Troppe automobili, sui passi alpini!

Gli svizzeri non amavano né le automobili né gli stranieri che le guidavano. Le norme per la circolazione stradale variavano da cantone a cantone e gli automobilisti stranieri dovevano rispettare molte più regole di quelli svizzeri. Tante strade erano chiuse. Nel Canton Vallese le auto potevano circolare solo tra Saint-Maurice e Briga. I rappresentanti di tutti i cantoni si erano riuniti in una conferenza a Berna per parlare dell`aumento preoccupante del numero di automobili. Non riuscirono a trovare regole che valessero per tutta la Svizzera. Decisero però di introdurre a livello nazionale due nuovi cartelli stradali: uno blu all’inizio della strada per indicare che vi si poteva circolare solo a passo d’uomo, e uno giallo per segnalare che la strada era chiusa a tutte le vetture. A eccezione del Sempione, i passi di montagna restavano chiusi al transito di auto dal 1° giugno al 15 ottobre (tranne il lunedì, il giovedì e il sabato). La velocità massima consentita era di 10 chilometri orari sui rettilinei e 3 nei tunnel e nelle curve. Alle tre del pomeriggio le strade venivano chiuse.

(Mathijs Deen, Per antiche strade. Un viaggio nella storia dell’Europa, Iperborea, 2020, pagg.392-393.)

[Immagine tratta da blog.nationalmuseum.ch.]
Cronache automobilistiche alpine d’inizio Novecento, ovvero: tutto l’opposto rispetto ai tempi nostri! Ma, già allora, ci si preoccupava dell’aumento del numero delle automobili sulle strade e sui passi alpini…

P.S.: a breve potrete leggere la personale “recensione” del libro citato, qui sul blog.

 

La Russia non è Putin

[Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona da Unsplash.]
Dal punto di vista occidentale che guarda verso la scellerata guerra scatenata all’Ucraina da Vladimir Putin, la compattezza della reazione e delle azioni di isolamento della Russia è ammirevole e per molti versi sorprendente (basti pensare al caso della Svizzera). D’altro canto, c’è il pericolo che una tale reazione danneggi non solo e non tanto il potere quanto più la popolazione russa che non è affatto concorde con le azioni del suo presidente, in questi giorni così come nel passato. Da anni la propaganda del Cremlino, che pare ormai tornata ai tempi dell’URSS, vuole far credere che Putin goda di un ampio consenso tra i russi: non è affatto così, anzi, la crescente natura dittatoriale del potere è anche conseguenza del distacco esistente con la maggioranza dei cittadini russi, il cui dissenso resta per gran parte inesorabilmente silente proprio in forza della repressione attuata. Con le sue azioni l’Occidente punta, come è ovvio, a ottenere l’effetto collaterale (ma non troppo) della caduta di Putin per sollevazione popolare o per un rovesciamento interno al sistema di potere; di contro il “pericolo nel pericolo” è che la disperazione e l’istinto di sopravvivenza compatti la popolazione attorno a un leader sgradito ma di fatto inevitabile riferimento politico per il paese, in aggiunta alla rimonta di un nazionalismo estremizzato che peggiorerebbe ancor più lo stato delle cose.

In ogni caso, al di là di tali considerazioni, mi auguro che quella grande parte di società civile russa dissenziente rispetto al suo presidente non venga danneggiata troppo e tanto meno emarginata dalla restante parte di mondo democratico e avanzato: non se lo merita (anzi, meriterebbe ben più supporto da parte occidentale in contrasto alla deriva dittatoriale putinista), sarebbe una tragedia ulteriore e un danno tremendo, in primis per l’Europa e la sua storia futura.

 

Il monofascismo erboso

Trovo parecchio sconcertante (e irritante, ma non dovrei dirlo) l’atteggiamento di molte persone che, nei pubblici dibattiti sulle piccole o grandi realtà del mondo, siano esse importanti o meno, identificano arbitrariamente e rigidamente i propri interlocutori in categorie pressoché indiscutibili, facendo «di tutta l’erba un fascio», come dice il noto detto popolare. Monofascismo erboso, appunto – e tale mia definizione ritenetela ironica ma non troppo.

Per fare un esempio attuale (purtroppo), in questi giorni quelli che come me sostengono la causa dell’Ucraina contro l’attacco russo al paese ordinato dal presidente Putin, per molti sono “sicuramente” filoamericani e servi della propaganda USA. Oppure, per fare un altro esempio: ci si pone in modo critico nei confronti di qualche manufatto turistico in ambiente naturale? Si è “ambientalisti da salotto” o addirittura – come un tizio scrisse rivolto a me – «uno che vorrebbe che in montagna non si toccasse nemmeno un sasso». Eh, proprio!
Tuttavia, ribadisco, è un atteggiamento che non nasce oggi e che i social amplificano a dismisura ma non hanno affatto inventato, visto che si rifà direttamente ad un pensiero di stampo manicheista tipico di certa “cultura” nostrana.

A quanto pare, questi individui non conoscono per nulla cosa sia la libertà di pensiero e l’indipendenza di opinione (forse, nemmeno la libertà in senso generale), concetti che non sanno cogliere ed elaborare – tanto più che solitamente non conoscono nemmeno le persone che etichettano in quei modi. Accusano quelli che non la pensano come loro di essere “servi” quando, con il proprio comportamento palesano senza alcun dubbio come siano essi quelli sottomessi a una tale forma mentis deviata e così degradante la loro libertà intellettuale – non a caso si esprimono spesso per slogan presi direttamente dai media o dal web. Dimostrando in tutto ciò pure una malcelata insolenza, per giunta.

Trovo veramente sconcertante e triste constatare questi atteggiamenti. Proprio triste. Ma, d’altro canto, è buona cosa non curarsi di loro ma guardare e passare avanti, ecco.

C’erano belle montagne, in Ucraina

[Foto di Robert-Erik, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quella che potete ammirare nell’immagine era l’Hoverla (in ucrainoГове́рла), alta 2061 m: la montagna più elevata dei Carpazi ucraini e di tutta l’Ucraina.

Scrivo “era“, già, e non per errore: visto quanto sta accadendo, chissà se queste meravigliose montagne “esisteranno ancora”, per noi, o se “spariranno” dietro una nuova, maledetta, scellerata cortina di ferro.

Putin

Opinione personale: tra i potenti del mondo di oggi non esistono anime candide, in primis al di là dell’Atlantico, ma senza dubbio più di ogni altra figura Vladimir Putin in questi giorni sta dimostrando ineluttabilmente ciò che è da sempre: un gran farabutto, subdolo e pericoloso. Eppure continuo a pensare che tutta questa aggressività serva soprattutto a nascondere la sua effettiva grande debolezza e che la Russia, nazione meravigliosa e fondamentale, nelle mani di un bieco autocrate del genere rimanga come la definì già Diderot nel Settecento, un «colosso dai piedi d’argilla» dal futuro inesorabilmente infelice.