
C’è un architetto di Lima, in Perù, Karina Puente, che sta portando avanti un progetto artistico-letterario piuttosto ambizioso, soprattutto in senso “visionario”: realizzare delle illustrazioni per ciascuna delle 55 città descritte da Italo Calvino nel suo capolavoro Le Città invisibili.

Dice Puente (traggo le sue parole da qui): “Ogni disegno scaturisce da un processo concettuale e alcune richiedono più tempo di altre. […] Non sono semplici disegni, utilizzo diversi tipi di carta e disegno su ciascuno di essi prima di ritagliarli col taglierino. Ogni illustrazione è composta da diversi strati di carta ritagliati e incollati.”

C’è la suggestione di illustrazioni certamente intriganti per nella loro apparente semplicità (ma può essere realmente semplice ciò che si prefigga di rendere “visibile” un romanzo così fuori dagli schemi?), insomma, e ancor più c’è la conferma di come Le Città invisibili sia uno dei libri più affascinanti, magnetici e ispiranti della letteratura moderno-contemporanea, una creazione letteraria e culturale fuori dallo spazio – come effettivamente lo sono, le 55 città descritte – tanto quanto dal tempo nonché, ancora oggi, da qualsiasi ordinarietà. Doti proprie di un autentico capolavoro, senza dubbio, che non smetterà di suggestionare innumerevoli future generazioni: perché in fondo, anche se Karina Puente ci offre una (sua) visione delle 55 città calviniane, la loro verità continua a sfuggire a chiunque.

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del progetto di Karina Puente.



[…] Oggi ci troviamo dinanzi non solo ad una disinvolta riscrittura della storia, tale poiché piegata alle esigenze di certe letture personaliste, identitarie e, quindi, nettamente faziose, ma anche alla convinzione che così facendo ci si comporti in omaggio ad una non meglio precisata “libertà”. Il pessimo uso dell’idea del passato, infatti, non ha molto a che fare con l’indifferenza in quanto tale verso i trascorsi. Semmai è una licenza di rilettura che, simulando la novità, il clamore, il rimando al sensazionalismo, disintegra il significato condiviso e l’accordo su come interpretare i segni e le tracce che ci sono pervenute da chi ci ha preceduti. La non comprensione, allora, non corrisponde ad un rifiuto o ad una rimozione. Non è il vuoto dell’ignoranza ma il pieno della tracotanza. Poiché chi non comprende ha in genere la presunzione di già sapere, non necessitandogli nessuna verifica. La storia diventa allora un bricolage, dove si tolgono e si mettono a proprio piacere tasselli di un castello immaginario. La presunzione, in questo caso, cancella non solo la complessità di quello che è stato ma anche le difficoltà del presente, contrapponendo all’una e alle altre i semplicismi intollerabili delle banalizzazioni e degli schematismi. Una falsa rassicurazione è, quasi sempre, il timbro prevalente nella melodia dei pifferai magici di ogni tempo e di qualsiasi dove. La meta è però una sola, e coincide con l’abisso della ragione.