[Immagine tratta dal web.]Il maestro Ennio Morricone è partito verso lidi infiniti per offrire ad essi la sua sublime arte musicale e noi, quaggiù, è come se perdessimo un po’ della nostra vista, della nostra capacita più sensibile di visione. Sì, perché la musica di Morricone non era sono questo, non erano solo note, brani, composizioni, meravigliose melodie, armonie avvolgenti e affascinanti, ma erano veri e propri territori musicali, paesaggi vasti e completi, materiali per spartiti e strumenti e immateriali per sensazioni ed emozioni, nei quali ogni volta ci si trovava a esplorare innumerevoli luoghi armonici in cui era ben difficile non ritrovarsi, riconoscersi e starci bene. Stare in armonia nell’armonia come in un bellissimo paesaggio, appunto, la cui visione regala emozione, piacere, intensità – e come pure sa regalare l’arte di valore assoluto, rarissima e inestimabile.
Continueremo a goderne illimitatamente, delle bellezze di questo paesaggio d’arte eccelsa, ma oggi, purtroppo, si è spenta la stella che così fulgidamente lo illuminava. Tocca a noi, d’ora in poi, conservarne la sua preziosa luce nella mente e nell’animo.
RIP.
Voglio salutare il maestro Morricone con l’artista – a sua volta grandissimo – che forse meglio di ogni altro l’ha saputo omaggiare, ormai parecchi anni fa ma con insuperata classe e suggestione: John Zorn, che nel 1986 gli dedicò The Big Gundown (titolo della versione americana de La resa dei conti, film del 1967; qui sopra il brano omonimo), uno dei tanti capolavori zorniani, opera composta dalla riproposizione di 15 brani tratti dalle colonne sonore del maestro romano che raccolse il plauso incondizionato dello stesso Morricone. L’incontro tra due maestri geniali e seminali, che da oggi assume ancor maggiore e più emblematico valore.
Io di Vittorio Gassman ricordo tante cose e non potrebbe essere altrimenti, vista la grandezza assoluta del personaggio – una grandezza oggi irraggiungibile, sotto ogni punto di vista – ma, tra le numerose citabili, alcune inesorabili per quanto siano divenute nazional-popolari, mi tornano in mente le sue letture della Divina Commedia, in seconda serata sulla RAI all’inizio degli anni Novanta (già, a quei tempi ancora la RAI trasmetteva Dante letto da Gassman in seconda serata, che allora cominciava alle 22.30). Non ho mai amato Dante e la Commedia, forse anche perché studiata ai tempi della scuola con docenti non esattamente all’altezza di tal compito e di cotanta opera (la poetica dantesca l’ho poi studiata in autonomia più avanti, quando cominciai a scrivere) ma, recitata, interpretata e dunque ascoltata da Gassman, acquisiva una bellezza e un fascino irresistibili, da rimanere incollati allo schermo senza fiatare, quasi, per come diventassero seducenti i versi dei canti declamati in quel modo tanto potente e al contempo raffinato.
Ecco, questo perché oggi, leggo, sono vent’anni dalla scomparsa di Vittorio Gassman. Un’altra di quelle mancanze che ha lasciato l’Italia più vuota di come fosse prima, sotto ogni punto di vista.
Il bello del diventare pienamente adulti – ovvero diversamente giovani, o altri modi similari per affermare con elegante nonchalance che si sta invecchiando (e io a breve ne faccio 49, di anni, anche se mi sento più giovane di un dodicenne) – è che ci si può credere assennati, accorti, giudiziosi, sagaci, saggi eccetera, cioè dotati del consono senno per far cose che in età giovanili si sarebbero dette avventate e in qualche modo rischiose.
Invece, adesso, be’, volete mettere? Cinquant’anni (per me quasi, appunto), mica son più un ragazzino, eh, ci mancherebbe, so cosa faccio!
Ecco.
Ho mangiato una banana.
Una sorta di frutto proibito, per me, che da ragazzino lo adoravo ma che una volta sullo stomaco mi diventava più arduo da digerire di un blocco di titanio.
Adesso invece chissà, forse non andrà più così, pure il mio apparato digerente sarà maturato, mi auguro, e comunque sono quasi maggiorenne alla tripla potenza e vaccinato che mi manca solo quello per il coronavirus, che diamine, dunque amen!
Tuttavia, ammetto di aver fatto anche di peggio, qualche tempo fa. Già. Ho mangiato un Mars.
Sì, la nota barretta al cioccolato.
Pure quella la adoravo, da bambinetto (il che mi associa inopinatamente a Saddam Hussein, ma questo è un altro discorso), vuoi anche perché il suo consumo mi veniva (fortunatamente – per il mio fegato, in primis) centellinato dai miei genitori.
Be’, ne ho mangiato una dopo almeno 35 anni dall’ultima gustata, nel tentativo, in effetti piuttosto riuscito, di rivivere sensazioni preadolescenziali in lentissima, certamente inesorabile ma al momento non ancora definitiva evanescenza, nella mia memoria.
Poi, ovviamente, ci sono altre prerogative che si manifestano quali peculiarità positive ovvero proficue dell’avanzare dell’età e del conseguimento di quello stato di maturità anagrafica di cui ho detto all’inizio. Ma non c’entrano con le banane e il Mars, dunque, nel caso serva, ne parlerò un’altra volta.
(Ve l’avevo detto che era un post un po’ strano, eh!)
Una società aperta e libera dovrebbe disporre di strutture protettive atte a garantire la tolleranza e a scoraggiare non solo l’intollerante, ma qualsiasi “ingegnere di anime” che, spinto da un irrefrenabile “altruismo”, voglia imporre le proprie ricette per plasmare l’uomo e la donna “nuovi”, costringendoli a scegliere quello che lui giudica essere il bene.
[Foto di Qi124680, Opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons.]Mi rattrista molto leggere della scomparsa di Giulio Giorello, uno dei più lucidi, obiettivi e raffinati pensatori della contemporaneità. Il suo Di nessuna chiesa è uno dei testi fondamentali per qualsiasi persona che voglia veramente dirsi libera, di pensiero e d’azioni, e che voglia elaborare una libera opinione su di un tema da sempre così in balìa di strumentalizzazioni e assolutismi d’ogni sorta – d’altro canto «Chi è di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di atei» scrive Giorello nel libro. Io lo acquistai appena seppi della sua uscita e lo lessi in poche ore, non solo grazie alla sua brevità (sinonimo qui di chiarezza e comprensibilità, non certo di mancanza di argomenti, anzi!) ma pure per il desiderio quasi fremente di conoscere cosa Giorello volesse dire al lettore – ovvero all’individuo libero sopra citato – riguardo una dote tanto fondamentale per qualsiasi società evoluta (e per i suoi membri ovvio), la laicità, quanto palesemente osteggiata da chiunque non voglia alcuna evoluzione sociale, culturale, intellettuale, umana – e già questo dovrebbe dire molto circa la sua importanza.
Un testo, insomma, il cui grande valore è già evidente a chi lo abbia letto e che sia sensibile alle questioni trattate ma che diventerà sempre più grande, in futuro, parimenti alla sua forza contro ogni assolutismo di matrice religiosa o meno. Perfetto per presentare e consegnare ai posteri la grandezza intellettuale e umana di Giorello, delle quali inesorabilmente si sentirà molto la mancanza.
Ormai è già un anno – trascorso da qualche giorno – che Loki sta collaborando con me in veste (dopo l’adeguato tirocinio) di segretario personale a forma di cane oltre che, certamente, di miglior amico. E non posso che confermare ciò che tanti amici e conoscenti mi dicevano, al riguardo: non esiste nessuno come un “animale” in grado di insegnare l’umanità a noi che “umani” ci definiamo su basi a volte ingiustificate. Come ad esempio quando ci permettiamo di chiamare gli animali bestie, con accezione inesorabilmente dispregiativa, ma principalmente per tentare (e credere) di autogiustificarci una bestialità talmente crudele che invece nessun animale, anche il più “feroce”, ha mai – e sarebbe mai – in grado di manifestare.
Ecco, be’, forse solo calzini e magliette e altre cose affini non la pensano così (se di pensare fossero in grado); d’altro canto devo riconoscere a Loki che, dopo averle masticate e mangiucchiate, le ripone con un certo ordine nella sua cuccia senza lasciarle in giro per casa, dunque dimostrando maggior virtù anche a tal riguardo rispetto a molti umani.