È sempre più raro incontrare appassionati di poesia contemporanea che si impegnino a leggere, a capire, a indagare, a presentare e talora illustrare le ragioni e i temi che caratterizzano singole voci poetiche dei nostri giorni. I poeti viventi in genere o vengono assillatamente invocati come vati e maestri di grande valore morale, etico ed espressivo, oppure incasellati nella tutt’altro che invidiabile e desiderabile vasta, grossa, grassa, casella del poetume nostrano. Qualcuno gode anche il favore di oscillare fra l’uno e l’altro polo, a seconda del metro di chi giudica e sentenzia. Spesso i critici di poesia sono giocatori in campo, spadroneggiano con le loro scelte e indicazioni, spalleggiano poeti e reti di poeti che incarnerebbero esperienze e quel coraggio unico che oggi ovviamente si può riconoscere soltanto a chi piace loro. Raramente si incontrano veri appassionati che della poesia sono anzitutto innamorati, anzitutto attratti e vinti, anzitutto discepoli, ma senza avere alcuna celata ambizione, un giorno, di essere conclamati poeti.
Così Tiziano Fratus introduce il proprio articolo Della fragilità umana ed animale che si incontra facendo poesia dedicato agli ultimi libri sull’essere poeta e sul fare poesia oggi – riassumo molto, per rapidità e chiarezza immediata – di Elisabetta Motta (leggete il resto dell’articolo per conoscerli), uscito su Il Manifesto lo scorso 17 gennaio. Parole che, anche al di fuori del contesto a cui sono dedicate, risultano alquanto illuminanti circa lo stato della poesia contemporanea in Italia, tanto invocata a parole quanto ignorata nella “pratica” (editoriale e non solo), maneggiata con vero merito da pochi e manipolata con gran demerito da pochi, bistrattata nelle librerie quasi come fosse un genere proibito quando invece – non bisogna dimenticarlo – è l’ambito letterario più alto e nobile che vi sia, la scrittura nella sua forma più piena e assoluta. Per questo necessitante di letture, indagini e comprensioni ricche di autentica passione ancor prima e più che di matrici critiche e analitiche, come sostiene Fratus. Purtroppo ormai pratiche rare, appunto, sovente proprio (e paradossalmente) in chi scrive “poesia” e ama definirsi “poeta” – si notino le virgolette. Ecco.

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.
