“Per di più si pretende, con insistenza, la gioia di vivere, tanto che i direttori dei teatri non fanno altro che ordinare farse quasi che la gioia di vivere si riduca a fare gli scemi in scena e a descrivere gli uomini come tanti invasati o idioti. Io trovo invece la gioia di vivere nelle forti crudeli lotte dell’esistenza e godo sempre nell’apprendere qualcosa, nell’istruirmi.”
Sono passati quasi 130 anni dalle succitate parole di Strindberg. Ma provate a sostituire “teatri” con “canali TV”… non vi pare che diventi di colpo una citazione di valore assolutamente contemporaneo?
Senza tragedie, senza i cattivi non c’è storia. Prendi Tolstoi con Anna Karenina, una stupida, una puttana, lascia il bambino, lascia marito… Ma ti ci affezioni, la adori. Lo sapeva anche il padre eterno: quando si accorse che Adamo si annoiava gli creò la moglie, una rompicogliona, che però ha fatto andare avanti la storia. Nei romanzi ci vogliono i cattivi. La bisbetica quando è domata finisce la commedia.
Così raccontava Paolo Poli, mancato pochi giorni fa, con quel suo inimitabile e illuminante stile fatto di ironia, sagacia, sarcastica franchezza e un meraviglioso tocco di cinismo. Purtroppo, anche senza personaggi come lui la storia non c’è, non la si fa. Qualcuno sul web, in occasione del suo decesso, ha scritto che è morta “la madre della Patria, il maestro Poli”. E’ vero, purtroppo: la nostra cultura è sempre un poco più sola, un po’ più debole e tutti noi più orfani di tali sublimi genitori. Ma la storia, che Poli e quelli come lui hanno fatto e hanno saputo così impreziosire della loro presenza e con la loro arte, li ha già resi immortali.
E non è nemmeno una magra consolazione, questa, se piuttosto di ignorare – come si viene portati a fare – sappiamo e sapremo ricordare tale immortalità culturale. Perché, appunto, è storia e cultura. Roba nostra, insomma.
Tempo fa lessi un articolo nel quale si disquisiva del rapporto inversamente proporzionale tra qualità letteraria di alcuni autori e posizione nelle classifiche di vendita ovvero, per conseguenza, della crescente incapacità da parte del grande pubblico di distinguere la letteratura di pregio da quella pseudo-tale, e tra i vari nomi d’esempio citati al riguardo c’era quello di Valeria Parrella.
Che dovevo leggere a tal punto, senza dubbio. Così, ho sottoposto il libro prescelto per fare la di lei conoscenza letteraria alla personale e consueta metodologia: acquisto, messa in vista sullo scaffale della biblioteca domestica tra i libri ancora da leggere, maturazione o decantazione (di durata variabile e comunque imprevedibile) scintilla d’interesse alla lettura (quasi sempre improvvisa e istintiva), lettura.
Per questo giungo solo oggi a scrivere di Mosca più balena (Minimum Fax, Collana Mini, 1° ediz. 2003), pluripremiato esordio della scrittrice napoletana ma non per questo – ovvero non perché esordio e non perché pluripremiato – scelto dallo scrivente per fare la sua conoscenza, appunto. Mosca più balena è una raccolta di sei racconti di vita vissuta, se così posso dire, nei quali Parrella mette in scena soggetti e situazioni di sostanziale ordinarietà e, dunque, di potenziale ovvietà: una ragazzina appena maggiorenne che accanto a un malavitoso si atteggia a signora dell’alta società, un trentacinquenne cocainomane che vive con la mamma e organizza sgangheratissime campagne elettorali, una giovane donna che ondeggia tra passione etero e omosessuali in una quotidianità precaria e priva di emozioni…
Leggete la recensione completa di Mosca più balenacliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!
Sandro Botticelli, La Voragine dell’Inferno, 1490-1495.La riflessione che vi sottopongo in questo articolo parlerà di cultura in senso politico. Politico, sì, non partitico – anzi, l’esatto opposto, nella sostanza. Nasce, tale riflessione, dal frequente constatare lo stato in cui giace la cultura (in senso generale) in Italia, e di come essa risulti programmaticamente negletta e sostanzialmente disprezzata da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi decenni, di qualsiasi parte, segno, colore fossero. Per tale motivo ho affermato lì sopra che queste mie considerazioni, scaturenti dal personale punto di vista di fruitore ergo sostenitore della cultura – in senso lato ma pure, se non soprattutto in senso di valore politico di essa – hanno un marchio non a-partitico, semmai anti-partitico. Perché se la politica è, classicamente, la gestione della cosa comune e la cultura, con tutte le arti d’ogni sorta che la formano, è da sempre la fonte della migliore, più sagace e sovente profetica rappresentazione del nostro mondo comune e delle sue pubbliche realtà, inevitabilmente i prodotti culturali – meglio, l’attività di produzione culturale, è in tutto e per tutto anche un esercizio politico. Di qui non ci si scappa.
Posto ciò, e appunto in tema di stato spesso fatiscente della cultura in Italia generato in molti casi dal sostanziale disinteresse istituzionale – così ben certificato dall’ormai celeberrimo “con la cultura non si mangia!” proferito da un noto ex ministro – viene da chiedersi perché ci sia una tale conclamata avversione della politica verso le cose culturali. Ecco, la risposta migliore che mi viene in mente scaturisce da quelle peculiarità lì sopra elencate riguardo la cultura, la quale da sempre – quando sia di qualità – è originale, fuori dagli schemi, innovativa, sovversiva, spesso pure profetica, appunto. Ovvero, è quanto di più avverso a qualsiasi sistema di potere, politico in primis ma non solo, che per sua natura persegua come obiettivo fondamentale la propria salvaguardia, e che dunque contrasti qualsivoglia pur minimo elemento che possa mettere in discussione lo stato di fatto sul quale il sistema suddetto si regge e prospera. Che venisse o venga da una parte o dall’altra dell’emiciclo parlamentare, proclamandosi dunque al caso conservatrice o progressista, la classe politica di questo paese si è sempre dimostrata inequivocabilmente e rigidamente reazionaria verso la cultura. Per mera fobia, appunto, per angoscia di quanto potesse generare e proporre alla gente, per il terrore che un buon nutrimento culturale possa permettere alla gente di pensare: la cosa massimamente invisa a qualsiasi potere dominante.
Non è un caso, poi, che tale atteggiamento politico non si limiti al solo ambito culturale: purtroppo viene facile constatarlo pure, ad esempio, nell’innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica, nell’evoluzione sociale… – l’elenco è piuttosto lungo e d’altro canto notorio.
L’alternativa a ciò messa in atto dal potere nella storia, passata e recente, è l’assoggettamento della cultura alle sue direttive, ovvero la trasformazione della produzione culturale in mezzo di propaganda e di celebrazione del potere stesso, con la parallela eliminazione materiale di quella che non si voglia allineare. Ma siccome tale metodo necessita di un clima di vigente antidemocrazia – e comunque di casi del genere ve ne sono pure in circolazione, anche solo come adattamento al più piatto e ruffiano politically correct: tra libri, musica, cinema e quant’altro, di esempi in tal senso ve ne sono a bizzeffe – al potere non resta altro che lasciare languire la cultura in uno stato di sostanziale e crescente miseria (non solo finanziaria, ribadisco), semmai sostenendo tutto quanto nel quotidiano sia invece ad essa avverso, dalla TV (che non è più “cultura” da tempo, serve dirlo?) agli elementi meramente consumistici fino al materialismo e all’edonismo più ottuso – il caro vecchio panem et circenses, ecco.
Insomma, tutto ciò per sostenere che dal profondo sconcerto derivante dalla constatazione che qualsiasi parte politica che abbia avuto e ha mansione amministrative ha sempre e comunque fatto in modo di non considerare la cultura, se non di avversarla, scaturisce una ulteriore, palese considerazione: non saranno i cambi di colore politico al potere a risollevare le sorti della cultura in Italia, piuttosto serve un radicale cambio di punto di vista, di visione generale, di orizzonti e di fini. Un cambio di sistema, ecco, che sappia cancellare il dogma programmatico che il suddetto ex ministro palesò pubblicamente e riconosca, ovvero comprenda profondamente, tutta l’importanza sociologica, antropologica ergo pure politica – nel senso “alto” del termine, antitetico a qualsiasi accezione partitica di esso, oggi purtroppo dominante – che la cultura possiede per il bene e il progresso della società nella quale si manifesta.
Sembrerebbe una cosa persino banale e totalmente ovvia, vero? Ho fatto la scoperta dell’acqua calda, lo so bene: peccato che sia una scoperta del tutto ignorata, con gli sconcertanti – anzi, per restare in metafora, raggelanti risultati che ci ritroviamo davanti.
Senza tutto ciò, beh, temo che per la cultura nazionale il futuro sarà sempre più cupo.
Questa sera, 2 novembre duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #3 dell’anno XII di RADIO THULE. Una puntata inevitabile, questa sera, intitolata: “Pasolini, 40 anni”.
Il 2 novembre di 40 anni fa, infatti, veniva ucciso a Roma Pier Paolo Pasolini. Non c’è bisogno di affermare ancora una volta chi e cosa sia stato Pasolini per la cultura italiana, di contro c’è ancora assoluto bisogno di mantenere forte e vivido il messaggio illuminante e sovente premonitore, se non profetico, che ha lasciato ai posteri, ovvero a tutti noi. Perché le parole di Pasolini, pur se hanno 40 e più anni, restano totalmente valide ancora oggi, e assolutamente didattiche. Sarà dunque una puntata, questa, non tanto biografica o di mera commemorazione ma soprattutto di rinnovamento e rigenerazione del valore del messaggio pasoliniano, fatto attraverso la voce stessa di Pasolini in alcuni preziosi documenti d’epoca. Documenti che fanno capire come questi 40 anni forse non sono mai realmente trascorsi, nel bene e nel male.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!