






Per affrontare con successo i più importanti problemi internazionali come la disponibilità di acqua dolce, nei decenni a venire tutte le culture avranno bisogno di una comprensione empatica. Sorgono però delle questioni. Come potrà operare l’empatia su vasta scala all’interno di culture dove ancora regna il sospetto verso la difficile situazione degli stranieri? O nelle culture già sull’orlo del disfacimento a causa della guerra, della pressione ambientale, degli abusi dei dittatori? O ancora, nelle culture indifferenti al destino di hi vive oltre il proprio confine e convinte che la loro totale disintegrazione non avrà conseguenze?
[Barry Lopez, Horizon, Edizioni Black Coffee, 2022, traduzione, prefazione e cura di Davide S. Sapienza, pag.475. Trovate la mia recensione al libro qui.]
Nei paesi anglosassoni, molto più avanzati dei nostri negli studi psicosociali, esiste una disciplina della psicologia ambientale che si chiama empatia ecologica, o eco-empatia, che analizza e valuta la connessione e gli atteggiamenti degli individui nei confronti della natura e del mondo in generale inteso come ecosistema. Sarebbe una perfetta base psicologica e culturale sulla quale costruire la comprensione empatica tra le varie culture umane che abitano il macro-ecosistema mondo invocata da Lopez. Tuttavia, visto come ancora molta parte della nostra civiltà, anche la più avanzata, si pone nei confronti della natura, temo che quanto affermato da Lopez al momento sia da considerare pura utopia. E si vede benissimo, leggendo le cronache quotidiane di ciò che accade sul nostro pianeta tra le diverse culture che lo abitano.
Nonostante le innovazioni tecnologiche che hanno portato un’omogenizzazione culturale in quasi tutto il mondo, viaggiare aiuta il girovago curioso e attento a capire quanto sia profondo il concetto che un posto è sempre e davvero come nessun altro. Viaggiare incoraggia a rivedere i giudizi tramandati e la diffusione dei pregiudizi. Predispone la mente a considerare il contesto, liberandola dalla dittatura delle verità assolute sull’umanità. Aiuta a capire che non tutte le persone vogliono percorrere la stessa strada, perché preferiscono essere sulla propria.
[Barry Lopez, Horizon, Edizioni Black Coffee, 2022, traduzione, prefazione e cura di Davide S. Sapienza, pag.332. Trovate la mia recensione al libro qui – spoiler: è un libro da leggere assolutamente! Nella foto: in viaggio nella Lapin maakunta, la Lapponia finlandese, agosto 2010.]
Vi dirò: per raccontarvi del libro sul quale state per leggere, mi verrebbe da scrivere lo stesso incipit che formulai per Sogni artici, «È un libro di Barry Lopez, il più grande scrittore americano (e forse più grande in assoluto) di Natura e paesaggi: serve aggiungere altro, al riguardo?»
Ecco, idem per Horizon (Edizioni Black Coffee, 2022, con traduzione, prefazione e cura di Davide S. Sapienza) il quale, se possibile, accresce ancor più la grandezza narrativa, artistica, scientifica, umanistica e filosofica, di Barry Lopez, veramente una pietra miliare della letteratura dedicata in qualsiasi modo al nostro pianeta e a noi che lo abitiamo, a volte armoniosamente, altre volte ignobilmente. Al punto che un libro così, anche per il suo spessore (più di 630 pagine!) abbisogna di una doppia recensione.
La prima, al libro: ribadisco, è un altro capolavoro della letteratura del paesaggio che Barry Lopez come pochi altri ha saputo donarci. I racconti che lo compongono – novelle, diari di viaggio, biografie, saggi, confessioni… ognuno di essi è tante cose allo stesso tempo – sono uno più bello dell’altro seppur, per quanto mi riguarda, li ho trovati di bellezza crescente, con gli ultimi particolarmente affascinanti, evocativi, illuminanti, struggenti, potenti. Tuttavia, ribadisco, non si possono veramente pensare graduatorie di sorta con i testi di Lopez: ogni sua pagina è la visione di un mappamondo sulla cui superficie non si legga solo la geografia del pianeta ma anche la storia, i paesaggi, le tracce lasciate dalle genti, l’anima dei luoghi, lo spirito, la presenza del loro Genius Loci […]

Sulle nostre Alpi i ghiacciai probabilmente (ma speriamo di no) spariranno quasi del tutto entro la fine di questo secolo, quelli dell’Himalaya e delle Ande non sono messi molto meglio e pure le ampie masse di ghiaccio iperboree, quelli delle terre intorno al Polo Nord, continuano a diminuire.
Per noi terrestri l’ultima “speranza glaciale” resta l’Antartide, anch’essa in sofferenza ma che, posta la sua vastità, permarrà ancora a lungo la più grande zona glaciale della Terra. Tuttavia di tale inestimabile tesoro di ghiaccio ne dobbiamo avere cura, tutti quanti, e altrettanto curare in noi la consapevolezza della sua delicatezza: sotto qualsiasi punto di vista ecologico, climatico, ambientale nonché perché l’Antartide è una sorta di mondo nel mondo, di pianeta alieno sulla Terra, il luogo che più si avvicina alle sembianze di un altro mondo. Lo dimostra bene l’immagine satellitare che vedete lì sopra, in realtà una composizione di più immagini ottenute dal satellite Aqua e dai suoi vari strumenti e poi elaborata dalla NASA il 21 settembre del 2005, in un periodo – che corrisponde alla fine dell’inverno australe – nel quale l’estensione e la concentrazione del ghiaccio raggiungono il massimo stagionale. A questo link potete anche vedere, navigare e scaricare l’immagine ad alta risoluzione (c’è anche quella dei ghiacci boreali, peraltro).
Purtroppo, se l’evoluzione del cambiamento climatico in corso continua come i report scientifici prevedono, c’è il rischio nel prossimo futuro che l’idea e la nozione più consone ai termini “ghiaccio” e “ghiacciaio” saranno solo quelle provenienti dall’Antartide. Per questo il continente antartico è e deve restare un luogo speciale, da preservare in ogni modo da qualsiasi intervento antropico non scientifico e troppo impattante. Una cura e un’attenzione che per certi versi e almeno in alcune circostanze avremmo dovuto – e dovremmo ancora – manifestare anche sulle nostre montagne ma, per inconsapevolezza o per negligenza, non abbiamo saputo – e non sappiamo ancora – palesare.
