinante.

(Le foto del convegno sono © Giorgio Toneatto.)