Camminare è un’arte! – anche domenica 24, a Torre De’ Busi!

Immagine-mappa-triplaDomenica prossima, 24 luglio, nella bella località di Torre De’ Busi, in occasione di una nuova presentazione della “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta e da poco pubblicata da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro, tornerò a raccontarvi di come camminare sia né più né meno che una pratica artistica.
Sì, un’arte: come il pittore traccia i propri segni cromatici sulla tela, come lo scultore incide e modella la materia “bruta” o come il perfomer che genera espressività artistica da gesti e azioni… camminare è un pratica estetica, e se compiuta nel paesaggio naturale che è sinonimo (di matrice a sua volta estetica ma non solo) di bellezza, può ben diventare un gesto d’arte, già, di quell’arte che è espressione e rappresentazione più intensa, profonda e autentica della vita. Dunque, vi dico che una carta dei sentieri – oltre a un libro di storia, di geografia, un saggio di antropologia culturale e sociologia, uno specchio (proprio così!) e molte altre cose, può anche essere un testo didattico d’arte. Non ci credete? Ve lo dimostrerò, invece, e in modo indubitabile.

(Cliccateci sopra, se volete visualizzare il volantino in un formato più grande.)
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In verità, di tali elucubrazioni sulla pratica del camminare ne ho (in minima parte) già scritto nell’articolo pubblicato qui sul blog in occasione della prima presentazione della carta, lo scorso 5 luglio; ma se, ribadisco, avrete occasione di essere presenti domenica 24 a Torre De’ Busi – peraltro in un luogo che è pure esso potente rappresentazione di bellezza storica, artistica e architettonica, il complesso di San Michele con l’annesso Oratorio di Santo Stefano – vi condurrò in modo più completo e suggestivo attraverso i temi qui citati, anche grazie a una presentazione multimediale in tema. Non di meno, avrete la primaria possibilità di conoscere la nuova carta ovvero una delle più belle zone montane delle Prealpi Lombarde, dal fascino tanto discreto quanto irresistibile.
Se potete non mancate, insomma.

Camminare è un arte! (Ovvero: sulla prossima presentazione d’una nuova carta dei sentieri…)

Immagine-mappa-triplaMartedì 5 luglio prossimo, a Carenno, bellissima località sulle Prealpi Bergamasche a Sud del manzoniano Resegone, ci sarà la prima presentazione pubblica della nuova “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro. Altre presentazioni seguiranno, in località della zona interessata dalla carta (e non solo), nelle settimane successive.
La carta copre una delle più belle porzioni di territorio collinare e montano delle Prealpi lombarde, compreso tra il gruppo del Resegone e la vetta del Monte Linzone, tra le Valli Imagna e San Martino: zona di bellissimi sentieri e panorami infiniti, di innumerevoli emergenze storiche, architettoniche, rurali e culturali in genere, di tesori geologici, paleontologici, speleologici, botanici, di foreste maestose, alberi monumentali, sublimi ondulazioni prative, luoghi misteriosi e ancora selvaggi ove si tramandano leggende dal sapore ancestrale ma pure dove si può studiare, ad esempio, l’evoluzione della novecentesca frequentazione turistica della montagna – in fondo sono monti, questi, che distano neanche un’ora d’auto dal centro di Milano… Insomma, una zona da conoscere a fondo e frequentare assiduamente, per quante sorprese può donare a chi la esplora.

Quello con Ingenia è un lavoro che ormai da due stagioni porto avanti e che mi permette di concretizzare geo-graficamente, per così “letteralmente” dire, le attività di studio culturale (in senso generale) del territorio variamente antropizzato, in particolare di quello di montagna, portandole a supporto di quella che è l’opera par excellence di rappresentazione della Terra, ovvero del territorio nel quale viviamo e col quale interagiamo, più o meno virtuosamente.
Una carta geografica, ancor più se dotata d’una funzionalità escursionistica altamente dettagliata – come è la norma per le produzioni Ingenia – è veramente un’opera nel senso più alto e ampio del termine. Non solo un foglio riportante una rappresentazione del terreno con strade, case, sentieri o che altro, ma un perfetto connubio tra i due elementi sostanziali che connotano un’autentica opera creativa: corpus mysticum e corpus mechanicum, cioè il contenuto intellettuale, con il messaggio tematico e culturale proprio, e il supporto materiale, con le funzionalità pratiche ad esso conferite.
Insomma, in parole più semplici: una carta dei sentieri non è soltanto uno strumento utile a raggiungere il rifugio sui monti ove mangiarsi un piatto di polenta ovvero a non perdersi tra boschi e valli. In primis, essa è la migliore, più immediata ed efficace e a volte più estetica rappresentazione del territorio, un formidabile strumento di conoscenza il quale, attraverso i propri segni grafici, ci rende subito l’idea, la forma, la sostanza e il valore (da intendersi “culturale” in senso lato, dunque pure antropologico e sociologico) di quel pezzo di pianeta al quale fa riferimento nonché della gente che lo ha abitato e lo abita tutt’ora. Per questo, la carta dei sentieri è anche un dettagliatissimo e illuminante testo storico: ogni traccia umana riportata sul fondo grafico – strade, sentieri, mulattiere, case e paesi, edifici religiosi e rurali, fontane, sorgenti e così via – ci racconta la storia di chi è transitato su quelle strade e sentieri, sul perché sia transitato proprio lì e non altrove, su dove si sia fermato e abbia reso stanziale il suo transito, eccetera. Ribadisco sempre che il territorio è come un libro aperto sulle cui pagine l’uomo ha scritto la propria storia, e i segni grafici di tale scrittura storica sono proprio gli itinerari, le case, i paesi e ogni altra impronta antropica lasciati nel corso dei secoli.
D’altro canto con ciò non sto scoprendo nulla di nuovo: semmai riaffermo da par mio quanto attestato in passato da grandi personaggi della geografia, veri e propri filosofi della Terra come Élisée Reclus, il quale forse più di ogni altro mise in evidenza e sancì in modo ineluttabile il legame strettissimo tra storia e geografia: due discipline l’una causa/effetto dell’altra dacché la prima ha da sempre determinato la seconda – ben più che i confini politici tracciati dai potenti, ad esempio – e la seconda ha inevitabilmente influenzato la prima, su grande scala ma pure nei piccoli territori.
Ma vado ancora oltre: una carta dei sentieri può essere anche – inopinatamente ma pure innegabilmente, e capirete a breve il perché – un testo didattico d’arte. Già, proprio così: il territorio ovvero il paesaggio, infatti, è un elemento culturale – non lo dico io ma è la stessa UNESCO a sancirlo, oltre che l’articolo 1 della Convenzione Europea del Paesaggio) – “il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici)” – appunto. Non solo, dacché nel paesaggio è evidente anche il valore estetico, suscitante reazioni emozionali né più ne meno simili a quelle generate dalle opere d’arte: è inutile dire che è proprio il paesaggio uno degli elementi che più facilmente le persone assimilano al concetto di “bellezza”, dunque a quel valore estetico-emozionale che, come detto, rimanda direttamente all’espressività artistica. Che è, però, attività umana: ma qual è lo “strumento” primario a disposizione dell’uomo per correlarsi all’elemento culturale e “artistico” che è il paesaggio? Risposta semplicissima: il camminare. Attività “ovvia” dell’essere umano eppure fondamentale forse come nessun altra per l’evoluzione della nostra civiltà e, nella notte dei tempi come oggi, pratica insostituibile per la conoscenza, l’esplorazione, la lettura, la comprensione e l’approfondimento culturale del paesaggio, ovvero del territorio in cui ci si ritrova a muoversi. Per questo il camminare può e deve (anche) essere considerata una pratica esteticaFrancesco Careri ha scritto un bellissimo volume sul tema, nel quale peraltro racconta come effettivamente diversi movimenti artistici (e relativi esponenti) del Novecento hanno considerato il cammino come una forma artistica, dal Dada ai Lettristi fino alla contemporanea Land Art – e, per lo stesso motivo ovvero per conseguenza, tornando a quanto asserito poco fa: ebbene sì, una carta di sentieri, in quanto primario strumento d’invito al camminare nel territorio naturale e di cognizione non solo geografica di tale pratica, può essere ben considerata anche un testo didattico d’arte. Assolutamente.

Carenno02
Se sarete in zona, dunque, vi invito alla suddetta presentazione di martedì 5 luglio a Carenno. Ne uscirete con una considerazione ben più ricca e approfondita d’un gesto così elementare e ugualmente trascurato come il camminare. In fondo, come spesso accade, è nelle piccole cose che si generano le più grandi e importanti verità, così come dai minimi gesti individuali possono scaturire le più grandi e virtuose rivoluzioni…

Considerazioni “primaverili” (cioè a caldo ma non troppo) sul Salone del Libro 2016

salone2016«Beh, grazie, il Salone lo fanno in primavera, è ovvio che le considerazioni sul tema siano tali!» dirà qualcuno. Certo, scontato rimarcarlo; invece meno scontato lo è stato, l’evento torinese, fino a mica troppe settimane fa, rimasto a lungo pericolosamente barcollante per parecchi colpi di vento turbinoso (ma pure per proprie zoppìe, eh!) e invece alla fine rimesso in sesto con poderose e provvidenziali zavorre di dné (è dialetto piemontese e termine ben intuibile, credo) e ora appena chiuso e passato alla cronaca con le prime dichiarazioni dei suoi reggenti (riportare da numerosi media: io le ricavo da qui)… dalle quali si possono ricavare alcune considerazioni sul tema, appunto, e ancor più in vista dei cambiamenti già preannunciati (ma niente affatto determinati) per il prossimo anno.
Partiamo da quanto ha comunicato la presidente della Fondazione che organizza il Salone, Giovanna Milella:

Quest’anno abbiamo staccato 126.406 biglietti. Un risultato che va oltre quelli di dodici mesi fa. Si tratta di un più 3,1 percento in più rispetto al 2015, quando i tagliandi emessi furono 122.638.

Mmmm… attenta, presidente Milella, che a parlare di Salone e biglietti si rischia di entrare in un campo minato!

Abbiamo scelto di comunicare i dati più concreti, cioè i biglietti venduti.

Ah, ok. Certo, questo rende le false cifre sparate fino allo scorso anno (300mila e più biglietti… no comment!) ancora più irritanti, da un lato, e ridicole dall’altro, ma almeno si è ripristinata una apprezzabile (e inevitabile, d’altronde) obiettività. Di contro, non è detto che ai biglietti venduti corrispondano altrettanti ingressi effettivi al Salone, inoltre il dato può fare da cronaca e regalare ai giornalisti un po’ di facezie in più da riportare nei loro resoconti ma non credo sia il più importante e significativo – anzi, tutt’altro. Comunque, ribadisco, almeno i conti da questo punto di vista sono tornati, pare.
Andiamo avanti. Sempre Giovanna Milella:

Al Salone sorridono anche gli editori: Feltrinelli ha fatto registrare un più 5 per cento di vendite rispetto allo scorso anno, per De Agostini e Interlinea più  10, mentre Einaudi ha avuto addirittura un più 30 grazie soprattutto a “Scusate il disordine” di Luciano Ligabue. – (vabbé… – n.d.s.) – Meglio ancora ha fatto la casa editrice Sur (più 35), mentre Emos Audiolibri si è fermata ad un incremento del 15-20 per cento. Più 25 anche per Donzelli Editore, 30 per Perrone Editore, 40 per Blu Edizioni, più 20 per le Edizioni Del Baldo, più 30 per Giuntina. Poche le note negative: meno 10 per cento per Scritturapura, stessa performance per Miraggi.

Ecco: qui io, puntualmente, storco il naso, perché non credo proprio che lo scopo principale del Salone di Torino sia vendere libri, ovvero sia quello di essere una specie di mercatone del libro-sconto-fiera-prendi-3-paghi-2. No. E dico no perché che si vendano più libri al Salone (il che in sé mi può far pure piacere, sia chiaro) per poi leggere sulla stampa e sul web della costante moria dei librai – soprattutto di quelli indipendenti ovvero non di catena ovvero non con le spalle (più) coperte, che poi pure questi chiudono, eh! – mi pare una cosa del tutto fuori da ogni logica, seppur possa capire che il visitatore si faccia cogliere dall’entusiasmo dell’evento e compri quello che altrimenti non comprerebbe in un lustro. Peccato però che il salone duri 5 giorni mentre i librai debbano resistere per 360 giorni in più a combattere nella situazione di mercato che ci ritroviamo, e se (ragionando in linea di principio) qualche libro venduto al Salone in questi anni fosse acquistato in libreria, beh, qualche ruga in meno sulla faccia dei librai forse la vedrei.
Passiamo ora al direttore del Salone, Ernesto Ferrero, al suo ultimo mandato:

Questa manifestazione ha saputo arrivare a un grande risultato nonostante tutto. Ha vinto la squadra che si è dimostrata più forte di invidie e critiche anche eccessive, e delle enormi difficoltà finanziarie e burocratiche che potevano bloccarla.

Eh, l’ha detto, esimio (ex) direttore Ferrero: enormi difficoltà finanziarie e burocratiche. Che ora pare siano state risolte, ma si sa che di questi tempi di ostacoli simili ne spuntano all’improvviso come funghi, senza contare che il Salone deve comunque (anche) essere un’azienda (termine brutto ma consono) che crea utili e non perdite, come accaduto fino allo scorso anno. Purtroppo nessuno vive di aria e tanto meno (anzi, tanto peggio!) nell’ambito culturale, dove non solo di soldi non ce ne sono mai abbastanza ma quei pochi che ci sono si fa di tutto per farli sparire (perché “con la cultura non si mangia” (cit.), ricordate no?)
Di nuovo Ferrero:

Gli editori sono preoccupati di tutto questo parlare di cambiamento. Stanno assaporando il successo di quest’anno e già si sentono dire che andranno cambiate molte cose. A chi prenderà le redini raccomando di andare piano, documentarsi sui dossier, perché questa è una formula che funziona. Sicuramente da ammodernare, ma funziona.

Eh già, vanno cambiate (ancora) molte cose, al salone, se si vuole che la sua vita si allunghi di parecchio e resti in salute per lungo tempo. La formula funziona ma il rischio che diventi stantia (se non lo è già) è possente – con in più quella costante sensazione di mega-sagra paesana coi libri al posto delle salamelle che è simpatica, divertente, pure coinvolgente ma, in certi casi, parecchio avulsa dal concetto culturale (imprescindibile, se non vogliamo la trasformazione in non luogo del Salone e in non cultura dei libri) di letteratura e di lettura. Sia chiaro – lo voglio rimarcare con forza, a scanso di equivoci: il Salone del Libro di Torino è un evento più che importante, necessario per un ambito e un mercato editoriali così claudicante come quello italiano. Ma la sua necessarietà è strettamente correlata a quello che, a parere dello scrivente, è lo scopo fondamentale del Salone: il suo dover essere motore, propulsore, volano, fonte d’energia o che altro di simile per il mondo dei libri nostrano. E non solo in senso economico/industriale, anzi: soprattutto come basilare e omnicomprensivo evento di promozione della lettura per chiunque, ancor più per chi al Salone non ci viene, talmente evidente in questa sua missione da non poter essere ignorato da nessuno e da far che i suoi effetti posano spandersi nello spazio e nel tempo per l’intero anno, fino alla successiva edizione.
Per tale motivo, in fin dei conti, che si venda un tot di biglietti in più o in meno rispetto agli anni scorsi o che si vendano vagonate di libri, saranno pure cose belle e piacevoli ma conta poco o nulla. Un Salone quasi deserto ma le librerie piene di gente che compra in tutto il paese: questa sarebbe la condizione ideale che personalmente mi auguro. Restando, il Salone, un evento doveroso, lo ripeto ancora: ma che al dovere segua il piacere – della lettura, s’intende. Dacché, come dicono dalle sue parti, “Ghè mia na bèla scarpa, c’la divénta mia na sciàvata!” (“Non c’è una bella scarpa che non diventi una ciabatta”. Ecco.)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Prossimo appuntamento con (Radio) Alice: Trieste, mercoledì 25 maggio, ore 18.30!

Alice_Radio-FragolaIl prossimo appuntamento con Alice, la voce di chi non ha voce sarà a Trieste, mercoledì 25 maggio alle ore 18.30, nell’ambito dei “Mercoledì de Il posto delle fragole”, rassegna di narrazioni ibride che anticipa il Lunatico Festival 2016, e in collaborazione con Radio Fragola. Anche questa volta con il sottoscritto sarà presente Valerio Minnella, uno dei “padri” di Radio Alice.

Quella di Trieste sarà una presentazione diversa dal solito – anche se, a dire il vero, tutte le presentazioni di Alice, la voce di chi non ha voce sono diverse l’una dall’altra! – perché non solo si racconterà della storia e della rivoluzione di Radio Alice ma pure, in generale, del fine sociale del media radiofonico e delle sue potenzialità originarie, storiche e contemporanee in tal senso. Ciò grazie anche alla “presenza”, nella serata, di Radio Fragola, emittente nata a Trieste nel 1984 come radio comunitaria ovvero espressione delle donne e degli uomini che vivono, lavorano e studiano in città, oggi aderente a Popolare Network e gestita dalla Cooperativa Sociale “La Collina”. Una radio che ha ben raccolto l’insegnamento di Radio Alice, diventando un “microfono aperto” che dà voce a chi ha qualcosa da dire: cittadini, associazioni, movimenti, volontariato, organizzazioni dei lavoratori, istituzioni.

Pre-Lunatico-Festival

Cliccate sulle immagini del post per saperne di più, oppure qui per conoscere ogni informazione utile sul libro!

XXIX Salone Internazionale del Libro: Emilio Targia intervista Luca Rota sul suo libro “Alice, la voce di chi non ha voce”

Alice-RadioRadicale-Torino-videoPer quei pochissimi (!) che si fossero persa la diretta audio e video nazionale, ecco qui sopra il podcast dell’intervista su Alice, la voce di chi non ha voce che ho avuto l’onore di sostenere presso lo stand-studio di Radio Radicale con Emilio Targia – caporedattore dell’emittente – al XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino, domenica 15 maggio. La si può ascoltare anche solo come streaming audio, se preferite – date un occhio alla scheda dell’intervento, qui.

Devo doverosissssssimamente ringraziare di nuovo Emilio e Radio Radicale per l’invito, la disponibilità e la simpatia riservate allo scrivente e, soprattutto, alla storia di Radio Alice e al mio libro che la racconta. In fondo, come ho anche detto nel corso della chiacchierata, è stato un po’ come rimarcare una comunanza storica, mediatica e… megahertziale! L’ultima frequenza in uso da Radio Alice prima della definitiva chiusura, infatti, ovvero i 92.8 MHz, venne ceduta proprio a Radio Radicale ed è tutt’oggi una delle frequenze sulle quali si può ascoltare l’emittente a Bologna e zone limitrofe. Chissà, su quelle onde radio forse viaggiano echi lontani eppure ancora oggi densi della storia e del valore “rivoluzionario” di Radio Alice, e del tempo in cui la sua avventura si realizzò e si compì…
In ogni caso, buon ascolto e buona visione!