Visitando e raccontando le “cliniche dell’abbandono”… con Jussin Franchina questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 11 febbraio duemila19, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 9a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE, intitolata “Di altre cliniche dell’abbandono!

Ci sono, sono tanti, sono un po’ ovunque, ma spesso non li vediamo o da essi scansiamo lo sguardo, nella sensazione che la loro decadenza possa essere in qualche modo contagiosa. Eppure, se effettivamente l’oblio attanaglia i muri, le pareti, i fregi quando ve ne siano, le suppellettili all’interno e tutto il resto di materiale, la parte immateriale c’è ancora, rimane sempre, e spesso conserva “pezzi di umanità” di raro pregio e simbolicità. Sono i luoghi abbandonati, dei quali il nostro mondo massimamente antropizzato abbonda ma che sembrano buchi temporali, ambiti di sospensione dal tempo mentre tutt’intorno la vita continua a correre freneticamente. Ma c’è che qualcuno che ancora sa puntare lo sguardo verso di essi e “vederli”, sa riconoscerne la presenza, la storia, il retaggio umano. Ad esempio Jussin Franchina, scrittrice, ghostwriter, autrice letteraria “bergamasca ascendente veneta”, la quale sostiene che i luoghi abbandonati siano bellissimi proprio perché sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli, e perché solo grazie allo stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia con la giusta sensibilità si può svelare e scoprire il loro contenuto di storie, di sensazioni, di umanità, di sogni svaniti, o forse non ancora del tutto. Jussin questi posti li definisce “le cliniche dell’abbandono”, e in questa puntata, dopo la precedente dello scorso anno, ci guiderà nuovamente alla scoperta di alcuni di essi, vicini a noi e particolarmente emblematici, in un cammino fatto di parole e musica affascinante, illuminante e vivace di quella vita “sospesa” ma ancora vibrante che in quei luoghi si conserva e aspetta solo di essere percepita.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 25 febbraio, sempre alle ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Per una “reiterata” cura dei luoghi abbandonati… lunedì 11/02 in RADIO THULE, su RCI Radio!

Nel nostro sempre più antropizzato, frenetico, svagato mondo contemporaneo, spesso vicino a noi, a volte ai margini delle nostre città e altre volte dentro di esse, ormai ignorati dai più ma in verità sempre ben visibili e presenti, ci sono alcuni posti bellissimi e disperanti che sfuggono ad ogni tentativo di imbrigliarli perché solo nello stupore che puntualmente afferra chi ne varchi la soglia consentono di sperimentare la particolare magia dell’abbandono. Nonostante il silenzio estremo, questi luoghi desueti sono posti intensamente empatici oltre che alquanto affascinanti, i cui muri raccontano – a chi li sappia ascoltare – infinite storie, emozioni, angosce, desideri e ricordi degli esseri umani che li hanno vissuti o che in qualsiasi modo vi ci sono correlati, generando da tutto ciò ulteriori storie, narrazioni, invenzioni, fantasie. Perché spesso in essi “abbandono” non significa assenza, semmai significa quiescenza, una condizione di sospensione nella quale tuttavia basta poco a riportarvi piena vita.

Questi posti qualcuno li ha chiamati, con una definizione suggestiva ed emblematica, “le cliniche dell’abbandono”: luoghi da curare, che hanno curato, che possono ancora farlo. Di essi andremo nuovamente alla scoperta, nella prossima puntata di RADIO THULE, lunedì 11 febbraio alle ore 21 live su RCI Radio, guidati da un ospite speciale che forse già conoscete o che intuirete ma, in caso contrario, che dovete scoprire e conoscere…

A breve ne saprete di più: save the date & stay tuned!

INTERVALLO – Torino, “Wild Mazzini Data Art Gallery”

Di solito, in questo spazio denominato “INTERVALLO” a memoria di quei vuoti del palinsesto dei canali RAI d’un tempo nei quali scorrevano immagini di bei paesaggi italiani, voglio similmente mostrare bei luoghi (in senso generale) dedicati principalmente ai libri e alla lettura. Oggi invece vi propongo un luogo che di lettura assolutamente si occupa e tuttavia non è una biblioteca, una libreria o altro del genere, ma una notevole e innovativa galleria d’arte di Torino: Wild Mazzini Data Art Gallery.

Come già il nome può far intuire, Wild Mazzini si occupa di lettura, certamente, ma di dati: infografiche, data visualizations, video, sculture e installazioni fatte (anche) da numeri, parole, grafici e rappresentazioni visive di informazioni capaci di accrescere la consapevolezza intorno a temi come privacy e identità, copyright e fake news, fenomeni sociali e culturali. Un’idea e un progetto curatoriale i quali fanno di Wild Mazzini uno spazio fisico che è un unicum in Italia e all’estero, nel quale le opere esposte, in linea con la mission di questa disciplina, saranno in grado di leggere, analizzare e comprendere alcune delle più importanti realtà del mondo contemporaneo trasformandole visivamente senza perderne la complessità, anzi, accrescendone il valore parimenti alla fruizione e alla cognizione.

Attiva da aprile 2018, Wild Mazzini ha già ospitato alcune mostre veramente interessanti e intriganti, frutto del concept curatoriale sopra esposto: tanto per citarne qualcuna, una mostra di Adriano Attus su Numerage e Neometrie, la decostruzioni in sistemi visivi di Space Oddity di David Bowie compiuta da Valentina D’Efilippo, l’esplorazione del corpus filosofico di Immanuel Kant trasformato in segni grafici da Valerio Pellegrino, la selezione di infografiche che Federica Fragapane ha realizzato in quattro anni per “La Lettura” del Corriere della Sera… ma sono solo alcune, appunto, delle mostre ospitate da Wild Mazzini, tutte notevoli e ciascuna capace di sollecitare esercizi di autentica lettura culturale del mondo d’intorno tanto originali e affascinanti quanto preziosi e assolutamente utili.

Cliccate sulla prima immagine inserita nel post per visitare il sito web di Wild Mazzini Data Art Gallery, così da conoscerla ancora più a fondo e per avere tutte le news sulle mostre in corso e su quelle future. Eppoi andateci, che la visita di un luogo del genere non può che fare del bene alla mente e allo spirito di chiunque!

Festival? Sanremo?

Qualche sera fa sono in casa di amici i quali, malauguratamente per loro, ancora posseggono e guardano la TV. Il canale su cui è sintonizzata trasmette dei messaggi pubblicitari tra i quali ne scorgo uno che attira la mia attenzione*, e ciò più che altro perché penso di aver capito male il messaggio relativo. Lo seguo con maggior concentrazione, dunque, e bastano pochi altri attimi per convincermi che no, non avevo capito male, quello spot sta veramente annunciando l’imminenza di un “certo” evento – di quel solito evento nazional-popolare tipico di questo periodo, che rende ormai altrettanto tipico il personale sconcerto…

Ma come?! Pure quest’anno lo fanno, il Festival di Sanremo???
Ohmmamma!

P.S. #1: peraltro, uno spot di una banalità e stupidità notevolissime.

P.S. #2: l’immagine in testa al post si riferisce al festival sanremese serio, ça va sans dire.

 

Bianco

M’è venuto in  mente di pubblicare questa vecchia foto scattata durante una nevicata e intitolata White quiet, e stante questo titolo – sarà che fuori c’è la neve, sarà che le parole mi incuriosiscono sempre dacché sempre svelano “segreti” a volte inopinati, sarà che è sabato (?), mi sono messo a ragionare sul termine “bianco”.

Che in effetti è piuttosto sorprendente, nonostante l’uniformità assoluta di tinta che l’accezione “cromatica” (ovvero quella più popolare) della parola indica, la quale farebbe pensare a una totale assenza di contrasti, metaforicamente e non solo, è invero ricca di contrapposizioni e antinomie semantiche. A partire dal fatto che il colore “bianco”, così uniforme come appare, è in verità generato dall’unione di rosso, verde e blu, colori primari dello spettro – una cosa che già ci insegnano a scuola e ci dimostrano con il classico esperimento del raggio di luce bianca il quale, fatto passare attraverso un prisma di cristallo, si scompone e genera l’intera gamma di colori dell’arcobaleno, a loro volta derivanti dai suddetti colori primari. Insomma: cromaticamente parlando, “bianco” ci appare come un’assenza di colori quando invece è la presenza completa di essi. Uno stato di fatto e il suo opposto nello stesso elemento.

Ma questa non è che l’antinomia più semplice che (il) “bianco” ci regala.

Proprio in tema di clima stagionale, molto facilmente associamo “bianco” alla neve e al paesaggio innevato tipico dell’inverno, dunque a una condizione di freddo e gelo, ma di contro il momento in cui un corpo riscaldato raggiunge la massima temperatura diventando incandescente è detto al “calore bianco”.
Similmente è detta in questo modo una discussione estremamente tesa e rabbiosa ma, all’opposto, il “bianco” è sovente associato alla quiete e al silenzio – peraltro aspetti peculiari proprio del paesaggio ovattato da una nevicata. Viceversa il “rumore bianco” non è un fracasso estremamente rumoroso e fastidioso, totalmente antitetico a qualsiasi quiete?
A proposito di “bianco” associato a quiete e silenzio, dunque a una condizione di assenza, di virtuale solitudine, di isolamento: nella cromoterapia, al contrario, il colore “bianco” è utilizzato per alleviare la sensazione di solitudine.
Altra accezione e associazione sovente fatta con “bianco” è quella dell’assenza di confini e limiti, che alpinisti ed esploratori conoscono bene, definiscono white out e temono parecchio perché estremamente pericoloso: l’unica cosa da fare è stare fermi, in attesa che passi. Ovvero: un’assenza di limiti che in verità blocca e ostacola, un’antitesi notevole.
Inoltre: nella tradizione cinese e indiana il “bianco” è associato alla morte e al lutto, in Occidente niente affatto – vi associamo il nero, colore esattamente opposto. Infatti nella tradizione liturgica cristiana il bianco viene usato nei battesimi, nei matrimoni, nelle festività più importanti e per nulla associabili al lutto e alla morte.
Morte che, nelle guerre di un tempo, veniva cagionata da furiosi assalti all’“arma bianca”, i quali sovente finivano in spaventosi massacri. Ma quando invece si vuole identificare senza alcun dubbio i propri intenti di armistizio e riappacificazione, non si innalza “bandiera bianca”? E non è pure “bianca” la colomba che è il più diffuso simbolo di pace?
Eppoi, come dice quel vecchio proverbio toscano: «Anche le mucche nere danno il latte bianco»!

Ecco.

Mere riflessioni d’un sabato mattina di neve e biancore diffuso, appunto.