Qual è di preciso la patologia pandemica – perché di questo si tratta, ne sono certo – che, diffusasi in Italia e solo in Italia, permette la diffusione di questi oggetti turistici tanto insulsi e degradanti, nonché oggettivamente brutti, mentre nel resto del mondo – in tutto il resto del mondo, preciso bene – di “panchine giganti” ce ne sono solo 14?
Forse che c’entri il livello di cognizione e consapevolezza culturale diffusi riguardo il paesaggio?
Chiedo, sempre in tutta semplicità – e franchezza. Ecco.
Sempre a proposito di eventi spacciati per “valorizzazione delle montagne” ma che con le montagne non c’entrano nulla – innanzi tutto con la loro identità culturale, l’elemento che più di ogni altro dà valore e genera attrattività alla frequentazione turistica delle loro località – eccone un altro veramente “notevole” e assai spassoso:
Spassoso, sì. Perché, con tutto il rispetto per chi vorrà liberamente parteciparvi, è divertente il costo proposto e pensare che si possa essere disposti a pagarlo, è buffo il lessico con cui l’evento viene presentato, è grottesca la scritta «CUCINA & NATURA» in alto a sinistra, è burlesca la proposta di vini francesi in Valtellina, terra di rinomata produzione vitivinicola dove si imbottigliano anche spumanti (la “valorizzazione delle montagne”, vero?). E fa ridere anche la traduzione letterale di «Snoweat», mangianeve: che ci sia qualche doppio senso altrettanto derisorio in questo nome?
Infine, trovo “spassosi” questi eventi per un’ultima ma non meno importante cosa: stanno diventando così decontestuali alla montagna, così incongrui e ineleganti, così culturalmente rozzi e talmente lontani dall’ambito montano, persino da quello prettamente turistico, che messi tutti insieme stanno gonfiando una gigantesca bolla consumistica che prima o poi scoppierà addosso a chi li propone. Ne sono più che convinto.
Le montagne, e con esse la parte preponderante di frequentatori consapevoli delle terre alte che vedono con sguardo sempre più critico tali iniziative, le espelleranno e se ne libereranno rapidamente. Alla fine una patacca senza valore messa in mezzo a dei gioielli preziosi resta comunque una patacca, e prima o poi anche quelli che la pensano preziosa come ciò che ha intorno (e l’abbiano acquistata come tale, per giunta) si renderanno conto del terribile abbaglio. Ecco.
Ribadisco: il problema non è fare cose in montagna ma come si fanno. A mio parere si può fare di tutto e con il buon senso ogni cosa verrà bene e funzionerà – buon senso che per me significa fare cose realmente consone al luogo e alle sue specificità. Senza buon senso probabilmente scaturiranno solo problemi e danni. Ma, al solito, a chi da queste cose ci ricava un tornaconto, pur legittimo che sia, delle conseguenze generate non interesserà granché.
Quella che vedete nella foto qui sopra è la nuova pista agro-silvo-pastorale che da Lecco, precisamente dal rione di Germanedo, sale nei boschi verso la località Campo de’ Boi: un’opera a tutt’oggi in realizzazione, deliberata dagli organi comunali tecnici e amministrativi competenti e da tempo contestata da molte parti, non solo dell’ambito ambientalista. La foto è di Maura Galli che ne scrive su Facebook qui, con altre significative immagini.
Ora qui non entro nel merito delle polemiche, anche se una precisa opinione al riguardo me la sto elaborando. Tuttavia l’immagine che vedete è del tutto eloquente nel dimostrare (per l’ennesima volta) che la nuova pista in costruzione sta distruggendo la secolare mulattiera selciata che saliva dalla città verso i nuclei abitati sulle pendici del Resegone, una delle aree rurali premontane più vicine al centro di Lecco e dunque storicamente fruite da allevatori, agricoltori e boscaioli fin dal Medioevo.
Trovo semplicemente sconcertante e irritante il frequente, palese disinteresse di molte amministrazioni pubbliche per questi elementi identitari fondamentali dei propri territori, vere e proprie scritture antropiche di valenza assolutaimpresse nel paesaggio le quali testimoniano la storia delle genti che hanno vissuto e trasformato quel territorio e rappresentano le “narrazioni” che hanno anticipato e formalmente giustificano la contemporaneità e il presente degli abitanti di oggi.
Quelle mulattiere, come le opere storiche similari, non sono solo capolavori ingegneristici vernacolari di manifattura eccelsa, al punto da resistere spesso benissimo al passare del tempo e alle intemperie, ma rappresentano visivamente l’anima del territorio, della sua gente, manifestandone l’identità culturale attraverso un racconto di matrice antropologica, artistica e umanistica ancor più che architettonica. Sono opere che andrebbero giuridicamente tutelate esattamente come certi monumenti o manufatti storico-artistici in forza della loro importanza e delle molteplici valenze referenziali per i rispettivi luoghi: invece troppo spesso tutto ciò viene ignorato (consapevolmente o per mera ignoranza) innanzi tutto proprio dalle amministrazioni pubbliche che dovrebbero salvaguardarle e che invece deliberano tranquillamente la loro distruzione. Cioè il conseguente impoverimento culturale e identitario del luogo che amministrano – altra cosa di cui spesso proclamano e vantano la tutela, vanamente.
Inutile aggiungere che di casi simili a quello di cui vi sto scrivendo se ne possono purtroppo riscontrare a centinaia nei territori storicamente antropizzati delle montagne italiane (e non solo lì, ma su monti la cosa diventa particolarmente grave): credo che chiunque stia leggendo ne possa citare qualcuno nella propria zona.
[La stessa cosa accaduta a Lecco è stata perpetrata in Val Poschiavina (Valmalenco): la nuova pista di recente realizzazione ha distrutto in vari tratti la storica mulattiera lastricata che da secoli serviva l’alpeggio.]Al netto dell’utilità o meno della nuova pista sui monti sopra Lecco e della sua sostenibilità ambientale, personalmente condotte amministrative di questo genere le trovo inaccettabili e parimenti trovo necessario, se non inevitabile, che la responsabilità di tali disastri debba in qualche modo ricadere su chi li abbia così scriteriatamente deliberati. Nel caso che li abbia deliberati ma poi gli stessi siano stati realizzati in maniera differente, è comunque dovere dell’istituzione autorizzante verificare la correttezza o sanzionarne la divergenza, tanto più in presenza di emergenze di grande valore culturale per il territorio, altrimenti è puro e semplice concorso di colpa.
Purtroppo l’Italia è un paese che ha messo nella propria Costituzione, all’articolo 9, la salvaguardia del proprio paesaggio e la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione, ma poi a livello amministrativo se ne disinteressa altamente trovando tutti i modi per agire in senso opposto: dunque quella responsabilità, se non a livello giuridico (possibilità che da tempo io auspico), deve quanto meno essere imputata a livello politico e morale. Perché certe cose non possono e non devono più accadere, se veramente teniamo ai luoghi in cui viviamo, alla loro salvaguardia e alla nostra cultura. Altrimenti da una situazione del genere non ne usciremo più e da qui al prossimo futuro perderemo ogni strumento – giuridico, politico e culturale – per poter fermare qualsiasi scempio. Sarebbe un’evenienza degna di una cricca di barbari, non certo di una società civile progredita come pensiamo di essere.
Con la fine dell’anno in corso Andrea Savonitto, da tanti conosciuto come “il Gigante” (o più brevemente “Gig”) è diventato guida alpina emerita, dopo oltre quarant’anni di servizio per le montagne di mezzo mondo nonché trentacinque da gestore di rifugi e capanne, il tutto, come ha scritto sulla propria pagina Facebook con la sua abituale ironia, senza «mai un incidente al cliente…neanche un mignolo, senza aver avvelenato alcun*. Magari qualche cagotto, certamente mirato e meritato, ma MAI itteri o ricoveri coatti».
Ho la grande fortuna e il privilegio di conoscere Savonitto da qualche tempo e a sufficienza da essere veramente felice di saperlo guida “emerita” – quantunque ciò riveli pure una sua sempre più “diversa giovinezza”, ma è inevitabile d’altronde – e, ripensando alla sua presenza sulle montagne e all’attività svolta, di comprendere come un tale titolo non sia solo la conseguenza di un’anzianità di servizio ma diventi pure la presa d’atto ufficiale di un’aura quasi leggendaria che il Gigante ha acquisito in questi quaranta e più anni – facendolo gigante non solo nella statura ma pure nella considerazione guadagnata da tutti i frequentatori della montagna che vi hanno avuto a che fare, da clienti su itinerari alpinistici e escursionistici, allievi, pubblico delle sue conferenze, ospiti dei rifugi gestiti, ma pure da chi non l’abbia direttamente conosciuto e sia stato solo raggiunto dalla sua fama.
[Savonitto nel 1979, durante l’apertura de “Il Capellaio Matto”, la prima via alla Scogliera Morgana a Varenna, Lecco. Immagine tratta da www.planetmountain.com.]Grandissimo alpinista, esploratore di mille pareti e falesie dalle Alpi alle piramidi (letteralmente) e anche altrove, sulle quali ha tracciato innumerevoli vie che sovente hanno fatto scuola diventando classiche ricercate e frequentate (l’ultima sua opera in tal senso è la falesia di Vandea sul Monte Berlinghera, sopra il lago di Mezzola all’ingresso della Valchiavenna), autore e curatore di numerose guide di arrampicata, escursionismo e scialpinismo, figura carismatica seppur a volte schiva, in certi momenti di primo acchito apparentemente scorbutico ma in realtà sempre ironico perché innanzi tutto autoironico, sovente sarcastico al limite del caustico, irrequieto perché visionario ma sempre intelligente e sagace, anche quando esprima pensieri e pareri con i quali non si concordi ma che comunque obbligano alla riflessione e al confronto, geniale in certe sue trovate che in quanto tali – troppo avanti, troppo fuori dalla norma, troppo “sovversive” – non sono state comprese da molti e per questo ampiamente criticate ma senza che mai ne condizionassero le idee e le azioni, oppure che gli hanno fatto commettere “errori” ma sempre nel contesto di esplorare ciò che poteva e sembrava essere la cosa giusta da fare in un dato luogo e in un certo momento, e se poi non lo era bastava cambiare le cose e rifocalizzare gli obiettivi. «Una vita spesa per la montagna» si potrebbe affermare per Savonitto, ma risulterebbe una cosa fin troppo banale e scontata da rimarcare. Forse è più vero l’opposto, cioè che Savonitto è stata e rappresenta una vita guadagnata dalle montagne, per come nei suoi modi a volte personali e particolari ma sempre coinvolgenti abbia saputo valorizzarne infiniti angoli altrimenti ignorati e sottovalutati, al contempo manifestando un modo di andare per monti sempre basato innanzi tutto sul divertimento e sulla passione, tanto scanzonato quando consapevole del qui-e-ora, di come sia necessario, per esplorare, vivere e godere veramente delle montagne, sia su vie d’arrampicata verticali o nel corso di tranquille passeggiate per famiglie, sentirsi pienamente vivi su di esse.
[Savonitto nella “sua” Vandea, nel 2023.]Ecco, mi viene da pensare che Andrea “Gig” Savonitto abbia tutti i titoli per essere una guida alpina emerita perché, come detto, a modo suo ha saputo rendere “emerite” molte montagne, spesso di quelle che non sarebbero potute essere tali e grazie a lui lo sono poco o tanto diventate. «Chapeau!» insomma, e visto che la sua anagrafica è diversamente giovane ma non ancora troppo, l’augurio è che ancora per moltissimo tempo possa emeritamente salire montagne d’ogni sorta e rendere ugualmente “emerito” ovvero memorabile l’incontro con chiunque se lo ritrovi davanti.
(Tutte le immagini, ove non diversamente indicato, sono tratte dalla pagina Facebook di Savonitto.)
Mi duole parecchio tornare a toccare l’argomento “panchine giganti”, un fenomeno che ha già imboccato una rapida decadenza e del quale presto non parlerà più nessuno, in primis quelli (sempre meno persone, in verità) che ora se ne dimostrano entusiasti. Fatto sta che qualche giorno fa “Il Post” ha pubblicato un articolo significativamente intitolato L’invasione delle panchine giganti (lo trovate anche lì sotto) che fa il punto della situazione del fenomeno e rimarca le tante critiche che ha manifestato al riguardo chi si occupa di studio, tutela e valorizzazione del paesaggio (“categoria” nella quale immodestamente mi ci metto anch’io, che infatti sul tema ho scritto parecchio).
L’articolo dà conto anche delle risposte alle suddette critiche da parte di Chris Bangle, l’ideatore e fautore delle “big bench”, che vi riporto qui sotto per come sono state rese dall’articolo:
«Nella vita esistono sempre le critiche, e noi facciamo del nostro meglio per rispondere in modo costruttivo», ha detto Bangle. D’altra parte «i promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio», ha aggiunto, sia in termini di occupazioni di camere che nelle attività dei ristoranti e degli esercizi commerciali. Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che «si diffonda in massa, snaturandosi», ha detto: ha infine paragonato il progetto a Venezia, che è notoriamente alle prese con il problema del turismo di massa, osservando che anche in quel caso «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso».
Personalmente, con tutto il rispetto del caso, mi pare una delle non risposte più notevoli che abbia mai letto, che non affronta affatto le critiche mosse alle big bench – anche perché molte di esse sono ineccepibili – e invece cerca di giustificarne la presenza adducendo motivazioni di una inconsistenza e debolezza sorprendenti.
Rileggiamo la risposta di Bangle in dettaglio. Dunque: che nella vita esistano sempre le critiche è cosa sacrosanta, che si cerchi di rispondervi costruttivamente non è scontato e per ciò è apprezzabile; tuttavia in questa circostanza, vista la mole e la qualità di esse, è cosa formalmente doverosa.
«I promotori ci riportano che l’installazione di una panchina gigante su un territorio comporta una significativa ricaduta positiva sul territorio»: oddio, vorrei ben vedere che i promotori sostengano il contrario, dacché sarebbe un plateale mea culpa, un’ammissione di fallimento che, è facile supporre, essi non paleserebbero soprattutto all’ideatore delle panchine giganti. Inoltre, sostenere quanto sopra senza portare a sostegno dati concreti risulta ben poco attendibile: è un pour parler he lascia il tempo che trova.
L’affermazione che «Uno degli obiettivi della fondazione è quello di contenere il fenomeno ed evitare che si diffonda in massa, snaturandosi» genera da subito un certo sarcasmo. Secondo il sito delle big bench, siamo a 393 panchine esistenti e 64 in costruzione, totale 457 panchinone. «Evitare che si diffonda in massa»? Lo dice seriamente?
Infine, ciliegina finale su una torta già piuttosto indigesta, il paragone con Venezia: che c’azzecca? Sono due cose del tutto imparagonabili, anche nelle rispettive specificità del “turismo di massa”; sostenere poi che «c’è chi la visita in modo superficiale e chi in modo approfondito e rispettoso», oltre che una banalissima ovvietà, rappresenta un tentativo di sviare l’attenzione da una delle “peculiarità” più negative delle panchine giganti, quella di attrarre visitatori molto più attenti ai selfies che alla conoscenza dei luoghi che le ospitano alimentando un turismo prettamente ludico e puerile. O forse Bangle vorrebbe sostenere che i monumenti artistici e architettonici di Venezia – da lui in sostanza paragonati alle panchinone – possono giustificare una loro fruizione turistica maleducata e degradante? Non penso proprio che voglia farlo, il che dimostra quanto la sua affermazione sia totalmente fuori contesto e funzionale solo al tentativo (fallito) di difendere l’indifendibile.
[Ciò che è successo qualche tempo fa a Triangia, in Valtellina. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Ecco, questo è quanto. Ribadisco: a breve delle panchine giganti non si ricorderà più nessuno (magari verrà inventato qualcosa di ancora peggio ma è un’altra questione, nel caso). Purtroppo, di contro, il timore è che se ne restino lì dove sono state piazzate a centinaia come rottami arrugginiti e cadenti se nessuno si prenderà la briga – che un certo costo avrà, ovviamente – di smantellarli e ripulire l’area. Speriamo vivamente che ciò non accada, e che lì dove ci sono le panchine torni in auge un turismo ben più consapevole, attento e sensibile ai luoghi, alla loro bellezza e alle peculiarità che li caratterizzano e li rendono unici. Un turismo ben più vantaggioso per chiunque, senza alcun dubbio.