Il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”: 4,5 milioni di Euro ben spesi per rilanciare il territorio o mal sprecati per imporgli un modello turistico obsoleto e illogico?

P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere è stato pubblicato in origine su “Leccoonline” il mercoledì 7 febbraio scorso, e propone alcune mie considerazioni su questo precedente articolo pubblicato dalla stessa testata, la cui redazione ringrazio molto per l’attenzione e lo spazio concessomi. La speranza, come sempre e come mi auguro si colga dal senso del mio scritto, è di suscitare pensieri avveduti e dibattiti costruttivi per chiunque e, ancor più, per il bene delle montagne e di chi le vive sia da abitante che da turista.

Per leggere l’articolo originario su “Leccoonline” cliccate sull’immagine qui sotto.

In questi giorni i media locali hanno dato notizia di “Winter e Summer Alta Valsassina” il progetto di riqualificazione estiva e invernale delle località “turistiche” dell’alta valle nel quale sono coinvolti i Comuni di Margno, Casargo, Crandola Valsassina, Premana, Pagnona e Taceno.

Una lettura entusiasmante, senza dubbio, per chi voglia restarvi in superficie, nella suggestione delle espressioni che presentano il progetto. Che di primo acchito va bene, sia chiaro, non c’è mai troppo tempo per approfondire le cose. Però poi un poco più nel loro profondo bisogna andare, per capire meglio e farsi una propria opinione quanto più indipendente dalle chimere lessicali dei bravissimi professionisti – veri e propri prestigiatori delle parole – che scrivono la parte poi resa pubblica di quei progetti.

Dunque, provo ad approfondire quanto ho letto senza – e ribadisco senza voler ribattere ad alcunché ma per proporre un diverso punto di vista sul tema – e mi scuso fin d’ora per la prolissità, d’altro canto inevitabile.

Soldi da spendere: 4,5 milioni di Euro, per buona parte pubblici (Regione Lombardia e Comunità Montana) e in piccola parte privati (ITAV srl, società privata creata appositamente nel 2022 cui verrà in seguito affidata la gestione delle nuove opere): sarebbe interessante capire le modalità di tale partnership (project financing?) con un soggetto privato alla quale sarà affidata un’opera pubblica, finanziata con i soldi dei contribuenti.

Interventi: nuova seggiovia biposto tra l’Alpe Paglio e la Cima Laghetto, sulla linea occupata dallo skilift chiuso dai primi anni 2000 (chissà come mai). Quota: 1450-1730 metri, ben inferiore ai 2000 m indicati da tutti i report scientifici e climatici atti a garantire una copertura nevosa più o meno costante per il numero di giorni necessario a poter considerare economicamente sostenibile un comprensorio sciistico nei prossimi anni, nonostante qui si sia su un versante esposto a settentrione – elemento geografico ormai non più determinante, basti vedere le temperature di questi giorni anche sui versanti nord. Mi chiedo se in tali circostanze convenga spendere così tanti soldi (e me lo domando io che a Paglio ho imparato a sciare più di quarant’anni fa, dunque coltivando un legame particolare con il luogo).

“Obiettivo” 1, «ridare lustro alla storica “pista di Paglio”, un tracciato suggestivo e di grande valenza tecnica»: pista “storica”, ben detto, infatti oggi non più in linea con gli standard turistici e di sicurezza (anche rispetto al carico sciatori per mq di pista) dei tracciati di discesa offerti dagli altri comprensori (i Piani di Bobbio, senza andare troppo lontani).

“Obiettivo” 2, «la creazione di un unico comprensorio» con il Pian delle Betulle: quota 1500 m, esposizione ovest pieno, una delle più sfavorevoli per un comprensorio sciistico (le cronache meteoclimatiche recenti del luogo lo attestano), garanzia di brevissima permanenza della neve al suolo e in quantità sufficiente per mantenere aperte le piste e/o per innevarle artificialmente (mentre scrivo queste mie considerazioni al Betulle ci sono 12°. Dodici al 6 di febbraio, già).

“Obiettivo” 3, «verrà così potenziata in modo significativo la proposta sciistica dell’Alta Valsassina, che diverrà realmente (e nuovamente) attrattiva per gli amanti dello sci alpino.» Posti i due punti precedenti, sembra di leggere il brano di un libro fantasy – e lo dico con molta amarezza, ben più che con ironia.

Inoltre, l’offerta «sarà supportata anche da interventi di miglioramento dell’accessibilità alla località divisa tra i comuni di Casargo e di Margno. Nello specifico, verranno realizzati cento nuovi posti auto nelle aree limitrofe a quelle già utilizzate a tale scopo.» Mobilità sostenibile? Mai sentita nominare. Meno traffico e auto in montagna? Che sarà mai! Navette sostitutive che alleggeriscano la località dal traffico veicolare? Non pervenute. Meno asfalto e cemento? Macché, sono così belli tra prati e boschi e fanno così bene al paesaggio montano! D’altro canto «l’importante è fare interventi che siano sostenibili». Eh già!

Andiamo all’Alpe Giumello. «Un anello di ben 5 km gestito da Nordik Ski Valsassina – in relazione alla quale è prevista la realizzazione di un impianto di innevamento artificiale, grazie ai finanziamenti in arrivo dal Ministero del Turismo.» Soldi pubblici, di nuovo. E dove? Su un’esposizione a sud piena, ancora più sfavorevole per mantenere la neve al suolo. Cosa sparerà, il nuovo impianto di innevamento che tutti noi pagheremo? Direttamente acqua? Ciò con il massimo rispetto per la pratica dello sci nordico, una delle più belle in assoluto da fare sui monti d’inverno: ma dove un inverno ci sia ancora e la neve permanga! Che ciò possa accadere al Giumello – mi permetto di osservare – sembra alquanto arduo.

Proseguiamo con «la realizzazione dell’Osservatorio Astronomico in rete scientifica e culturale»: bella iniziativa, senza dubbio, non vedo l’ora di visitarlo. Ma pure un’azione assai “tipica” in progettualità del genere, nelle quali se ne inserisca almeno una simile per poter affermare di “investire” anche nella cultura. «Piutost che nient, mej piutost» dicono a Milano, e ci sta, ma è anche è un po’ come riaffermare – biecamente, come fece quel noto ex ministro – che siccome con la cultura non si mangia, se proprio la volete fateci mangiare altrove. Scrivo “mangiare” per restare in tema senza alcun significato tendenzioso, ovviamente!

Infine, «esiste un vastissimo patrimonio immobiliare di seconde case distribuito sui comuni di Margno e Casargo. Attualmente non è valorizzato a dovere, come invece avveniva negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Con il rilancio delle nostre località, vogliamo far rivivere questo patrimonio, favorendo al contempo la crescita degli affitti brevi e dei B&B». Motivazione già sentita altrove (è scritta su qualche manualetto?) che appare quanto mai scollata dalla realtà attuale delle cose, priva di fondamento concreto e di un’autentica visione strategica riguardo il recupero di questo patrimonio immobiliare sovente degradato e degradante: perché, è bene rimarcalo, pensare di valorizzarlo con affitti brevi B&B significa degradarlo ancora di più – numerose località turistiche che hanno intrapreso questa strada anni fa se ne stanno accorgendo e ora cercano di correre ai ripari in tutti i modi – e trasformare tutti quei “letti freddi”, tali ormai da lustri, in letti definitivamente ghiacciati.

Per inciso, quello degli immobili con finalità di seconde case costruiti nei decenni scorsi (grazie alla vorace e bieca ottusità di numerosi impresari con la compiacenza degli amministratori locali) in tante località montane un tempo turisticamente appetibili e oggi non più in grado di esserlo (non perché non ne siano capaci, ma perché non esistono più le condizioni grazie alle quali lo siano), è un grosso problema, in gran parte irrisolvibile. Pensare di far tornare abitati quegli immobili come cinquant’anni fa è una suggestiva utopia, e in ogni caso resterebbero “letti freddi”, alloggi abitati per pochi giorni all’anno che nulla di concreto apportano alla vitalità socioeconomica dei paesi. Servirebbero ben altre soluzioni, molto più articolate, magari in certi casi ben più drastiche, che posso capire siano considerate ostiche da gestire per le amministrazioni locali. Fatto sta che dal problema non se ne esce, al momento, e certamente non grazie agli affitti brevi e dei B&B, mero e ingannevole palliativo che, come detto, rischia di peggiorare ancor più la situazione anche alterando il mercato immobiliare locale a favore di chi invece vorrebbe abitare stabilmente, in zona.

Obiezione di qualcuno che starà leggendo: ah, voi siete capaci di dire sempre e solo «no»! Contro-obiezione: ho scritto da qualche parte che «quelle opere non s’han da fare»? Non mi pare. Sto solo proponendo delle deduzioni logiche direttamente ricavate dalla realtà dei fatti e dai rilievi sperimentali messi nero su bianco in una pletora di documentazioni scientifiche. Piacciano o meno, le si accettino o meno, liberissimi di farlo. E poi, “voi” chi? Io sono io e scrivo per me, punto.

Domanda, ora: si potrebbero spendere meglio i tot milioni di Euro stanziati, soprattutto quelli pubblici, magari a favore di opere ben più dirette al benessere di tutta la comunità residente nel territorio in questione? Forse sì, forse no. I punti di vista e le proposte al riguardo potrebbero essere diverse e nessuna migliore o peggiore dell’altra.

Domanda successiva: si potrebbe evitare di sprecare così tanti soldi pubblici, in forza delle ineludibili evidenze oggettive che caratterizzano il contesto in questione come quota, esposizione, geomorfologia, situazione climatica attuale e in divenire, “giorni ghiaccio” (dai quali dipendono i giorni di permanenza della neve al suolo), capacità concorrenziali rispetto ad altre località, visione strategica (o sua assenza) delle proposte presentate, innovazione turistica, portato socioeconomico e culturale rispetto alla comunità residente, impatto ambientale, ecologico, paesaggistico… per magari pensare una strategia di sviluppo alternativa più consona ai luoghi in questione e più equilibrata nel rapporto tra benefici per il turista e vantaggi per la comunità residente? Io credo di sì: occorre un’elaborazione attenta, articolata, strutturata e con visione a medio-lungo termine (che io non vedo nel progetto qui dibattuto, forse perché sono miope!) ma si può assolutamente fare e di casi virtuosi al riguardo ve ne sono molti, in giro per le Alpi. Basta volerci pensare, ne potrebbero scaturire iniziative veramente notevoli e capaci di attrarre molta attenzione e altrettanto prestigio sul territorio.

Domanda ulteriore: ma insieme al progetto delle opere previste, è stato presentato anche un piano di gestione economico-finanziaria di esse sul lungo periodo? È stato previsto un piano dei costi di esercizio delle opere e un business plan al riguardo? Come saranno coperte queste spese? La gestione sarà totalmente in carico alla Itav Srl, la società privata cui verranno affidate le nuove opere, e sostenuta con i suoi flussi di cassa? E se si generassero debiti tali da impedire alla società di intervenire? Chi li appianerebbe?

Domanda finale, già in parte accennata: ma negli interventi previsti da questo progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”, dov’è la comunità? E dov’è il fare comunità, elemento fondamentale per garantire veramente ai piccoli comuni dei territori montani un futuro, proprio, solido e non soggiogato agli andamenti di fattori sostanzialmente esterni al contesto locale come quelli legati al turismo? Il quale è un apporto importante, sia chiaro, ma non può essere il fattore predominante. Non più, da qui al futuro prossimo in territori come l’alta Valsassina.

Dulcis in fundo: la “Big Bench” dell’Alpe Chiaro. Be’, per quanto mi riguarda preferisco soprassedere – cioè sedere sopra una panchina normale: ben più comoda, molto meno pacchiana.

Ribadisco: nessuna obiezione formale, solo osservazioni messe nere su bianco per capire meglio. Personalmente non posseggo alcuna verità assoluta, ma una notevole sensibilità verso le cose dotate di buon senso, ovvero prive di esso, quella sì – e mi auguro la coltivino in molti, a prescindere da ciò su cui sto scrivendo e per il bene del civismo condiviso. Se c’è buon senso, logica, visione, sensibilità verso i luoghi e i loro abitanti, in montagna si può fare di tutto, anche cose “pesanti”; se non c’è nulla di questo, tutto ciò che sarà fatto rappresenterà un danno inesorabile, pure la più piccola e apparentemente innocua opera.

Magari il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina” rappresenterà una grande e benefica rivoluzione per residenti e turisti rivitalizzando la zona e la sua economia. Magari sarà l’ennesimo spreco di denaro pubblico a danno del territorio e a fronte di ben altri bisogni necessari agli abitanti dell’Alta Valsassina per vivere al meglio la propria quotidianità.

Questione di buon senso, appunto.

N.B.: tutte le immagini presenti in questo post sono tratte dagli articoli linkati di “Leccoonline”.

La «visione istituzionale» delle montagne: due casi interessanti

[I Piani di Bobbio in inverno; al centro della foto, parzialmente in ombra, il Vallone dei Mughi.]

Si dice che la visione che le persone hanno della natura determini tutte le loro istituzioni.

[Ralph Waldo Emerson, English Traits, 1857.]

Nei giorni scorsi sugli organi di informazione locali si è potuta leggere la notizia (io la prendo direttamente dal notiziario della Regione Lombardia per non far torto a nessun media, si veda lì sotto) dell’approvazione, da parte della Giunta regionale lombarda, dell’atto integrativo all’accordo di programma che prevede la realizzazione del “progetto strategico di ammodernamento, potenziamento e valorizzazione dei comprensori sciistici in Valbrembana, in provincia di Bergamo, e in Valsassina”, in questa finanziando la nuova seggiovia dei Megoffi ai Piani di Bobbio e l’impianto di innevamento artificiale ai Piani di Artavaggio. Ecco, a (ri)leggere notizie come questa, riferite a località per me “casalinghe” delle quali mi sono occupato più volte qui sul blog e altrove (si veda qui e qui), mi è venuta in mente l’affermazione di Emerson che ho citato, letta di recente nel testo citato. Poche parole che sanno dire tanto (d’altro canto il filosofo americano è un pilastro del pensiero moderno e contemporaneo), le quali citano termini chiave per lo sviluppo delle montagne come «visione» e «istituzioni» e che, elaborandone il senso espresso da Emerson, fanno inevitabilmente riflettere alla qualità politica (nell’etimologia originaria del termine) delle istituzioni che formulano e manifestano certe visioni della Natura – nonché poi la amministrano politicamente, appunto. Sia nel bene che nel male, ovviamente, ma con inevitabile maggior risalto nel secondo caso.

Detto ciò, posto che ormai da tempo seguo le vicende legate allo «sviluppo turistico» delle due località valsassinesi, per quanto mi riguarda la “nuova” seggiovia (invero già presente ai Piani di Bobbio) c’è obiettivamente da rimarcare che non ha apportato nulla di veramente significativo in più al comprensorio della località, già maturo e sostanzialmente privo di possibilità di sviluppo rilevanti (se non attraverso interventi disastrosi sotto ogni punto di vista, come quella prospettato anni fa per collegare Bobbio con Artavaggio ma che ci si augura messi da parte definitivamente). Non si tratta di un “investimento”, non può essere definito in tali termini allo stato delle cose; d’altro canto è un intervento che a me – ribadisco, a me – può non piacere e del quale non posso trascurare la portata materiale (ovvero ecologica) sul terreno ma che capisco, ponendomi nell’ottica commerciale che governa la località e nelle sue esigenze di (r)esistenza turistica che fanno di Bobbio ciò che è, piaccia o meno: oggi se si vuole pensare allo sci su pista in Valsassina si deve parlare dei Piani di Bobbio, non più di altri comprensori ormai definitivamente superati.

Ciò che invece si vuole fare ai Piani di Artavaggio, ribadisco quanto affermato in numerose altre precedenti occasioni, non riesco ad ammetterlo e non lo capirò mai. Innevare artificialmente la località è un atto che va ben oltre la propria mera funzionalità: significa artificializzare la Natura e il paesaggio dei Piani corrompendo il senso del luogo e dimostrando pervicacemente di non comprenderne la realtà, il valore, le valenze, le peculiarità, le potenzialità naturalistiche e non solo (già più volte elencate da me e da altri) per imporvi le proprie “prepotenze” artificiali. Non è una mera questione ambientale, che ovviamente ci può ben essere – scavi, tubi, cavi, impianti vari, eccetera – ma si potrebbe anche risolvere, se poi le cose venissero sistemate a dovere e il terreno rinaturalizzato come dovrebbe essere; semmai è innanzi tutto una questione culturale, di pensiero, di atteggiamento e predisposizione nei confronti della montagna e del paesaggio, di umiltà e razionalità. Di visione, come indicava Emerson. È l’inabilità – o la non volontà – di comprendere quale tesoro si ha a disposizione e, per questo, decidere di dimenticarlo e “metterci sopra” altra roba, ben più dozzinale, banale, monotona, alla lunga noiosa. Perché è questa la parabola inesorabile di opere del genere: un certo successo iniziale dovuto alla “novità” (?), poi l’ordinarietà, la normalizzazione, l’indifferenza, la noia, infine il fastidio. Che si manifesta sia in chi frequenta il luogo sia nel luogo stesso, il cui paesaggio è stato infastidito in così grossolani modi. Infastidendo pure chi in loco ci lavora e magari si sarà illuso (o sarà stato illuso) di essersi assicurato il miglior futuro possibile.

Quelli per la “nuova” seggiovia di Bobbio sono soldi spesi, banalmente ma, nell’ottica turistica commerciale del luogo e tralasciando il suo equilibrio ecologico, comprensibilmente. Quelli su Artavaggio sono soldi buttati, sia perché irrazionali rispetto alla realtà che stiamo vivendo e vivremo sempre più in futuro e sia perché destinati inesorabilmente a impoverire il luogo del suo valore peculiare, della sua attrattiva, della sua bellezza naturale, offuscandone il fascino genuino che così tante persone apprezzano. E constatare, citando nuovamente Emerson, che siano proprio le istituzioni a volere tali opere è quanto mai emblematico della «visione» che vorrebbero imporre alla montagna come parte del paesaggio naturale. Che è sua volta “istituzione” ma in senso culturale autentico e fondamentale nonché patrimonio di tutti, per come sappia istituire un senso importante alla nostra vita e al nostro vivere il mondo in modo armonioso e equilibrato. Se sappiamo percepirlo con la giusta visione delle cose, ovviamente.

I Piani di Bobbio, la stagione invernale appena conclusa, quelle future e qualche riflessione al riguardo

Mi scuso da subito per la prolissità del testo che state per leggere, ma è necessaria a offrire la massima chiarezza e comprensibilità espositiva nonché a evitare qualsiasi possibile cenno di mera e banale “polemica” o di voler sofisticamente mettere-i-puntini-sulle-i, intenzioni del tutto aliene ai contenuti che leggerete e semmai, il testo così elaborato, funzionale al confronto ineludibilmente costruttivo delle idee, senza alcuna preclusione.

Bene: premesso ciò, ho letto con molto interesse l’intervista rilasciata qualche giorno fa a “Valsassina News” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB – Imprese Turistiche Barziesi nonché presidente di ANEF Lombardia, la delegazione regionale dell’associazione degli impiantisti – la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra. Intervista stimolante, ad opera di Cesare Canepari, che mi ha generato parecchie riflessioni mirate innanzi tutto al luogo e alle sue peculiarità piuttosto che ad altri, ITB in primis.

Fossati è una persona intelligente e capace – lo dico non perché abbia qualche titolo per farlo ma per mera e sincera opinione personale – e sovente afferma cose con le quali non si può non essere d’accordo; d’altro canto, oltre che una figura imprenditoriale, nella sua doppia veste professionale e istituzionale è anche e inevitabilmente un promotore di marketing, comprensibile tanto quanto arbitrario. D’altro canto i Piani di Bobbio sono una località per molti versi emblematica rispetto al presente e al futuro del turismo montano: spazio prealpino molto prossimo alla parte più antropizzata della Lombardia a quote che nei prossimi anni facilmente registreranno sempre meno neve e temperature sempre più alte, dotata di un paesaggio peculiare e di grande valore culturale ma parecchio infrastrutturato in modo pressoché monoculturale, turisticamente “maturo” cioè ormai giunto al massimo sfruttamento possibile del territorio sul quale insiste.

[I Piani di Bobbio in inverno.]
La grande fortuna dei Piani è ovviamente la vicinanza a Milano e al suo hinterland, bacino d’utenza ampio e comodo a un’ora di auto dalla telecabina di arroccamento al comprensorio e unico vero strumento a disposizione per combattere la concorrenza dei più ampi comprensori valtellinesi; di contro l’offerta delle piste è di qualità sciistica medio-bassa, l’estensione altrettanto fatta eccezione per i tracciati sul versante bergamasco, verso la Valtorta, la cui apertura negli anni Ottanta ha “salvato” la località da un oblio altrimenti inesorabile. Dunque non ho motivo di dubitare, come alcuni fanno, delle 400mila presenze citate da Fossati per la stagione ormai al termine, un dato che certifica il lavoro svolto dalla “sua” ITB. Tuttavia non si può non notare che sono presenze concentrate su una stagione ormai ridotta a poco più di tre mesi e con soli 20 cm di neve naturale, come viene rimarcato nell’articolo: viste le temperature sovente registrate anche nel corso dell’inverno appena concluso, viene da pensare che se di precipitazioni ce ne fossero state come in stagioni (un tempo) normali, sovente sarebbero state piovose più che nevose, rovinando la qualità delle piste; il periodo siccitoso ha dunque favorito l’utilizzo dell’innevamento artificiale, nel bene e nel male di tale pratica e comunque nell’evidenza che tutto ciò, obiettivamente, non possa affatto rendere roseo il futuro come invece Fossati sostiene, almeno negli aspetti climatici (oltre che in quelli economici). Con ciò non voglio affatto costruire “verità” su mere ipotesi, semmai voglio invitare a riflettere con cognizione di causa rispetto a un domani che la climatologia ci fa prevedere alquanto difficile, e non solo per l’industria dello sci: altrimenti si rischia di navigare su un vascello che imbarca acqua ignorando il problema per poi ritrovarsi in affondamento definitivo senza poter più fare qualcosa – e sto pensando agli 82 dipendenti che Fossati oggi può ancora mantenere, domani me lo auguro di tutto cuore.

D’altro canto la positività espressa da Fossati nell’intervista di “Valsassina News”, oltre che dettata dai risultati ottenuti, appare come una (comprensibile) pratica di marketing dagli aspetti anche politici; qualche mese fa il futuro non gli appariva così roseo, come quando qui denotava «il pericolo circa la sostenibilità economica di un comprensorio sciistico come quello lecchese e un po’ tutto il comparto lombardo» per i costi di gestione attuali dello sci, che inevitabilmente si scaricano per una certa parte sul prezzo degli skipass (e una località come Bobbio non può certo permettersi di far pagare un giornaliero come Bormio o Livigno!), oppure quando segnalava che «Il periodo di siccità non ci aiuta di certo. Noi non consumiamo l’acqua, perché la trasformiamo in neve ma le riserve sono scarse. Adesso c’è ancora disponibilità ma gli invasi di accumulo sono ormai vuoti», un problema ancora aperto e anzi di gravità crescente, ancor più per un territorio come quello di Bobbio, ampiamente carsico, che non è affatto ricco di acque superficiali.

Altrove invece Fossati fa marketing, e anche piuttosto spinto, a favore della categoria della quale è presidente regionale. Qui afferma che «Grazie agli investimenti privati di imprenditori lungimiranti è stato possibile evitare lo spopolamento di molte località montane. L’intervento pubblico è fondamentale, ma perché abbiamo toccato con mano durante il periodo Covid cosa significa avere i comprensori chiusi. Il risultato è la desertificazione sociale. Quale è il problema? Non c’è consumo di acqua, perché la neve programmata torna ad essere una risorsa idrica, usiamo energie rinnovabili. Dicono che è finito il boom degli anni Ottanta. Ai Piani di Bobbio a fine stagione arriveremo a registrare 400 mila primi ingressi. Il dato più alto di sempre», dimenticando diverse cose: primo, che gli investimenti di imprenditori in molte località montane non sono sempre stati così lungimiranti ma di frequente hanno provocato la decadenza economica, sociale e ambientale delle relative località (vengono in mente gli orribili condominioni vuoti e a volte cadenti di Barzio e Moggio, finiti così non solo per i cambiamenti climatici, inoltre le vicine valli bergamasche sono piene di esempi al riguardo); secondo, che l’accostamento tra chiusure per Covid e desertificazione sociale non ha senso, tant’è che a fine “zone rosse” e senza più piste da sci aperte la montagna si è riempita di gente, anche troppo – ma sono comunque due questioni ben differenti nella loro sostanza; terzo, che pure citare il “boom degli anni Ottanta” è del tutto incongruo, visto che oggi si tratta di considerare innanzi tutto variabili climatiche, ambientali, ecologiche e che quelle economiche sono da esse derivanti, dunque paragonare successi commerciali di 40 anni fa a quelli di oggi è come paragonare Pelé con Messi: epoche diverse, stili diversi, contesto sportivo diverso, non conta che il pallone resti comunque sferico e si prenda ancora a calci come allora!

[I Piani di Bobbio in veste estiva.]
Infine, Fossati allora sosteneva che «L’intervento pubblico è fondamentale» ma su “Valsassina News” rimarca che «Abbiamo investito tanto ma sempre del nostro» seppur ammettendo che «I contributi, soprattutto regionali, sono arrivati solo negli ultimi anni, in quote del 20% sugli investimenti fatti e non sulla produzione di neve»: “mezza verità”, visto che la Regione Lombardia finanzierà con un milione di Euro l’innevamento della pista da sci di fondo dei Piani di Bobbio ma li darà al Comune di Barzio (così ITB può restare con la coscienza “linda”, al riguardo) e comunque altrove ma pur sempre in Lombardia accade l’opposto. E gli investimenti di svariati milioni di Euro prospettati a Barzio (strade, parcheggi eccetera) non vanno principalmente a portare vantaggi al comprensorio sciistico più che alla comunità residente? Certo, si può sostenere il contrario visto che non si è fruitori diretti degli stanziamenti, ma con tutta evidenza appare un’asserzione di ben difficile sostenibilità – e infatti quegli investimenti sono parecchio contestati da una parte rilevante di popolazione locale.

Ma se parimenti non regge l’affermazione di Fossati (sempre da qui) per cui: «Legambiente propone un turismo diverso, parla di ciaspole, camminate, ma sembra non capire che anche per questo ci vuole la neve» – be’, in realtà è proprio Fossati a (fingere di) non capire: se non c’è neve le escursioni si fanno comunque, si tolgono le ciaspole, si cammina e in ogni caso queste attività non abbisognano di infrastrutturazioni di sorta, poco o tanto invasive, costose, lunaparkizzanti; senza neve invece gli impianti restano fermi ed è lo sciatore a non poter far nulla – altrove dimostra ben più pragmatismo: «Noi operatori della montagna siamo sempre entusiasti di poter affiancare la Regione e dare il nostro contributo operativo, per avvicinare sempre più persone alle nostre montagne, fatte non solo di sci alpino ma di moltissime altre opportunità» dimostrando di sapere bene che lo sci su pista non è tutto, anzi, è solo una parte quantunque importante ma sempre più marginale, a giudicare dalle indagini di mercato, della frequentazione turistica montana.

Ora, sia chiaro, non voglio affatto fare noiosamente le pulci alle parole e alle affermazioni di Fossati, peraltro assolutamente legittime e, ripeto, comprensibili nella sua posizione; anzi, con tutto ciò ci tengo a dimostrare quanto ritenga Fossati, messi da parte gli slogan promozionali più o meno motivati, la figura capace per come ho scritto in principio di questa mia dissertazione. Le 400mila presenze di Bobbio sono un bel successo, e obiettivamente è una notizia ben migliore di qualsiasi altra che – ipoteticamente, s’intende – rimarcasse per qualsivoglia causa l’oblio della località. Come lo stesso Fossati ha dichiarato in altri articoli, i Piani di Bobbio hanno consolidato una tradizione sciistica che, se gestita in maniera ecologicamente, ambientalmente e economicamente virtuosa, può ben proseguire con simile successo senza tuttavia che ciò possa riservare il diritto o la mera volontà ignorare la situazione di fatto attuale e futura delle nostre montagne, soprattutto nei suoi aspetti climatica. Visione imprenditoriale in tal senso Fossati ne manifesta nella stessa intervista a “Valsassina News”; dal mio punto di vista sarebbe auspicabile che su tale visione potesse integrarsi e svilupparsi una maggiore attenzione culturale verso il territorio dei Piani di Bobbio, il suo ambiente naturale al di fuori delle piste da sci e le sue notevolissime valenze paesaggistiche. Un patrimonio peculiare che genera l’identità culturale dei Piani ben più che la presenza del comprensorio sciistico, e che rappresenta da un lato un tesoro da salvaguardare e dall’altro uno scrigno di opportunità del quale fruire per sviluppare e sostenere una frequentazione dei Piani che non punti solo alla mera presenza ludico-ricreativa ma alla relazione degli ospiti con il territorio e il paesaggio, così da approfondire una conseguente fidelizzazione verso il luogo che nel medio-lungo periodo possa garantire la sostenibilità economica di chi ci lavora. Tutte cose che si possono mettere in pratica attraverso innumerevoli modalità per la cui buona partenza serve invece solo una cosa fondamentale: la volontà. Anzi due, anche la visione programmatica verso il futuro, che peraltro ogni attività imprenditoriale deve necessariamente sviluppare in modo consono alla propria realtà e alle sue evoluzioni concrete, ancor più in collaborazione con le amministrazione pubbliche locali quando il territorio sia pregiato e delicato come quello montano.

Ecco: poste le mie convinzioni più volte espresse sia sui Piani di Bobbio che su altre località delle montagne valsassinesi, mi auguro che quanto sopra auspicato possa realizzarsi, per il bene di tutti.

Mi scuso ancora per la lunghezza di questo mio scritto e vi ringrazio molto se siete giunti a leggerlo fino qui.

(Le immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook dei Piani di Bobbio.)