Lucerna e il suo fiume | La Reuss, e la sua città

Il cuore di Lucerna sorge dove il fiume Reuss esce dal Vierwaldstättersee, dove l’ampia e docile massa lacustre d’improvviso si stringe, si comprime tra le membra cittadine e prende a ribollire, a schiumare, come se volesse dimostrare agli abitanti della città, dopo la placidità offerta ai piccoli villaggi affacciati sulle sponde del lago, di non aver perso nulla della sua originaria potenza, quella accumulata tra le rocce, le forre, i salti e le cascate del percorso alpino iniziale. E non è certamente un torrentello, la Reuss, ma anzi il suo ampio letto incide nettamente la geografia urbana lucernese, non certo così grande, appunto, diventandone presenza assolutamente primaria e viva, grazie ai tanti ponti pedonali che la scavalcano a pochi decimetri dalla superficie, avvicinandone così la massa d’acqua allo sguardo e all’impressione di abitanti e visitatori. Se piazzata in centro a Roma, insomma, ovvero a una città di milioni di abitanti, rappresenterebbe solo una minima parte del paesaggio urbano, ma qui è un elemento basilare e notevolmente vivificante.

(Tratto da Lucerna, il cuore della Svizzera: cliccate qui per saperne di più e per acquistare il libro. Se per di più volete anche restare sempre sintonizzati con Lucerna e la sua bellezza, visitate la pagina facebook del libro!)

Un Leone, a Lucerna

Il Löwendenkmal. Soltanto la bella scultura d’un leone in una falesia rocciosa, verrebbe da dire. Ovvero, con meno superficialità, il monumento creato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen in memoria dei soldati svizzeri caduti in difesa del Re di Francia nella battaglia delle Tuileres, nel 1792. Comunque una sorta di mausoleo all’aperto come se ne possono trovare tanti, in giro per il mondo… Invece vi è di più. Un di più che non è da vedere e cogliere nello sguardo, ma da percepire e comprendere con lo spirito fin da quando ci si avvicina al minuscolo parco che cinge il monumento, e che quasi inaspettatamente ci si ritrova davanti, in mezzo al traffico e ai palazzi cittadini.
[…]
Sulle orme del grande Mark Twain, che del Löwendenkmal scrisse in A tramp abroad, e nella scia odorosa di tabacco da pipa o da sigaro, mi reco al suo cospetto ogni volta che arrivo qui a Lucerna, entrando nel piccolo parco con passi lenti e leggeri, cercando di ignorare il vociare troppo rumoroso delle consuete comitive presenti che vi si approcciano come ad un’altra delle tante attrattive turistiche della città. Osservo la roccia scolpita in silenzio, scatto fotografie già scattate altre volte e ne sono consapevole, ma è come se cercassi ogni volta di catturare, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, almeno un poco della sacralità che questo luogo emana, la quale non ha nulla di “religioso” – non in senso classico e ovvio – e che va oltre la sua precipua natura commemorativa per diventare qualcosa di più ampio, di più intenso e universale. Come se l’espressione triste e struggente del leone di roccia, realmente commovente alla massima potenza, raffigurasse ed esternasse in qualche modo tutta la malinconia del nostro mondo moderno, l’afflizione per quanto vi è in esso di deleterio, di sventurato, e lo sapesse fare – in ogni modo lo si osservi – senza alcuna vuota retorica qui, in una delle città più belle ovvero meno tristi, dacché dotata di così grande avvenenza urbana per ogni visitatore, dell’intera Europa.
Sotto certi aspetti, ciò che il Kapellbrücke è per Lucerna i e suoi abitanti, il Löwendenkmal lo è su scala globale. Solo un leone scolpito nella dura roccia, appunto, ma in grado di scolpirsi in modo ugualmente indelebile in ogni spirito sensibile.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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Smarrirsi senza perdersi, per ritrovarsi… (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.”

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Gioielli storici, cultura, parcheggi e paccottiglia. Una domenica nella Cittadella Viscontea di Bergamo Alta

Se dovessi fare una personale classifica delle più belle città del mondo – che mi auguro di non fare mai dacché non mi piacciono, le classifiche, in senso assoluto – certamente tra le prime posizioni ci metterei Bergamo. Non è mero campanilismo, ma la certezza che il capoluogo orobico, soprattutto nella sua inimitabile Città Alta, sia realmente qualcosa di più unico che raro: dal punto di vista storico, architettonico, urbanistico, estetico, emozionale, spirituale. Un preziosissimo gioiello urbano dalla storia plurimillenaria i cui monumenti sono le tante facce sfavillanti che, tutte insieme, formano un brillio dal fascino eccezionale.

Uno di questi sfavillii è certamente generato dalla Cittadella Viscontea, la fortezza Trecentesca nella quale risiedevano i signori della città – e di buona parte della Lombardia – all’epoca, rappresentanti di quella che fu una delle più potenti dinastie dell’Italia settentrionale. Edificio tutt’oggi profondamente affascinante, nonostante gli stravolgimenti subiti nel tempo, con le sue grandi arcate originarie, le residue torri perimetrali, i selciati romani e la stessa parte nordoccidentale della struttura dalla linea curva dacché costruita su quella che fu l’arena romana.

Ecco: che un tal gioiello storico-architettonico sia costretto da tempo ad essere un parcheggio già la trovo una cosa a dir poco opinabile – di recente ne ha parlato in questo editoriale anche lo scrittore e geopoeta Davide Sapienza, protagonista di un evento che giusto la scorsa domenica ho avuto la fortuna di condurre con lui e che mi è servito da pretesto per constatare nuovamente quanto vi sto dicendo; di contro, pare che l’attuale amministrazione cittadina sia intenzionata a risolvere tale annosa questione, e spero vivamente che non siano le solite “intenzioni all’italiana” ma una concreta – e per me già fin d’ora ammirevole – decisione risolutiva.

Dicevo: già che vi sia un parcheggio tra quelle mura che trasudano storia e identità culturale è deprecabile; che in più sotto le prima citate meravigliose arcate trecentesce, dalle quali si accede al prestigioso Civico Museo Archeologico cittadino, si debba vedere il solito, ennesimo, pacchiano mercatino di cianfrusaglie, questo no, non lo ammetto proprio. Non me ne vogliano i commercianti che a tali attività si dedicano e che hanno tutto il diritto di dedicarvisi con la più augurabile fortuna: ma non nel corpo di un monumento di tale valore e importanza culturale! Lì no, ma proprio per nulla!

Fosse almeno un mercatino consono al luogo – libri e altre opere editoriali, articoli artigianali di pregio e/o legati in qualche modo alla storia… – ma vedere in vendita occhiali da sole e finte pellicce di chissà quale esotica origine ovvero altro ciarpame per giunta appeso alle mura medievali, usate come fossero supporti da supermercato, la trovo una cosa semplicemente inaccettabile. È suolo pubblico, senza dubbio, né più né meno come se il mercatino fosse allestito in qualsiasi altra piazza: ma ciò non giustifica affatto la presenza delle bancarelle lì, semmai legittima ancor più la richiesta che dalla Cittadella se ne vadano in uno spazio assai meno pregiato, delicato, fragile, ovvero più consono e “libero” da imprescindibili e preziose suggestioni culturali.

Non mi interessa qui sapere chi sia responsabile di ciò. Io guardo e penso alla bellezza, all’importanza del luogo e alla sua più completa valorizzazione, non a chi alle sue spalle ne degrada la preziosità in questo modo. Tuttavia, un pensiero sorge spontaneo: che senso ha chiedere il Patrimonio Unesco per la favolosa (e intatta) cinta muraria veneziana – altro sublime gioiello di Bergamo – se poi si permettono situazioni come quella sopra esposta?

C’è qualcosa che non va, ribadisco. Non va, e ne va del prestigio cittadino, se non la si risolve, senza alcun dubbio.

REMINDER: “Tempo della Terra Orbis”, un cammino archeopoetico e letterario con Davide Sapienza e…

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Questa domenica, 19 marzo 2017, in occasione dell’uscita della nuova edizione de I Diari di Rubha Hunish di Davide Sapienza e col prezioso supporto di ALPES, sarò a Bergamo con Davide – tra i più illuminanti scrittori italiani in senso assoluto – e Stefania Casini, direttrice del Museo Archeologico e prestigiosa divulgatrice culturale, conversando nel corso di un cammino geoarcheologico nella splendida cornice di Città Alta, intorno alle Mura Venete (candidate a Patrimonio UNESCO), che comprenderà anche la visita in luoghi particolari solitamente non visitabili e eccezionalmente aperti per l’occasione ai partecipanti. A seguire, in Sala Curò, nella meravigliosa Cittadella, avrò l’onore di condurre una conversazione con Davide Sapienza, Stefania Casini e i partecipanti al cammino intorno ai temi narrati ne I Diari alla scoperta dell’essenza dell’esplorazione geopoetica del territorio – qualsiasi esso sia: selvaggio, naturale, urbano – attraverso un inedito sguardo sul mondo e un camminare condiviso per evocare lo spirito dei luoghi interessati.

logo-alpes_250ombraL’evento è a numero chiuso e prevede la prenotazione obbligatoria: cliccate sulle immagini per saperne di più e, nel caso, per prenotarvi.

Sarà un evento unico per tanti motivi – e non è un’esagerazione, questa: per la possibilità di visitare luoghi altrimenti inaccessibili dacché riservati a pochissimi, di esplorare la meraviglia urbana di Città Alta in un modo nuovo, diverso, profondo, illuminante, di conoscere nella sua nuova edizione una pietra miliare della letteratura di viaggio (sotto ogni accezione di questo termine) quale è I Diari di Rubha Hunish, per la fortuna di dialogare direttamente con Davide Sapienza e lasciarsi da lui guidare verso i territori dell’Ultratempo… Insomma, sarà un evento da non perdere!

P.S.: qui potete scaricare il comunicato stampa ufficiale dell’evento.