Per gli svizzeri costruire nuove strade non risolve il problema del traffico. E per gli italiani?

[L’ingresso sud della galleria autostradale del San Gottardo ad Airolo, in Canton Ticino. Foto di Grzegorz Jereczek da Gdańsk, Poland, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dalla Svizzera giunge un’ottima notizia – almeno dal mio punto di vista: nel referendum svoltosi ieri, l’elettorato elvetico ha respinto il progetto di estensione di sei tratte della rete autostradale proposto dal governo federale: per gli svizzeri non è la soluzione per far fronte all’aumento del traffico automobilistico, il che indirettamente significa che la Confederazione dovrà potenziare ancora più di ora il trasporto ferroviario, già oggi tra i più sviluppati del mondo.

In buona sostanza ciò che gli svizzeri hanno sancito con il proprio voto è ciò che è stato scientificamente stabilito più di mezzo secolo fa dal Paradosso di Braess, formulato dall’omonimo matematico tedesco nel 1968 (e costantemente confermato dagli specialisti del settore), il quale dimostra che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». Una decisione tanto più importante, quella Svizzera, in quanto molta parte della rete autostradale del paese si sviluppa nelle Alpi, con un conseguente notevole impatto sull’ambiente e sul paesaggio; d’altro canto il risultato del referendum di domenica rappresenta una conferma di ciò che già gli svizzeri stabilirono nel 1994 votando a favore dell’iniziativa popolare per la protezione delle regioni alpine dal traffico stradale di transito (“Iniziativa delle Alpi”). Un testo che «ha profondamente marcato la politica dei trasporti nella Confederazione che da allora, come detto, è imperniata sul trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia per quanto concerne i transiti attraverso l’arco alpino» come rimarca il sito di informazione “Swissinfo.ch”.

Quanto accaduto ieri in Svizzera (paese che, sia chiaro, non è certo il paradiso in Terra per alcune cose ma per tante altre sì, o quasi) rende se possibile ancora più discutibile, se non paradossale, ciò che avviene al di qua delle Alpi, in Italia, dove al problema della rete stradale sempre più intasata di traffico si pensa di sopperire soltanto con la costruzione di nuove strade e autostrade nel mentre che il trasporto pubblico su gomma e ferroviario, in primis quello locale, viene messo sempre più in difficoltà, continuamente privato di fondi, mal gestito, senza alcuna progettualità di sviluppo futuro e per ciò tagliato appena possibile ovvero soprattutto nei territori montani e nelle aree interne, guarda caso. Il tutto, ignorando gli allarmi e le proteste dei cittadini italiani, i quali non hanno nemmeno uno strumento referendario avanzato come quelli svizzeri per cercare di bilanciare l’inazione politica.

Ecco, detto ciò non credo ci sia molto altro da aggiungere al riguardo.

P.S.: mi sono già occupato altre volte della questione delle strade e autostrade alpine e del loro traffico, qui trovate alcuni articoli.

Il “Paradosso di Braess”, ovvero: alcune domande alle quali dovremmo trovare buone risposte ma che troviamo comodo non sottoporci

P.S. (Pre-Scriptum): è un post un po’ lungo, ma spero che resisterete e lo leggerete fino alla fine.
Negli ultimi tempi, per vari impegni da sostenere, ho viaggiato parecchio in auto lungo le strade del nord Italia, trovandomi spesso e volentieri intruppato in incolonnamenti e ingorghi tremendi soprattutto lungo le arterie – autostrade e superstrade – che dovrebbero garantire i transiti più veloci. Praticamente ciò non è accaduto solo in occasione di viaggi all’alba o a sera tarda.

Fermo dentro la mia scatola metallica motorizzata nell’ingorgo che contribuivo ad alimentare insieme ad altre migliaia e migliaia di scatole simili con i rispettivi guidatori, osservandole incolonnate a perdita d’occhio lungo le carreggiate, a volte in entrambi i sensi di marca dell’arteria percorsa, inquieto per non poter rispettare gli orari di viaggio che mi ero prefissato e irritato dal navigatore che, segnalandomi continuamente il traffico «più intenso del solito», spostare l’ora di arrivo a destinazione, sconfortato dal fatto di non poter utilizzare il trasporto pubblico per raggiungere le mie mete vista l’eccesiva laboriosità e durata d’una tale opzione (l’efficienza dei trasporti pubblici è a mio parere uno dei segnali più forti circa il progresso di un paese, e l’Italia in tal senso è messa parecchio male), sgomento dal cogliere lo stress evidente di non pochi altri automobilisti intorno a me e il tentativo (puerile) dei soliti “furbetti” di saltare la coda, inorridito per tutta la situazione in corso e per la sua palese irrazionalità… Ecco, in tale circostanza, ultima ma non ultima di una serie chissà quanto ancora lunga, mi sono nuovamente posto, e con ancora maggior forza delle volte precedenti, quelle domande che sempre più di frequente mi frullano nella mente: ma che diavolo stiamo facendo, tutti quanti? Ha senso tutto ciò? È veramente il mondo che vogliamo, questo? Sul serio siamo caduti così in basso, con la nostra cosiddetta “civiltà”, per finire di accettare senza battere ciglio situazioni del genere?

Domande che mi sono già posto mille altre precedenti volte, appunto, ad esempio camminando per le vie di città tanto belle quanto soffocate e degradate da traffico, rumore, smog, oppure in paesaggi naturali di mirabile bellezza invasi da orde di turisti incapaci di vederla e comprenderla e lì solo in cerca di banale “divertimento”, oppure ancora in contesti nei quali troppe persone manifestano comportamenti variamente incivili dacché incapaci di trattenersi in atteggiamenti ben più consoni a individui intelligenti e senzienti come dovremmo essere. Va bene così, è veramente tutto ok, tutto nella norma?

Certo, so bene che molti sono costretti a subire situazioni del genere, a non poter fare altrimenti: ma se questo è comprensibile in ottica di vita quotidiana, spesso non lo è affatto in senso assoluto. In un’esistenza che è fatta di scelte, e solo raramente in forma di sliding doors, sempre più di frequente scegliamo di non scegliere, di accettare lo status quo, di non considerarne la realtà dei fatti preferendo considerare invece solo gli aspetti positivi che la quotidianità di ciascuno offre, riservando ad essi la facoltà di farci sentire “bene” e “al sicuro”. Il che è legittimo e comprensibile, sia chiaro: tuttavia una tale passività finisce per renderci molto meno sensibili, se non del tutto apatici, rispetto a quelle situazioni che qualsiasi mente lucida messa consapevolmente in funzione definirebbe con tutta facilità una follia.

Per fare un esempio: conosco persone che pur di conservare un certo posto di lavoro, evidentemente vantaggioso dal punto di vista economico o professionale, passano ogni giorno due o tre ore in auto (molto spesso da soli) per fare pochi chilometri su strade perennemente intasate: sono veramente felici, costoro? Oppure fanno di necessità virtù e decidono di pensare solo ai vantaggi acquisiti ignorando le conseguenze negative che una vita del genere, vissuta in condizioni così caotiche e alienanti, inevitabilmente provoca? Vita che, inutile rimarcarlo, già al netto di ciò oggi presenta mille criticità, da quelle contingenti al sistema in cui viviamo (carovita, burocrazia, carenze nei servizi di base, imprevisti di piccola e grande scala) alle altre accidentali ma spesso devastanti – il Covid è l’esempio più recente: ci siamo convinti di esserne usciti tutto sommato bene, ma è andata proprio così?

A ben vedere, quelle domande che così di frequente mi pongo sarebbe sicuramente meglio se invece non me le formulassi: la mia serenità ne gioverebbe molto. In fondo il nostro sistema si basa proprio su ciò, sul pretendere che non si pensi quali conseguenze comporti il benessere di cui in molti godiamo. «Volete stare bene? Allora non pensate a ciò che fa stare male!» ci dice in buona sostanza la nostra civiltà, in base al solito principio della felicità dell’ignorante: “occhio non vede cuore non duole”, dice il vecchio adagio popolare. Già, ma se così l’occhio decide di vedere solo il “bene” e di non vedere il male, questo – ignorato, trascurato, incontrollato – peggiorerà sempre più finché comincerà a intaccare anche l’altra parte e quando ciò accadrà forse il danno sarà già irreparabile, proprio perché non lo si è visto, còlto e capito in tempo.

In base a tutto ciò, e tornando alla questione (banale, lo so, ma emblematica) delle nostre strade sempre più intasate, un’altra conseguenza del decidere di non cogliere le cose che non vanno bene è che, quando ci tocca affrontarle, la mancanza di esperienza – ovvero l’ignoranza al riguardo – finisce per farci formulare a questioni parecchio complesse soluzioni fin troppo semplici/semplicistiche. Ci sono sempre più auto, più traffico, più ingorghi sulle nostre strade? Be’, costruiamone altre! La soluzione al riguardo di solito è questa – non solo da noi: ad esempio anche nella ben più virtuosa Svizzera, dove a giorni si svolgerà un referendum popolare proprio su questo tema – e sembra molto il comportamento del bambino viziato i cui troppi giocattoli ormai non stanno più nel baule dove li tiene e dunque chiede ai propri genitori di avere un altro baule per metterci altrettanti giocattoli, anche se con molti di essi ormai non ci gioca più e si potrebbero tranquillamente eliminare. Ci sono troppe auto sulle nostre strade? Costruiamo altre strade! E quando anche queste saranno intasate? Ne faremo altre. E quando pure queste altre traboccheranno di auto? Costruiremo ulteriori strade? Avanti così all’infinito? Peccato che la scienza già più di mezzo secolo fa attraverso il Paradosso di Braess (dal nome del matematico tedesco Dietrich Braess, che pubblicò il proprio studio al riguardo nel 1968) ha dimostrato che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». D’altronde è risaputo che i nostri decisori politici hanno notevoli carenze didattiche nelle discipline umanistiche, figurative in quelle scientifico-matematiche: infatti non solo scelgono di costruire sempre più strade da intasare ma al contempo – in Italia – degradano di continuo l’efficienza dei trasporti pubblici, con il risultato che le nuove strade si intaseranno ancor più rapidamente di quanto prevedibile.

Ma se i politici hanno smarrito da tempo la facoltà di pensiero, e pure se noi decidiamo di non avvalercene troppo spesso per non mangiarci fegato, qualche domanda più del solito sul mondo che viviamo sarebbe bene che ce la ponessimo un po’ più di frequente, a costo di passare alcuni momenti di incazzatura feroce. Anche perché, come detto, si tratta di questioni complesse le cui soluzioni non sono affatto semplici ma non per questo devono essere troppo semplicistiche e populiste, e al fine di trovare quelle migliori il pensiero approfondito al riguardo è ineludibile. Siamo Sapiens, se non abbiamo più tra le mani una clava è perché da un certo punto della storia in poi abbiamo cominciato a pensare più spesso e con sempre maggior approfondimento riguardo il mondo che avevamo intorno. Certe “soluzioni”, come quella del fare più strade in presenza di troppo traffico, in pratica equivale al riprendere in mano la clava tenendo spento il cervello e negando la nostra natura di Sapiens. Che è poi la stessa natura – umana par excellence – che ci pone di fronte a domande come quelle che ho formulato poc’anzi, su di noi e sul mondo che abitiamo, e che dovrebbe saperci far trovare delle buone risposte, sensate, articolate, logiche, realmente efficaci – chiamatelo progresso, evoluzione, sviluppo, crescita o, più semplicemente, buon senso. Ce la faremo, noi “Sapiens”, a trovarle quelle buone risposte ai piccoli/grandi problemi che attanagliano il nostro mondo? Oppure ci toccherà riprendere la clava tra le mani?

(La foto in testa al post viene da Traffico Png vectors by Lovepik.com.)

Bormio si sta giocando con un bluff il proprio paesaggio?

Lo scorso 11 agosto pubblicavo un articolo intitolato “La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.” a seguito della notizia circa la sospensione dell’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che, nella località dell’Alta Valtellina sede olimpica dei giochi di Milano-Cortina 2026, al fine di collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili (se non pressoché certe) future cementificazioni immobiliari – probabilmente il vero motivo alla base d’una tale strada altrimenti pressoché inutile.

Scrivevo forse, già, e nell’articolo rimarcavo che «Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.»

Difatti, ecco qui:

D’altro canto non serve essere dei Nostradamus per prevedere che certi politici contemporanei basino la loro attività amministrativa locale su false promesse, pressapochismo, voltagabbanismo, incompetenza politica, scarsa onestà intellettuale nonché, se interrogati per chiedere conto di tali loro comportamenti, sul rifiuto del dibattito democratico. Ancor più ciò accade quando di mezzo vi siano tanti soldi da spendere e grazie ai quali farsi belli di fronte alla stampa – che in vista delle prossime Olimpiadi invernali sarà non solo locale o nazionale ma internazionale.

Peccato che quei soldi da spendere siano denaro pubblico, dunque di noi tutti; peccato che la strada dell’Alute la si voglia realizzare in «aree dalla pericolosità alluvionale classificata come “scenario frequente” del Frodolfo (come accaduto nell’agosto 2023, n.d.L.) o in dissesto idraulico e idrogeologico. La rotonda d’ingresso alla strada ricadrà addirittura all’interno della fascia di rispetto del Frodolfo di 10 metri, e parte del territorio in cui insisterà la tangenziale è classificato come “area prioritaria per la biodiversità” nonché “insieme paesistico di eccezionale importanza”» (per avere maggiori dettagli al riguardo potete leggere l’articolo di “Altreconomia” cliccando sull’immagine lì sopra); peccato quindi che quei soldi saranno l’ennesimo spreco di risorse pubbliche per un’opera non solo inutile ma pure mal progettata oltre che degradante il territorio e foriera di ulteriori spese pubbliche per i danni che inevitabilmente potrebbe subire.

Peccato che i destini delle nostre montagne, dei loro territori meravigliosi tanto quanto delicati, dei paesaggi preziosi e inestimabili e delle comunità che li abitano e li vivono quotidianamente siano nelle mani di amministratori locali così palesemente disinteressati ad agire con buon senso e con autentica sensibilità verso quelle (loro) montagne. Il Comune di Bormio si sta giocando a poker sul tavolo olimpico il proprio territorio e vuole bluffare: ma se perde lui, in concreto perderà tutto il territorio e la sua gente, nessuno escluso, con conseguenze la cui gravità è difficile prevedere.

[Come si evince dalla mappa nell’immagine sopra, la strada dell’Alute passerebbe proprio dove il torrente Frodolfo è esondato la scorsa estate. Immagine tratta dall’articolo di “Altreconomia” citato nel post.]
Il Comitato “Bormini per l’Alute”, che con numerose iniziative sta promuovendo la salvaguardia della piana, ha già annunciato che ricorrerà legalmente contro le decisioni dei Comune. Una decisione doverosa, ovviamente. Tuttavia, come rimarcavo qualche giorno fa in questo altro post, è desolante e irritante constatare che in Italia, stato di diritto e costituzionalmente democratico (quella Costituzione che all’articolo 9 «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», è bene rimarcarlo), per dirimere questioni per le quali basterebbe il più ordinario buon senso bisogna ricorrere alle vie legali e affidarsi al sostegno di un buon avvocato.

È una questione non tanto e non solo politica o giuridica ma soprattutto culturale. Di manifestazione d’una autentica cultura della montagna, di valide e consapevoli competenze, di attenzione, cura, sensibilità, visione verso i territori montani e le loro comunità. Tutte cose indispensabili che tuttavia troppo spesso la politica non è proprio in grado di manifestare, con le tristi conseguenze che puntualmente ci si trova a dover constatare.

La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.

Il comune di Bormio ha per il momento sospeso l’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che per collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili future cementificazioni immobiliari – ne ho parlato in questo post di qualche giorno fa, quando lo stesso comune aveva negato il consenso al referendum sulla questione nonostante le migliaia di firme raccolte al riguardo.

Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.

Riporto di seguito le considerazioni dell’amico Angelo Costanzo, che da tempo segue la vicenda al fianco del Comitato “Bormini per l’Alute” e conosce bene lo stato effettivo delle cose, in superficie e dietro le quinte:

«Avevo invitato, attraverso un post, il Sindaco di Bormio, l’Assessore Regionale Sertori e Regione Lombardia a fermarsi per riconsiderare l’opportunità della realizzazione della tangenzialina nella piana dell’Alute. Il momentaneo stop, alla realizzazione dell’opera annunciato dal Sindaco di Bormio, è una buona notizia, ma non definitiva. Detto questo, non si può che rimanere stupiti da quanto emerge dalla stampa rispetto all’incontro istituzionale svoltosi martedì 8 agosto a Bormio: “Iter procedurale ancora lungo che aumenta il rischio di ritrovarsi con un cantiere aperto durante le olimpiadi” – “In questo momento dobbiamo concentrarsi su opere quali la Ski arena, il parcheggio di Porta con passerella e rotatoria, l’area sportiva al Pentagono e quelle sulla pista Stelvio che richiedono tutto l’impegno, nostro di amministratori e degli uffici comunali, per rispettare i tempi e farci trovare pronti per le Olimpiadi….” – “Prendiamo atto della grande responsabilità nei confronti dell’evento olimpico, quindi per il momento ci fermiamo, ravvisando l’esigenza di dare priorità alle altre opere”. Ma con quanta approssimazione si prendono decisioni importanti e divisive della popolazione. Un’opera che costa sette milioni di euro e che era considerata collaterale, ma fondamentale per le Olimpiadi. Ma prima questi problemi che emergono ora in una riunione a poche ore dalla manifestazione e che si terrà in difesa della piana dell’Alute, non sono si potevano valutare. Per il momento ci fermiamo?  Effetto annuncio ma nessun atto concreto. Le procedure degli espropri dei terreni stanno andando avanti! Sostanzialmente si prende tempo, sperando che il dissenso rispetto alla realizzazione dell’opera si stemperi e si demanda in un futuro momento l’avvio dei lavori. Se invece è il modo, per il Sindaco,  per cadere in piedi rispetto al forte dissenso che, grazie al comitato locale è emerso, va bene. Ma deve essere uno stop definitivo. Se è una furbata per prendere tempo no! Se il Sindaco di Bormio Silvia Cavazzi, l’Assessore Regionale Massimo Sertori e Regione Lombardia che finanzia l’opera hanno cambiato idea ne sono felice. Nella pubblica amministrazione contano gli atti, non le dichiarazioni stampa. Ci sono atti istituzionali di Regione Lombardia, della conferenze di servizi, delibere del Consiglio comunale di Bormio che ritenevano fondamentale costruire la tangenzialina. Si revochino quegli atti e si metta definitivamente una pietra tombale rispetto ad un’opera divisiva che devasterebbe un patrimonio ambientale, paesaggistico e storico della Magnifica Terra.»

Quale sarà dunque la sorte di Bormio? Diventerà l’ennesimo modello di sfruttamento insensato e di cementificazione della montagna a favore del turismo di massa e a danno degli abitanti del suo territorio? Oppure, almeno per tale questione, saprà salvarsi e magari prendervi spunto per sviluppare una visione ben più equilibrata e proficua per il proprio futuro?

Un’opera che farà di Bormio un posto piuttosto sgradevole

(A Bormio) un referendum abrogativo poteva decidere le sorti di un’opera pubblica fortemente divisiva tra la popolazione bormina e non solo. Il paesaggio della piana dell’Alute, quello che vediamo quando usciamo dall’ultima galleria della Statale 38, che ammiriamo dalla cima di Monte Scale, non è un patrimonio ambientale esclusiva disponibilità dei bormini, ma dell’intero arco alpino. L’Alute è il migliore biglietto da visita di un territorio che fa del turismo il motore della propria economia. La realizzazione della tangenzialina investe le coscienze di chi ha a cuore la salvaguardia dell’ambiente. Quell’opera è un simbolo negativo di come si intende valorizzare un territorio. Un modello turistico vecchio, superato, di un’equazione, più strade meno traffico. Una scelta in contraddizione ad un turismo sostenibile che fa del patrimonio ambientale, paesaggistico un valore fondante nella scelta delle località in cui trascorrere le vacanze. Una scelta che non tiene in considerazione, i cambiamenti climatici, la crisi nei prossimi decenni dello sci, come core business turistico di Bormio. Con questa tendenza dell’innalzamento delle temperature, nemmeno la neve artificiale reggerà ai cambiamenti climatici. Gli esperti parlano con maggiore frequenza della crisi del modello della neve. Allora che senso ha una infrastruttura che viene realizzata proprio in funzione di un evento olimpico invernale? Il fascino della conca di Bormio, dell’Alute è un simbolo di come l’agricoltura di montagna nei secoli ha plasmato e conservato un territorio facendolo diventare un paesaggio che contribuisce al valore turistico della magnifica terra. Credo che nel Consiglio comunale si sia scritta una pagina triste della partecipazione democratica.

Questo è un brano tratto da un lungo articolo di Angelo Costanzo che dà conto del rifiuto opposto dal Consiglio Comunale di Bormio alla richiesta di un referendum popolare per decidere la realizzazione o meno della cosiddetta tangenzialina dell’Alute, una delle opere apparentemente secondarie nel piano delle infrastrutture per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma nell’idea che la sostiene tra le più inutili, deprecabili e impattanti, per come il nuovo stradone sostanzialmente distruggerebbe la piana dell’Alute, ultima area a vocazione agricola della conca di Bormio, storicamente e tradizionalmente vocata a ciò nonché – come scrive Costanzo – meraviglioso biglietto da visita paesaggistico per chi giunga a Bormio dalla Valtellina e da Milano. Una strada che si vuole imporre come opera al servizio del turismo sciistico (e già solo per questo insensata perché inutile) ma che in realtà puzza lontano chilometri di prossime conseguenti lottizzazioni immobiliari ovvero consumo di suolo e cementificazioni, che degraderebbero non solo la zona ma, per quanto sopra detto, cancellerebbero la stessa identità culturale della conca bormina asservita definitivamente alle più bieche logiche politiche, commerciali e finanziarie nascoste dietro il paravento olimpico. Probabilmente anche per questo il Consiglio Comunale di Bormio ha negato il diritto referendario agli abitanti sulla questione: per la palese ipocrisia del progetto e l’evidente paura di un possibile diniego popolare alla tangenzialina, o forse perché, pur essendo del posto, i consiglieri favorevoli all’opera concepiscono la montagna come un luogo da cementificare, asfaltare e rendere il più possibile vendibile ai migliori offerenti, che siano turisti danarosi, immobiliaristi, imprenditori, faccendieri o altre figure del tutto aliene alla dimensione della montagna, pur di ricavarci qualche buon tornaconto. Alla faccia delle montagne sulle quali abitano, dei loro concittadini e della bellezza assoluta del paesaggio locale.

Potete leggere l’articolo di Angelo Costanzo nella sua interezza cliccando qui (ma la trovate anche pubblicata e commentata su “Il Dolomiti”) e lo ringrazio di cuore per aver citato nel testo alcune mie considerazioni in tema di salvaguardia del paesaggio. Invece per saperne di più sulla famigerata nuova opera bormina potete visitare il sito web del Comitato “Bormini per l’Alute” qui.

N.B.: quest’anno la tangenzialina dell’Alute ha fatto anche “guadagnare” a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente «Per la decisione di portare avanti progetti vecchi che prevedono investimenti importanti sulla viabilità della Valtellina, in assenza di un vero piano della mobilità regionale, solo in vista dei cospicui finanziamenti previsti per l’imminente appuntamento olimpico» – questa la motivazione. Per saperne di più cliccate qui.