Se il dissesto idrogeologico fa crollare le strade ma non le piste da sci

Il persistente periodo piovoso che sta caratterizzando questa primavera in Nord Italia, soprattutto nelle aree alpine e prealpine, con i suoi fenomeni meteorologici sovente estremi determinati dal cambiamento climatico in corso, ha causato un conseguente esorbitante numero di danni e dissesti idrogeologici che hanno colpito le strade dei territori montani un po’ ovunque, con i relativi disagi del caso, e al contempo ne hanno ben evidenziato la fragilità che, bisogna temere, andrà peggiorando negli anni futuri.

Eppure, non pare che vi sia un grande entusiasmo da parte degli enti politici a favore dello stanziamento di risorse per mitigare gli effetti così diffusi e frequenti del dissesto idrogeologico (nonostante la cronicità del problema) e per assicurare un’adeguata manutenzione alla rete viabilistica montana al servizio delle comunità residenti. Addirittura si è avuta notizia recente di tagli alle risorse pubbliche destinate a questo ambito, mentre a livello regionale i fondi riservati appaiono ben scarsi rispetto alle necessità. Viceversa, sembra rimanere immutato l’entusiasmo per spendere (o forse dovrei già scrivere per sperperare) decine di milioni di Euro di soldi pubblici per progetti sciistici tanto faraonici quanto anacronistici e impattanti: come i 50 – cinquanta! – milioni su 70 totali per il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola (sul quale ho già scritto più volte, si veda qui), ma è solo un caso dei numerosi che negli ultimi anni sono saltati fuori qui e là sulle nostre montagne, quasi sempre al di sotto dei 2000 m di quota e spesso su esposizioni che mettono a rischio la tenuta del manto nevoso, dunque la logica generale di questi interventi paventati.

[Una recente frana in alta Valle Brembana, provincia di Bergamo. Immagine tratta da “L’Eco di Bergamo“.]
In ogni caso, anche a prescindere dalla sostenibilità (ambientale, economica, culturale) di tali progetti, non sarebbe il caso di prestare più attenzione, e dunque più risorse, a mettere in sicurezza le infrastrutture principali al servizio delle comunità di montagna prima di costruirne altre utili solo al divertimento altrui e a pochi altri? Ciò dal momento che, come accennato, il cambiamento climatico in corso mette sempre più a rischio i versanti montani: identificare tutte le criticità presenti e prevenire gli eventuali dissesti è certamente impossibile, ma senza dubbio è ben più possibile intervenire dove quei rischi siano ormai risaputi, soprattutto quando incombenti sulle più importanti strade di collegamento nei territori montani, assicurando in questo modo benefici fondamentali agli abitanti e alla loro quotidianità. Non mi pare che seggiovie e telecabine possano servire a portare gli abitanti della montagna ai luoghi di lavoro o negli ospedali di zona, almeno non quanto una strada sicura e ben manutenuta! Dunque quale dovrebbe essere la priorità di spesa pubblica, tra le due cose?

Insomma: anche stavolta il nocciolo della questione riporta a un semplice ma ineludibile principio di buon senso (generale ma civico e politico in particolare) e di sensibilità nei confronti dei nostri territori, montani e non solo. Cose che, continuo a temere, servono poco per formulare slogan e fare propaganda politica, ecco.

Una luce in fondo al tunnel dello sci, a Lizzola. Ma…

È parecchio significativo constatare come, quando si vogliano sostenere certi progetti turistici – in special modo sciistici – palesemente insostenibili e decontestualizzati rispetto ai territori ai quali vengono imposti, si fa sempre ricorso alle solite frasi: da «la montagna senza sci muore» alla «lotta allo spopolamento» fino all’«ultimo treno» per il rilancio e da non perdere – già “sentito” sulle montagne bergamasche a San Simone, ad esempio.

Evidentemente non solo quei progetti rappresentano dei copia-incolla sparsi a casaccio sulle montagne anche dove le condizioni ambientali e climatiche li rendano già fallimentari prima ancora di nascere – pure al netto dell’impatto paesaggistico – manifestando con ciò una grande carenza di pensiero, di progettualità, di visione e di attenzione alla comunità locale e ai suoi reali bisogni (che ovviamente non sono solo quelli legati al turismo), ma pure le frasi (fatte) utilizzate per sostenerli sono estratte da un unico e minimo vocabolario di slogan la cui ridondanza li rende sostanzialmente vuoti di senso.

Con questo non si può e si vuole affatto sostenere che il turismo non rappresenti un elemento economico importante per i territori come quelli in questione, anzi! Ma a patto che il suo sviluppo sia ben ponderato, basato su una progettualità strutturata a lungo termine, dotato di visione della realtà e del futuro, consono al luogo e alle sue peculiarità nonché – ultimo ma non ultimo, anzi! – in grado di apportare benefici a tutta la comunità residente nel territorio senza con ciò renderla ostaggio di una monocultura economica come quella dello sci, palesemente destinata a non stare in piedi.

[Cliccate sull’immagine per leggere un altro articolo sul tema in questione.]
Investire nello sci in un contesto come quello di Lizzola, oggi e nel prossimo futuro, può significare solo due cose: manifestare ben poca sensibilità per la realtà delle proprie montagne (e pure una certa prepotenza) oppure scarsa lucidità e capacità di pensiero a soluzioni alternative. Che ci sono e in un contesto come quello in questione potrebbero facilmente genere un giro economico maggiore di quello legato allo sci – che peraltro qui, visti i terreni e le quote, dovrebbe sostenere costi esorbitanti per reggersi in piedi.

La montagna oggi muore solo se non si ha la volontà e la capacità di farla vivere: ma se si vuole ancora credere alla retorica degli “ultimi treni da non perdere” perché si rifiutano altre vie da seguire, sarebbe bene che a Colere-Lizzola (e nelle altre località con simili idee arrischiate per la testa) stiano attenti a parlare di tunnel e di treni, perché…:

[«La luce in fondo al tunnel è un treno». Ecco.]

I voli turistici in elicottero aiutano la montagna a “sopravvivere”?

Posto il rispetto per la carica istituzionale, sconcerta leggere le recenti dichiarazioni della sindaca di Valbondione (Valle Seriana, provincia di Bergamo) con le quali commenta l’inevitabile “Bandiera Nera” assegnata da Legambiente al progetto di ampliamento del comprensorio sciistico tra Lizzola (frazione del comune di Valbondione) e Colere, in Valle di Scalveun progetto già tramontato per problemi finanziari e ambientali, ora inopinatamente riproposto nonostante gran parte delle infrastrutture siano a quote ormai fuori precipitazioni nevose, che utilizza soldi pubblici senza offrire alle valli interessate un sostegno duraturo ed efficace», questa la motivazione della “Bandiera Nera”; di tale progetto ne ho scritto qui). La sindaca ribadisce il suo sostegno al progetto e dice: «Appena insediata ricordo la “battaglia” di Legambiente contro l’uso dell’elicottero per voli turistici e anche allora chiesi loro di proporre alternative alle nostre iniziative atte alla sopravvivenza in montagna. Oggi ci risiamo: niente proposte, solo critiche».

[Il territorio che si vorrebbe sottoporre all’ampliamento sciistico; tutta la zona intorno al Pizzo di Petto è pressoché priva di infrastrutture e sostanzialmente integra. Potete ingrandire l’immagine cliccandoci sopra.]
Alla sindaca, senza voler affatto fare l’avvocato difensore di Legambiente che non ne ha bisogno, ricordo che i voli turistici in elicottero sulle montagne che evidentemente a lei piacciono tanto sono una delle pratiche più impattanti per il paesaggio montano (lo denunciai con forza già qui), e inoltre che il suo comune è compreso nella zona di tutela del Parco delle Orobie Bergamasche e circondato da aree protette da ZPS e dalla Rete Natura 2000 per le quali la presenza continua di velivoli rappresenterebbe un danno ambientale e d’immagine devastanti. Inoltre, chiedo come i voli turistici in elicottero possono far «sopravvivere la montagna» inquinandone l’aria e il paesaggio sonoro e come possano essere compatibili con una frequentazione veramente sostenibile, consapevole e rispettosa delle sue montagne.

Infine, di nuovo ribadendo di non voler difendere Legambiente (anche perché non posso definirmi un “ambientalista”), è bene rimarcare che non è un soggetto terzo che si occupa di tutela ambientale a dover proporre alternative turistiche ma è il comune che amministra il territorio in questione a dover manifestare attenzione, sensibilità, cura e competenza verso le sue montagne elaborando progetti e iniziative realmente consone ai suoi luoghi e in grado di alimentare un’economia turistica non monoculturale che possa apportare vantaggi concreti innanzi tutto al territorio e alla sua comunità oltre che ai visitatori i quali, peraltro, proprio in forza di tutto ciò saranno ancora più soddisfatti di frequentare le montagne del suo comune. Ma tenga presente che se elaborerà progetti e iniziative insostenibili, prive di qualsiasi logica e di contestualità con i luoghi coinvolti (vedi i voli in elicottero o nuovi impianti sciistici sotto i 1800 m in aree naturalisticamente intatte), è inevitabile che riceverà critiche e dinieghi: si chiama buon senso e meno male che ancora esiste, altrimenti in certe località d’alta montagna avremmo autostrade, megaparcheggi e centri commerciali “per la sopravvivenza delle montagne e il sostegno all’economia locale”!

Se il comune non possiede le abilità per elaborare quanto sopra, sappia la sindaca che esistono ottime realtà che lavorano in questi ambiti: basta contattarle e pensare a una collaborazione fattiva al riguardo.

Tutto il resto, comprese le sue opinioni sull’operato di Legambiente, sono pura propaganda ideologica che alle montagne, al loro sviluppo e al bene quotidiano delle comunità che le abitano non servono a nulla, di qualsiasi segno esse siano. Ecco.

Il “Patto Territoriale” per il turismo in Valsassina: tra milioni di Euro a pioggia, entusiasmi poco giustificati, seggiovie assurde e la (ri)scoperta dell’acqua calda

È certamente apprezzabile la considerazione che Regione Lombardia riserva alla Valsassina, cioè in buona sostanza alle montagne della provincia di Lecco maggiormente interessate dal turismo – il cui territorio comprende un’altra valle prealpina di grande valore, la Valvarrone – attraverso lo stanziamento di 36 milioni di Euro complessivi per la realizzazione degli interventi previsti dal “Patto territoriale per lo sviluppo delle aree montane e dei comprensori sciistici ed escursionistici dei piani di Bobbio-Valtorta e dei piani di Artavaggio in Valsassina  – Strategia locale per lo sviluppo integrato e sostenibile della Valsassina” (fonte qui).

Un po’ meno apprezzabile – a parere di chi scrive – seppur ormai consolidata e triste abitudine della politica nostrana, è l’entusiastica strumentalizzazione propagandistica di questi interventi della quale si può leggere sulla stampa locale (siamo in campagna elettorale, d’altro canto): interventi che comprendono la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio, l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio e una nuova seggiovia a servizio della pista che da Bobbio scende verso Nava, oltre a opere stradali e accessorie.

[La funivia Moggio-Piani di Artavaggio, costruita nel 1961 e rimasta in servizio fino a quest’anno.]
Perché è meno apprezzabile? Perché uno sguardo più obiettivo sulla questione rileverebbe che gli interventi sugli impianti di arroccamento per i Piani di Bobbio e di Artavaggio non sono affatto «emblematici» come sostenuto, al punto da suscitare siffatti entusiasmi propagandistici, ma sono inesorabilmente obbligati, rappresentando infrastrutture giunte a fine vita tecnica o che necessitano gioco forza di rinnovamento e peraltro essendo la funivia per Artavaggio classificata come “Trasporto Pubblico Locale”: non potevano essere evitati e tanto meno negati, in pratica, pena la fine delle due località non solo dal punto di vista turistico. Per essi l’esultanza pur legittima è un po’ come per la scoperta dell’acqua calda, insomma.

[L’attuale cabinovia che da Barzio raggiunge i Piani di Bobbio, costruita nel 1993.]
Parimenti non c’è da felicitarsi, anzi, c’è solo da sconcertarsi per la riproposizione della citata seggiovia tra Nava e i Piani di Bobbio, bocciata già anni fa sia per «l’impossibilità di omologare il tracciato che discende la montagna fino al centro urbano, sia per il sopraggiunto disinteresse delle parti a investire nello sci ampiamente sotto i mille metri» (fonte qui). E se già si manifestava disinteresse tempo addietro per la costruzione di nuovi impianti sciistici a certe quote, figuriamoci oggi e ancor più nei prossimi anni con la crisi climatica che accresce senza sosta i suoi effetti, particolarmente visibili proprio sulle Alpi. Verrebbe quasi da pensare a un atteggiamento da negazionismo climatico bello e buono, ma ovviamente la speranza è che non sia così. D’altronde tutto ciò è reso ancor più emblematico da quanto dichiarato non più tardi di un anno e mezzo fa (settembre 2022) dalla società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio, riguardo questa prevista seggiovia: «Si tratta di una vicenda del passato che nulla ha a che fare con i nostri investimenti a monte in corso attualmente: Itb ha un’altra programmazione e un’altra prospettiva. Al termine dei lavori il ripristino dell’area e la componente naturalistica saranno la priorità» (fonte qui).

Dunque? Dov’è la logica in tutto ciò? E dov’è la coerenza, dove la visione strategica locale a lungo termine che dovrebbe essere propria di un autentico e sostenibile patto territoriale?

[La pista di discesa tra i Piani di Bobbio e Barzio che percorre il versante di Nava, detta “d’emergenza” perché sarebbe dovuta servire per il rientro degli sciatori a valle in caso di fermo della cabinovia e mai entrata ufficialmente in servizio (anche perché quasi mai innevata), nei pressi della quale si vorrebbe realizzare la nuova seggiovia.]
In verità, è arduo non rimarcare quanto risulti sconcertante pensare di spendere milioni di Euro di soldi pubblici (3, a quanto si sa) per una seggiovia quadriposto che nasce già rottame, viste le condizioni nelle quali si realizzerebbe; ancor più lo è al pensiero dei molti investimenti che la Valsassina e la sua comunità avrebbe bisogno per mantenere i propri servizi di base ad un livello accettabile per un territorio di montagna. Investimenti e servizi che, tocca nuovamente constatare, non così sembrano funzionali all’entusiasmo e alla propaganda della classe politica odierna come quelli destinati al turismo di massa, nemmeno di quella che verso le montagne dovrebbe manifestare maggiore riguardo e sensibilità.

Si badi bene: queste mie considerazioni non concernono gli aspetti ecologici o ambientali della questione e tanto meno quelli politici e amministrativi ma la logica, la razionalità, la visione realmente strategica a favore della montagna e delle comunità locali… in breve il buon senso. Questo è, innanzi tutto: una questione di buon senso. Per capire se sia presente e attivo oppure no è indispensabile analizzare, indagare, pensare, riflettere a trecentosessanta gradi sul contesto, porsi domande e richiedere risposte plausibili, se non vi siano. Servono ad alimentare questa dinamica culturale, tali mie considerazioni.

Infine, due appunti personali. Il primo: per la sostituzione della funivia va-e-vieni Moggio-Piani di Artavaggio è prevista una spesa di 15 milioni di Euro. Temo che non basteranno per la tipologia e le caratteristiche dell’impianto in questione, e che ne serviranno parecchi di più, ma ovviamente spero di sbagliarmi.

Il secondo: peccato che l’ammodernamento/potenziamento della cabinovia da Barzio ai Piani di Bobbio non preveda una nuova linea prolungata con partenza dal fondovalle, qui ambientalmente integrata (ad esempio tramite una stazione semi-interrata e parcheggi sotterranei) e con intermedia dove ora c’è la stazione di Barzio, il che veramente risolverebbe l’annosa questione del traffico tra le vie del comune dell’Altopiano valsassinese e agevolerebbe un sistema di trasporto pubblico integrato dall’area milanese (treno+bus+cabinovia) al servizio del comprensorio sciistico che, per un paese come l’Italia, rappresenterebbe qualcosa di rivoluzionario, consentendo a un vastissimo pubblico di andare a sciare d’inverno o a camminare d’estate in una bellissima località montana senza utilizzare l’auto.

Purtroppo, invece, restiamo ancora qui a entusiasmarci per l’acqua calda. Che serve, sia chiaro, ma sperando che il riscaldamento globale non renda bollente al punto da non potersene servire più.

N.B.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dal quotidiano on line “ValsassinaNews“.

Un collegamento sciistico tra Colere e Lizzola? Idea interessante. Se fossimo nel 1964!

Quello che prevede di unire i comprensori sciistici di Colere e Lizzola, tra Val di Scalve e Valle Seriana (provincia di Bergamo), è un progetto veramente interessante.

Sì, se fossimo nel 1964.

Invece ora, anno 2024, appare sotto tutti i punti di vista come un’idea insensata e deleteria. Non solo per il clima in divenire, non perché le piste si troverebbero per gran parte sotto i 2000 m di quota e in esposizioni sfavorevoli, non soltanto perché andrebbe a intaccare zone montane delicate e per questo già tutelate ambientalmente, ma soprattutto perché nuovamente inganna la comunità locale facendole credere di sostenerne l’economia quando invece la zavorrerà ancor più di ora, di contro senza che si faccia nulla di concreto per avviare un autentico sviluppo socioeconomico locale con un progetto strutturato e di ampie vedute temporali che metta in rete tutte le numerose potenzialità del territorio – anche quelle turistiche, ma finalmente contestuali al luogo e alla realtà attuale – mantenendo al centro le necessità e il futuro della comunità residente. D’altro canto, appunto, non siamo più negli anni Sessanta: oggi non può più esistere un turismo che risulti attrattivo per i visitatori se prima non contempla come interesse primario il bene del territorio, del paesaggio e della sua comunità. Ma, con tutta evidenza, questa è una realtà che chi vuole sfruttare senza limiti le montagne soltanto per fare soldi non vuole che si dica.

Ma ragioniamoci sopra insieme, e mettiamo che abbiate a disposizione un appezzamento di terreno bello ma posto su un versante che ha problemi di stabilità, circa il quale innumerevoli studi geologici dicono che prima o poi franerà. Non subito e non si sa con che volumi di frana ma è pressoché certo che succederà perché in loco ci sono tutti i sintomi che lo prevedono. Ecco; su questo appezzamento di terreno voi ci costruireste sopra una casa, grande e bella non badando a spese, annunciando pure che una volta costruita darete tutti i giorni feste per la gioia e il divertimento dei vostri amici?

Io credo che – per essere chiari e schietti – solo un tizio un po’ folle s’arrischierebbe in un’impresa del genere buttandoci dentro un sacco di soldi. Un tizio un po’ folle e pure mascalzone nel caso che i soldi siano pubblici.

Be’, è nel principio ciò che accade con certi nuovi progetti di infrastrutturazione sciistica (la casa da costruire) in territori montani per la gran parte al di sotto dei 2000 metri di quota come quello con il quale si pensa di unire i comprensori di Colere e Lizzola, a fronte della realtà ambientale corrente (l’appezzamento di terreno) e dei report climatici che elaborano ciò che accadrà negli anni prossimi (gli studi geologici). Non solo: nonostante il loro rischio palese e la possibilità di fallimento quasi certa, quasi sempre tali infrastrutturazioni vengono finanziate parzialmente o totalmente con soldi pubblici, sovente sottratti ad altre opere che sarebbero ben più utili e vantaggiose per il territorio e i suoi abitanti.

[In questa mappa ho evidenziato la posizione dei due comprensori di Lizzola e di Colere, distanti circa 5 km in linea d’aria nel punto di maggior vicinanza, con linea tratteggiata blu i nuovi impianti che si dovranno necessariamente realizzare e, con il simbolo triangolare, la posizione del tunnel dotato di tapis roulant con il quale si vorrebbero “unire” i due comprensori. Si notino le quote interessate, quasi sempre sotto i 2000 metri, e l’esposizione, ampiamente sfavorevole. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
Forse, invece che andare a intervenire sul terreno in quel modo, sarebbe il caso di metterlo in sicurezza e poi di renderlo fruibile in modi ben più consoni e meno impattanti, così valorizzandolo molto meglio e con molte più possibilità di farne un bene redditizio (non solo economicamente) per tutti, non credete?

Eppure, con tutta evidenza, certi soggetti privati ma soprattutto pubblici i quali malauguratamente hanno tra le mani la sorte delle nostre montagne pensano ancora di essere immuni a qualsiasi “frana”, a qualsiasi cambiamento climatico e ambientale, a qualsiasi evoluzione sociale, culturale, economica e politica dei loro territori montani, e in tale stato di alienazione spaziale e temporale – forse appunto pensano che siamo nel 1964, non nel 2024! – continuano a proporre progetti sciistico-turistici fuori di senno e di qualsiasi logica. Perché a considerarli per quanto prevedono sono progetti indubbiamente belli, intriganti, ben fatti: ma, appunto, non è che se una villa è bella e ben progettata potrà stare in piedi se costruita su un terreno che non regge. Crollerà comunque, prima o poi, vanificando qualsiasi bontà originaria e il relativo investimento sostenuto nonché cagionando danni pure a ciò che avrà intorno. Progetti sciistici che avrebbero avuto senso cinquanta o sessant’anni fa oggi non lo hanno più, con tutta evidenza. Inoltre, tali iniziative non rappresentano soltanto un rischio in sé ma ne determinano uno anche per l’intera comunità del territorio che ne è soggetto: l’esatto opposto di ciò che viene dichiarato a loro sostegno, ovvero che rappresentino «una salvaguardia per la sopravvivenza di intere comunità» (motivazione copia-incolla sempre presentata in tali circostanze, non avendone altre giustificabili da sostenere. Ma come possono salvaguardare una comunità se non considerano per nulla i rischi principali che minacciano quella comunità, anzi li sfruttano a proprio vantaggio senza tener conto delle inevitabili conseguenze che ricadranno sulla stessa comunità? Come possono pensare alla sua sopravvivenza se progetti del genere evitano proprio l’obiettivo fondamentale che dovrebbero perseguire, ovvero l’elaborazione della resilienza necessaria alla realtà corrente e futura (non solo dal punto di vista ambientale, ribadisco) che il territorio necessita non solo per sopravvivere ma per vivere, e nel modo più proficuo possibile?

Ovviamente, qualcuno che invece si dice favorevole c’è, e al solito sostiene il proprio consenso con le solite, pappagallesche rimostranze: «Ah, voi ambientalisti (da salotto, probabilmente) siete solo capaci di dire di no!»: a parte che, per quanto mi riguarda, non posso ambire di essere un “ambientalista” ma sono un mero studioso dei paesaggi montani e delle loro realtà, il problema semmai sono costoro che non sanno dire altri che «sì» perché non in grado di comprendere (o non hanno la voglia di farlo) quanto siano deleteri certi progetti imposti – e sottolineo imposti – alle loro montagne, e parimenti non possono e vogliono impegnarsi per costruire un progetto e un futuro veramente concreti, sostenibili e virtuosi per loro stessi e il territorio cin cui vivono! A proposte così insensate semplicemente non si può che dire no, perché palesemente non stanno in piedi, non hanno senso, non hanno futuro, mentre invece non si può che dire sì a qualsiasi iniziativa che realmente sia in grado di sostenere le loro comunità da subito e ancor più negli anni futuri. E di progetti del genere ce ne sono e se ne possono elaborare a iosa: solo che evidentemente agli speculatori di varia natura che al momento tengono le redini di questi territori non interessano perché non alimentano i loro tornaconti. Progetti che, se poi falliscono come già da tempo accade (vedi le centinaia di comprensori sciistici chiusi negli ultimi anni sulle montagne italiane) e chissà quanto più accadrà negli anni futuri, i loro promotori se ne andranno altrove e ai montanari locali resteranno i rottami, le macerie, l’abbandono e il degrado di un patrimonio meraviglioso ma che è stato drammaticamente sfruttato e consumato. Veramente vogliono dirsi favorevoli a correre un rischio del genere?

Dunque, per essere chiari: se le cose non cambiano, prima o poi le montagne alle quali essi dicono (e credono) di tenere così tanto ma delle quali non vogliono vedere le reali criticità “franeranno” loro in testa. Non si sa quando e con che modalità ma tutto dice che accadrà, se non si interverrà concretamente e rapidamente affinché non avvenga. Poi però, nel caso, non vengano a piangere sul latte da essi stessi versato, scegliendo di non salvaguardare il loro futuro. Non è per fare del facile catastrofismo o gli uccelli del malaugurio: vorrei solo che gli abitanti dei territori in questione capissero che il loro destino non può essere sottoposto a variabili, rischi, pericoli così elevati per il solo tornaconto di qualcuno ma viceversa va sostenuto, curato, garantito per il benessere di tutti – abitanti e lavoratori stanziali, villeggianti stagionali, turisti più o meno occasionali. D’altro canto in concreto la montagna, prima ancora che vette valli prati boschi torrenti eccetera, è la gente che la abita e la vive: in assenza di un’autentica cura e di altrettanta tutela, dei suoi versanti ne può franare qualcuno, della loro comunità crollerà tutto quanto.