La folle antitesi tra “economia” ed “ecologia” sarà la nostra condanna. A meno che…

La decisione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di far uscire gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima – decisione che, lo dico fin da subito, in mancanza di azioni alternative da parte americana, è la scellerata idiozia di uno spaccone ignorante pur se democraticamente eletto (il che la dice lunga sulla bontà del noto assioma “ogni popolo ha i governanti che si merita”!) – mette ancora una volta in luce, e con inopinata drammaticità, la dicotomia esistente tra due vocaboli così fondamentali per il mondo di oggi, “economia” ed “ecologia”, dal momento che Trump ha dichiarato di non voler rispettare l’Accordo di Parigi per “difendere” l’economia americana.

In verità, economia ed ecologia derivano dalla stessa nozione filosofica, ovvero da una identica radice etimologica greca: οἴκος / oikos, “casa”. L’economia, nel senso originario, è la gestione dei beni della casa, l’amministrazione delle cose di famiglia; per estensione, poi, indica la condotta di allocare risorse scarse, in generale, per soddisfare al meglio i bisogni individuali e/o collettivi. L’ecologia – vocabolo ben più recente dacché coniato nel 1869 dal biologo tedesco Ernst Haeckel – usa invece il prefisso “eco-” con un’accezione ben più ampia, indicando la gestione dell’intero ambiente nel quale l’uomo vive la propria vita e col quale interagisce. Un ambiente, tuttavia, che in senso assoluto è a sua volta “casa” dell’umanità, inutile rimarcarlo.

Non è un caso che il concetto moderno di “ecologia” nacque proprio quando, nella seconda metà dell’Ottocento, il progresso industriale divenne impetuoso, aumentando il benessere quotidiano di sempre più persone e dunque legandosi a doppio filo all’accezione ordinaria di “economia” – estremamente correlata alla finanza e al denaro – ma, al contempo, cominciando a pesare in modo evidente sull’ambiente naturale, il cui crescente e sregolato sfruttamento mise in luce la necessità di una gestione e di una salvaguardia di esso, non antitetica all’economia ma equilibrata e proporzionata. Tuttavia questa necessità restò incompresa per lungo tempo, probabilmente per la mancanza di una preparazione culturale, sia nelle masse che nei governanti, atta a comprenderne la portata e l’importanza nel tempo, e ciò concesse ancor più campo libero all’industrializzazione e allo sfruttamento ambientale sempre più sfrenato, con gli inquietanti risultati climatici (e non solo) che ormai da qualche lustro a questa parte sono sotto gli occhi di tutti (ad eccezione del suddetto Presidente americano e di parte del suo entourage, a quanto pare).

Credo che il non aver compreso quanto fosse fondamentale per il progresso della civiltà umana l’armonia tra l’economia e l’ecologia, ovvero quanto fosse deleteria l’antitetica dicotomia tra le due scienze e pratiche antropiche, sia una delle colpe più gravi che noi umanità – almeno la parte teoricamente più avanzata e istruita – ci dobbiamo imputare. Una colpa a cui stiamo solo ora cercando di rimediare, peraltro in modi non così decisi come forse dovrebbero essere (secondo molti l’Accordo di Parigi sul clima è troppo blando, negli obiettivi che si pone) e nella speranza di non essere già andati oltre il punto di non ritorno – cosa invero avvenuta, temo, per alcune emergenze ambientali: ad esempio i ghiacciai, che sulle Alpi e non solo lì sono in rapido disfacimento.

In ogni caso, al di là di accordi politici tra gli stati del mondo, di obiettivi più o meno adeguati e di autentiche o infingarde volontà di conseguirli, mi pare chiaro che continuare a preservare la contraddizione tra l’economia e l’ecologia, come pare stia facendo il Presidente USA Trump, rappresenti la strada più rapida ed “efficace” per la catastrofe ambientale definitiva. Di contro, impegnarsi globalmente per ritrovare un’armonia il più possibile proficua tra le due cose è, io credo, forse l’unica strada da seguire per salvaguardare (o dovrei già dire salvare) il pianeta e noi stessi che ci stiamo sopra e lo abitiamo. Non possiamo pensare di gestire al meglio i beni di casa nostra se nel frattempo il mondo intorno va allo sfacelo: inesorabilmente anche casa nostra sarà distrutta. Se invece sapremo amministrare la casa in cui viviamo in modo sostenibile con l’ambiente d’intorno, e se tutti i proprietari delle altre case faranno lo stesso, il mondo intero ne trarrà giovamento e con lui chiunque ci starà sopra. Anche perché un’economia che non tiene conto degli aspetti ecologici della sua azione finirà per annullare ogni tornaconto ottenuto per via dei danni che inevitabilmente causerà all’ambiente naturale: danni che in modo altrettanto inevitabile si riverbereranno per l’intero globo.

Insomma: in un modo o nell’altro stiamo parlando della nostra οἴκος, di casa nostra. Se vogliamo veramente dirci e ritenerci una civiltà, nel senso più pieno e “meritato” del termine, dovremmo cominciare a capire una così basilare verità. E, ovviamente, contrastare in ogni modo possibile chi invece continua a non capirlo e ad agire in modo contrario: perché sono certo che nessun individuo intelligente e civile gradisca di vedere la propria casa insozzata, contaminata, messa in pericolo, rovinata, distrutta. Nessuno.

Un paese di paesi in montagna, e di genti di montagna

s7dj1rd

La mappa dell’Italia qui raffigurata (cliccateci sopra per ingrandirla) è assolutamente emblematica: in poche parole, illustra l’attuale situazione demografica nazionale, in forza della quale 30 milioni di italiani vivono concentrati in 1.100 comuni – le zone colorate, in pratica – e gli altri 30 milioni nei restanti 7.000 comuni – sparsi in tutta la parte incolore della mappa.

Ovvero: metà della popolazione italiana vive nei paesi e nelle cosiddette aree interne le quali, per tale semplice tanto quanto fondamentale motivo, devono essere considerate dalle istituzioni almeno allo stesso modo di quelle metropolitane e più urbanizzate/antropizzate. Anzi: considerando che la buona parte di quelle aree interne sono di montagna – perché, appunto, l’Italia è un paese fatto di paesi in un territorio fatto in maggioranza di montagne – e quindi aree con difficoltà oggettive (morfologiche, orografiche, climatiche, geologiche, logistiche, eccetera…) cospicue rispetto alle aree di pianura l’attenzione delle istituzioni dovrebbe necessariamente essere maggiore. D’altro canto, risulta ancor più evidente come sia stato nefasto il sostanziale disinteresse istituzionale verso la montagna e le aree interne dei decenni scorsi, che ha causato o ha concorso a provocare molte delle problematiche sociali e sociologiche che ancora oggi gravano sulle Terre Alte e sulle loro genti.

Tutto ciò, con l’auspicio che al riguardo la contemporaneità porti alle istituzioni meditazione, consiglio, cognizione della realtà e proficua volontà d’azione.

P.S.: fonte della mappa: Dataset contenente i dati territoriali e demografici dei Comuni italiani aggiornati al 01/01/2015; Elaborazione Ancitel su dati Istat. Elaborazione: Mario Di Vito. Fonte da cui è stata da me tratta: https://www.facebook.com/loredana.lipperini

P.S.#2: articolo pubblicato su Alta Vita.

Franco Arminio

franco_arminioLui è Franco Arminio, paesologo.

«Paes-che?» forse chiederà qualcuno di voi. Ok, un attimo di pazienza e vi dico tutto.
Di frequente, negli ultimi tempi, mi sono occupato di lavori editoriali (articoli su vari media, libri, testi e curatele culturali su carte geografiche…) basati sullo studio, l’esplorazione e la
conoscenza del paesaggio. Più specificatamente, in ciò che faccio cerco di offrire i più numerosi e approfonditi elementi culturali per fare che le persone possano ritrovare e riallacciare il legame antropologico con il territorio che abitano, riconoscendolo (in primis geograficamente ma poi, e in senso generale, culturalmente) ed essendo consapevoli della propria presenza su di esso e delle tracce che vi restano. D’altro canto – non sono io il primo a sostenerlo e, mi auguro, nemmeno l’ultimo – il paesaggio è un elemento culturale, tra i più potenti ed espressivi: a tale evidenza innegabile si collega quanto vado sostenendo, nelle occasioni pubbliche, ogni volta che ve ne è la possibilità: il paesaggio è come un libro aperto sul quale l’uomo scrive la propria storia, e i segni di scrittura nonché l’alfabeto che narra tale storia sono dati dalle case, i borghi, i paesi, le cascine, le stalle, le strade, i sentieri, le fontane, i muri a secco o d’altro genere, i campi arati, i pascoli… Insomma, tutto ciò che, appunto, è segno della presenza (più o meno proficua, chiaramente) dell’uomo sul territorio, tutto ciò che è vita umana e, di rimando, cultura della civiltà dell’uomo.
Posto ciò, sono tanto vicino in spirito e visioni quanto sempre più interessato a quei personaggi che fanno del paesaggio – quello più o meno antropizzato come quello naturale e “vergine” – il tema fondamentale delle proprie riflessioni pubbliche, e Franco Arminio è senza alcun dubbio tra i più prestigiosi e illuminanti di essi.

Ma, dicevamo, la paesologia: cos’è?

Essa consiste essenzialmente in una forma d’attenzione. È uno sguardo lento e dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma”. Le “creature” sono, soprattutto ma non solo, i paesi di quella parte d’Italia dove Arminio è nato e vive e che lui definisce, con immaginifico epiteto, Irpinia d’Oriente.

Così spiega lo stesso Arminio, citato e puntualizzato da Linnio Accorroni nella recensione pubblicata su L’Indice a Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, uno dei testi più importanti della produzione dello scrittore irpino; ma comprenderete bene come quella contestualizzazione mirata alla propria terra la si possa tranquillamente adattare e allargare all’intera Italia, così ricca di “creature” antropiche tanto ricche di cultura e autentica identità antropologica quanto così spesso bistrattate dalla gestione pubblica del territorio se non abbandonate – fisicamente come in spirito – dalla loro stessa gente, non più resa capace di comprendere il loro valore e dunque quel legame di natura antropologica, appunto, col territorio vissuto.

Vediamo ora di approfondire ancora più il concetto di paesologia, sempre con Franco Arminio e con un testo apparso nel suo blog  http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/:

Che cos’è adesso la paesologia

La paesologia unisce l’attenzione al dettaglio con la spinta verso il sacro, mettere al centro la poesia cambia molte cose, significa mettere al centro della vita la morte, la morte non è una faccenda di un giorno solo, è la faccenda di ogni giorno, la morte muove l’anima, la poesia e la morte portano inevitabilmente a dio, non quello che ci hanno raccontato, un dio che non promette paradisi e inferni, un dio che è semplicemente un punto vuoto a cui approdare, il dio della paesologia è il niente.

La paesologia è sgretolata, arrancante, cerca la vita e la morte, che cerca il tutto e il dettaglio. Forse non ci può accadere niente di grande prima della morte, è come se avessimo un tappo che ci impedisce di scendere o di salire: è bello quando le persone hanno questa possibilità di scendere e salire in se stessi, dobbiamo avere un’ampia oscillazione, ma intanto le parole oggi non vengono fuori, l’anima non mi serve a niente stamattina, adesso devo uscire verso il sole, mettermi dentro il giorno e vedere in che punto del corpo il giorno mette l’anima, l’anima è la cosa di cui abbiamo bisogno, l’anima del mondo è il nostro lutto, più che la fine della comunità dovremmo piangere sull’anima perduta. L’anima del mondo è finita perché sommersa delle merci, le merci ci sono sembrate più comode al posto dell’anima, e la vita è diventata una trafila burocratica, una faccenda gestita da una ragione anemica e sfiduciata. Le merci hanno messo fuori gioco ogni leggenda, fuori gioco il sogno e in fondo anche l’amore, alla fine tutto quello che discende dall’anima è come se fosse messo fuori gioco.

La paesologia è oltre la decrescita, è fuori dalla logica di costruire società e benessere, l’uomo non deve costruire niente, siamo qui nel mondo, siamo qui e non si può dire nient’altro, siamo nel tempo che passa, non c’è niente da risolvere, non c’è una meta da raggiungere. Ci vuole una religione che ci dia quiete, che ci faccia accettare quietamente l’assurdo della condizione umana, ma anche la sua miracolosa bellezza. È bello vivere proprio perché siamo avvolti nel mistero e non abbiamo alcun compito e ogni volta che ce ne diamo uno ci stressiamo, ci mettiamo in una morsa. Ogni istante è uno spingersi verso l’istante successivo cercando di approdare a chissà che, come se quello che ci fosse non bastasse mai e fosse solo la premessa, la traccia di un esercizio da svolgere. Qui è la radice dell’inquinamento, nel sentirsi in colpa se il giorno gira a vuoto. Abbiamo un’anima ingorda e non cambia molto se si è ingordi di denaro o di amore o di divertimento. È l’ingordigia che bisogna spezzare, bisogna capire che la modernità e lo sviluppismo non sono tensioni capitalistiche. Sono molte migliaia di anni che abbiamo preso questa piega. E il cristianesimo l’ha rafforzata. Non ho le idee chiare su questo punto, ci sarebbe da distinguere tra San Francesco e Calvino, bisognerebbe indagare sul passaggio dal nomadismo dei pastori all’agricoltura. Dio è morto quando è nato il primo recinto e noi siamo le sue ceneri.

La paesologia è un soffio visivo sopra queste ceneri. È il batticuore delle creature spaventate: dalla nascita alla morte i nostri sono gli spasmi di un topo finito in una gabbia. L’essenziale c’è prima di nascere e dopo la morte, l’essenziale non è per noi. Dobbiamo accontentarci di qualche attimo di bene quando c’è.

Ecco. Qualcuno ha definito la paesologia una “neoscienza”, tuttavia – io credo – se tale la si deve considerare, è forse l’unica scienza esistente della quale possiamo essere tutti quanti rappresentanti: “scienziati” (se vogliamo restare in tale terminologia) di noi stessi e per noi stessi, ovvero di noi stessi e del territorio che abitiamo, cioè di noi e della nostra identità antropologica – la quale, sia chiarissimo da subito, non ha nulla a che vedere con qualsivoglia accezione di natura pseudo nazionalista-localista, anzi: è sinonimo di sicurezza identitaria e dunque di bagaglio culturale idealmente aperto a qualsiasi altro nonché costantemente pronto al dialogo, alla correlazione, all’integrazione. Esattamente come tra due o più conversatori che abbiano qualcosa di proprio da dire e da offrire agli altri, in un reciproco, costante e proficuo dialogo.

Lo scorso febbraio, a Trevico, si è svolta la seconda Festa d’Inverno della Paesologia. Nell’occasione è stato stilato un manifesto che puntualizza e riassume, in buona sostanza, quelli che sono gli scopi della paesologia e delle comunità provvisorie – nome anche dell’associazione appositamente creata per “promuovere e sperimentare pratiche di paesologia. In particolare promuovere nuove e libere forme di vita e aggregazione nei paesi, con più amorosa attenzione verso quelli più piccoli, isolati e poco frequentati” (dallo statuto).
Quello che è stato dunque definito Manifesto di Trevico così recita, al suo inizio e alla fine (lo potete leggere interamente qui):

Viviamo in un’epoca volante, ma è il volo dentro una pozzanghera.
Stiamo morendo e stiamo guarendo, stanno accadendo tutte e due le cose assieme.
Noi proponiamo l’intreccio di poesia e impegno civile. Abbiamo bisogno di poeti e contadini. Amiamo Pasolini e Scotellaro, amiamo chi sa fare il formaggio, chi mette insieme il computer e il pero selvatico.
Crediamo che bisogna unire le varie esperienze che si vanno opponendo alla deriva finanziaria e totalitaria dell’intero pianeta. Non basta, ad esempio, parlare di decrescita. Non basta la premura di avere prodotti alimentari buoni e sani. Non bastano le battaglie per la difesa del paesaggio e dei beni comuni. E non bastano i partiti che ci sono o quelli che si vorrebbero costruire.
Noi crediamo alle Comunità Provvisorie che uniscono queste esperienze diverse e altre ancora, annidate sui margini. Parliamo di Italia Interna, parliamo di paesi e montagne. Il loro svuotamento in atto da qualche decennio ha effetti che generano nello stesso tempo desolazione e beatitudine.
(…)
La vicenda umana ci sembra commovente quando è capace di alzarsi e abbassarsi nello stesso tempo, quando riusciamo a tenere assieme l’infimo e l’immenso, quello che accade nei palazzi della politica e nelle tane delle formiche. Ci interessa la salute delle persone e quella delle api. Ci interessa la democrazia, la gioia e il dolore. Occuparsi della tutela di un paesaggio ha poco senso se poi non ci accorgiamo dei paesaggi dolenti che appaiono sui volti di troppe persone.
La casa della paesologia non è nata per risolvere i nostri problemi e neppure quelli degli altri. Noi stiamo nel tempo che passa e sappiamo che di questo tempo alla fine rimane qualche attimo di bene che siamo riusciti a darci.
Crediamo che l’arcaico non vada cancellato da nuovismi affaristici. Dobbiamo provare a credere di più a queste nostre verità provvisorie e a farle conoscere con le nostre parole, coi nostri abbracci. Sogno e ragione, paesi e città non più come cose separate, ma luoghi diversi dello stesso amore.

Bene, mi auguro di avervi dato sufficienti input per cominciare a comprendere le tematiche di fondo e, ancor più, per approfondire la ricerca e il lavoro di Franco Arminio – nonché per conoscere meglio lo stesso personaggio e i suoi testi editi. Potete fare tutto ciò nei due blog di riferimento di Arminio, il già citato Comunità provvisorie – la “residenza” principale sul web dello scrittore irpino – e su Casa della paesologia, il blog espressamente dedicato alla paesologia e alla sua “casa”; ma c’è anche la pagina facebook della stessa associazione, qui.

Chiudo con le parole del sindaco di un piccolo comune della Sardegna, Bortigiadas, meno di 800 abitanti nella Gallura più storica, che ha avuto la fortuna di ri-conoscere il proprio paese grazie ad una recente visita di Franco Arminio, nella speranza che chiunque, nel proprio piccolo, possa fare la stessa cosa e diventare a suo modo un paesologo del proprio territorio:

La paesologia invita all’attenzione, ai piccoli gesti, ai saluti, alle gentilezze.
È la forma rivoluzionaria del vivere nella carne delle comunità, dentro al cuore.
Non è la rievocazione del piccolo mondo antico, è l’accelerazione del futuro.
Ha un nemico e non è la città. Il nemico è lo scoraggiatore militante, il rubatore di sogni, l’abigeatario di futuro, il parolaio, il lessico seccato dall’abitudine, la parola smunta nel partitificio.
La paesologia vive nei vicoli occupati dall’indifferenza, dallo scoramento, dall’abbandono. La paesologia non ripopola paesi, ripopola la speranza.
E mette insieme politica, militanza, sviluppo locale, sogni, visioni, poesia, musica, giovani, comunità, agricoltori, pastori, artigiani del sorriso e della lacrima.

Il paesaggio “disordinato”: della Natura, dell’antropizzazione e della nostra “sospesa” capacità di capire cosa abbiamo intorno

sospensioni-636x424Abito per scelta in un piccolo paese delle Prealpi lombarde, a quasi 700 metri di quota e 6/7 km dalla “civiltà”, ovvero dalle zone più antropizzate che adducono alla periferia Nord di Milano. Mica fuori dal mondo, insomma.
Per arrivare lì c’è da percorrere una comoda strada che transita tra frazioni varie e rare zone boschive, eppure non mi è raro sentire qualche “cittadino” che giunge quassù parlare del suo viaggio come se avesse salito lo Stelvio, ovvero transitato attraverso una zona selvaggia o quasi, lontano da ogni considerabile antropizzazione. Di contro, riflettevo giusto qualche tempo fa e consideravo come, a fronte di tali sensazioni provenienti da chi non abita in zona, lungo la strada solo per un breve tratto di un paio di centinaia di metri, in realtà, non vi siano segni antropici – intesi come residenze abitate regolarmente o saltuariamente oppure edifici funzionali di varia natura. Una zona che tanti intendono come totalmente fuori dai centri abitati e dalla presenza abitativa umana in senso ordinario, è invece fittamente segnata dalla presenza dell’uomo: solo che, appunto, i più vengono maggiormente colpiti dai pur radi tratti di Natura che dalla costante antropizzazione, alla quale noi uomini civili contemporanei evidentemente siamo talmente abituati da non rilevarla nemmeno più. Ci sentiamo quasi sperduti nella wilderness a 200 metri di distanza dall’ultima presenza umana, e crediamo “Natura” qualche albero circondato dal cemento di un qualsiasi centro urbano, in pianura così come in montagna.

cipra2In buona sostanza, è avvenuta negli ultimi decenni una trasformazione del territorio basata su logiche sovente illogiche – scusate il gioco di parole, ma rende l’idea – con un miscuglio di elementi naturali ed elementi antropici/urbani, e di questi parte antichi e parte moderni/contemporanei, che sotto molti aspetti riflette bene l’analoga e più generale trasformazione della nostra società nonché della capacità di comprensione delle sue dinamiche – non solo di quelle legate al paesaggio – che possiamo dimostrare noi che la componiamo e viviamo.
Per tali motivi trovo estremamente interessante ed emblematica una mostra fotografica realizzata da Cipra Italia dal (significativo) titolo Sospensioni. Prove di decodificazione dell’Alta Valle di Susa contemporanea già esposta nelle scorse settimane a Torino e resa itinerante duranti la primavera e l’estate prossima, con la cura di Antonio De Rossi, professore ordinario di progettazione architettonica e urbana presso il Politecnico di Torino mentre la Presidente di Cipra Italia Federica Corrado ha seguito il coordinamento scientifico del progetto.
La mostra si inserisce in un percorso di sensibilizzazione culturale che intende considerare le Alpi come luogo di innovazione e fruizione sostenibile. Tale percorso ha avuto come punto di riferimento il territorio dell’alta valle di Susa, in Piemonte, dove da due anni Cipra Italia organizza il Laboratorio Alpino per lo Sviluppo, una piattaforma di dialogo e confronto per i soggetti del territorio e non solo, valorizzando quanto di innovativo il territorio sta sperimentando. Dopo il laboratorio anche la mostra vuole costituire uno spazio e momento di riflessione per lanciare lo sguardo verso nuovi possibili sviluppi sostenibili.

foto-grangiaSia chiaro: non si tratta di una mostra fotografica sui panorami alpini o sulle alte vette che contornano la valle né di una mostra di denuncia su quelle criticità che peraltro sono presenti in questa come in altre valli alpine. Siamo piuttosto in presenza di uno dei luoghi più emblematici della contemporaneità, un intreccio di urbano e montagna, con i centri dell’alta valle storicamente segnati dalle logiche turistiche. Al contempo siamo in presenza di uno spazio estesamente intriso di enclave naturali, di incredibili montagne, di straordinarie testimonianze storiche e culturali. Aspetti che oggi si giustappongono nel paesaggio contemporaneo della valle in modo apparentemente disordinato, ma che in realtà bene restituisce le logiche che stanno dietro la trasformazione del territorio – esattamente quanto riflettevo circa la mia zona, insomma.
Cipra Italia ha dunque chiesto a tre fotografi di descrivere con i loro scatti questi contrasti, con i relativi effetti territoriali, culturali e sociali. I fotografi, Laura Cantarella, Antonio La Grotta e Simone Perolari hanno girato l’Alta Valle Susa nel corso dell’estate, incontrando persone del luogo e visitatori, percorrendo strade di fondovalle, sentieri e itinerari in quota, visitando borgate, alpeggi e centri urbani, cercando di cogliere con i loro obiettivi la contemporaneità del paesaggio alpino, dell’ambiente naturale, della cultura e dell’economia alpina.

cipra3Una mostra molto interessante, ribadisco, che mi auguro potrete e vorrete visitare. Inoltre, e a prescindere dalla mostra, provate a risensibilizzare lo sguardo verso il paesaggio che avete intorno, soprattutto se abitate in una zona (apparentemente) poco antropizzata. Anche qui mi viene da dire – come sostengo spesso e in diverse circostanze – che il territorio, il paesaggio in cui viviamo, è una sorta di libro aperto sul quale noi tutti scriviamo una narrazione ovvero una storia (più o meno) condivisa, la cui scrittura è data dai segni stessi che lasciamo su quel territorio: borghi, case, strade, sentieri, campi coltivati, stalle, fontane, muri… tutto quanto, insomma, che segnali il nostro passaggio. E’ una scrittura che dovremmo sempre saper stendere al meglio, perché ci racconta ora e ci racconterà a lungo, negli anni futuri, in modi spesso ben difficilmente cancellabili.

P.S.: le foto presenti nell’articolo sono ovviamente tratte dalla mostra.

“Ma come! Da solo?” (Sull’alto valore sociale della solitudine, e su chi non lo sa riconoscere)

image“E te ne vai in montagna da solo?”
Quante volte mi sono sentito obiettare un’affermazione del genere! – in pratica, ogni volta o quasi dicevo e dico che non ho alcun problema ad andare per boschi, monti, vette e zone selvagge in compagnia soltanto di me stesso. E non per bieco solipsismo o per (comprensibile, spesso) misantropia, ma perché trovo che la solitudine in ambiente naturale è, oggi, l’unica condizione nella quale si possa nuovamente, e in modo intenso e costruttivo, avere a che fare con sé stessi. Avere a che fare con ciò che si è, con la propria reale natura umana (nella Natura propriamente detta, non casualmente), con le proprie idee che, in certi contesti, non disturbate da null’altro di antropico, facilmente si generano e sviluppano in un modo più genuino e sincero del solito, ovvero privo di qualsiasi sovrastruttura mentale/intellettuale estranea.
Tanti, invece, strabuzzano gli occhi, letteralmente terrorizzati di restarsene soli. Ovviamente (non credo dovrei precisarlo, ma tant’è) non mi riferisco alla solitudine forzata, quella a cui costringono le sfortune della vita quotidiana, ma al restarsene consapevolmente e scientemente soli con sé stessi. Ecco, a volte ho l’impressione che parecchia gente abbia soprattutto questa grande paura: potersi trovare a dover fare i conti con sé stessi, ovvero – forse – privati di qualsiasi “protezione” sociale e urbana, a scoprirsi ciò che non si pensa di essere e non si vorrebbe essere. Siamo così costretti al giorno d’oggi, anche con brutalità peraltro non intesa e percepita, a doverci continuamente relazionare con chiunque ci stia intorno, a doverci sentire parte (conforme e conformata) del gruppo umano, a dover interagire con esso cercando il più possibile di metterci in evidenza per non percepirci ai margini di quel gruppo, appunto. Non è un caso che di frequente si insista sulla peculiarità “social” del web contemporaneo: cosa bellissima e comprensibilissima, sia chiaro, ma assolutamente non eliminante la bontà, il senso e l’essenza della condizione opposta – non di asocialità, ribadisco, ma di distacco temporaneo dall’ambito sociale e dai suoi meccanismi ordinari (appunto definibili anche come “conformismi”, se così si vuole). Senza poi citare tutte quelle varie cose che di questi tempi vengono ritenute “socializzanti” – da quelle più banali, tipo i selfie, ai riti collettivi di varia natura che ammettono solo partecipazione e inclusione, non dissenso ed esclusione. Eppure, non vi pare che di frequente tutti questi esercizi socializzanti siano in verità manifestazioni autoescludenti, o autoghettizzanti? Il selfie, tanto per dire, serve per farci vedere e relazionarci con gli altri oppure serve per metterci al centro di tutto escludendo ogni altra cosa intorno? Oppure, all’estremo opposto: il dover essere parte di un gruppo, così da sentirsi in qualche modo “importanti”, non è in verità un subdolo metodo di annullamento individuale col quale, paradossalmente, nell’inclusione uniformante e massificante, perdiamo del tutto ciò che crediamo di poter conseguire?
Tuttavia, sono convintissimo che proprio la scelta di una solitudine periodica, attuata in ambito il meno possibile antropizzato, sia il modo migliore per riguadagnare una socialità nuovamente virtuosa e veramente civile. Forse solo se si è in grado di fare i conti con sé stessi si può pensare di poter fare i conti con gli altri: e se questa non è una condizione dalla valenza generale, senza dubbio è una concreta possibilità di evoluzione sociale dal singolare al collettivo. Forse anche per tale motivo è cosa tanto poco praticata e ritenuta dai più non ordinaria, se non addirittura bizzarra, e forse proprio per ciò la nostra civiltà, così ben fornita di strumenti di socializzazione d’ogni sorta, digitali o meno, è di frequente tanto carente di autentica e umana socialità.
Quindi sì, me ne vado in montagna da solo. Sui monti, per boschi, valli, zone più o meno lontane da qualsiasi presenza umana, dove ancora si possa trovare la quiete dal rumore bianco antropico, dove nulla possa disturbare la riconnessione con la parte più genuina del mondo in cui viviamo, ovvero con la similare parte di me stesso. Per poco tempo o per intere giornate non importa, non è questa una cosa che abbisogni di unità di misura spaziali o temporali per ritrovarmi nuovamente solo, tra me e me e null’altro, coi miei pensieri, le mie emozioni, le mie sensazioni, gli istinti e i raziocini, la forma la sostanza e l’essenza di chi sono e ciò che sono.
Si riguadagna la conoscenza della propria presenza nel mondo, credetemi, e del senso di essa, se non del senso generale dell’intera propria vita. Ma anche senza ottenere un così alto risultato, anche solo con l’essersi trovati nella condizione ideale per poterlo mirare, anche essendo riusciti a trovarci in fronte a noi stessi solo per qualche momento e a guardarci negli occhi – lo sguardo della mente in quello del cuore, e dell’animo e dello spirito – si potrà tornare nella iper-antropizzata civiltà contemporanea con qualcosa di più, a partire da una maggiore consapevolezza di sé stessi e altrettanta potenziali maggior fiducia in sé stessi. E converrete che non è affatto poco.

(Nell’immagine in testa al post: Leonid Afremov, Alone in the fog.)