La “Montagna Sacra” e il senso del limite

Noi del comitato promotore del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” sapevamo e sappiamo bene che un’idea del genere, con un nome così immediato tanto quanto “controvertibile” e con appresso un messaggio concreto assai profondo e oltre modo importante, non è semplice da comunicare, trasmettere e da approvare. Da un lato le mille e più adesioni al progetto, sovente di figure importanti nel mondo della cultura (in generale, non solo di montagna) confutano questo timore, dall’altro le obiezioni e le critiche che giungono non sono solo legittime ma pure preziose, proprio per affinare sempre di più il dibattito sui temi concreti del progetto e riguardo la concretizzazione sul campo nelle iniziative che, dopo la presentazione di sabato a Torino, verranno messe in atto. Il fatto che da tempo si sia avviato questo dibattito, con al suo interno molte discussioni interessanti e significative al netto dei rari interventi superficiali e incoerenti, è già un primo interessante risultato ottenuto dal progetto: un calderone di opinioni che sta montando con il tempo nel quale i diversi punti di vista sono necessari e importanti nell’ottica dello scopo condiviso da tutti, ovvero la salvaguardia del patrimonio naturale comune nell’epoca presente e negli anni futuri. In tal senso ogni iniziativa, concreta o immateriale, condivisibile oppure no, che si ponga il suddetto nobile e necessario fine, può e deve essere utile: una rete tra le varie azioni di forme diverse ma simili sostanze, nell’ottica dell’unione che fa la forza, è senza dubbio qualcosa di molto importante a favore delle montagne e della loro cura.

Mi permetto al riguardo alcune riflessioni che elaboro leggendo certe obiezioni al progetto, assolutamente legittime e importanti – ribadisco – ma che a volte mi sembra tendano a fermarsi troppo su alcune presunte caratteristiche – il “divieto”, il “sacro”… – che in realtà nel progetto o non sono affatto presenti (la prima che ho scritto ma, chissà perché vengono còlte) oppure sono utilizzate dal progetto funzionalmente all’identificazione e alla generazione di quel “simbolo” che la “Montagna Sacra” vuole essere e che intende diventare un centro d’interesse attorno al quale generare le innumerevoli ricadute concrete dell’idea di base, il cui nocciolo, è bene rimarcarlo con decisione, è il senso del limite in relazione alla contemporaneità, dunque senza rimandi a concezioni trascendenti svincolate dal qui e ora.

Dunque: è giusto, è sbagliato, è nobile, è stupido chiedere di non salire su una vetta tra mille altre? A ben vedere ogni opinione al riguardo è lecita perché non è questa la risposta che si cerca. Semmai, la risposta necessaria è quella alla domanda: è giusto, oggi – cioè nel tempo presente con tutte le sue criticità, ambientali e non solo, e in maniera ancor maggiore negli anni futuri -, porsi un limite in tema di frequentazione, fruizione, antropizzazione, patrimonializzazione delle montagne, a fronte di molte (troppe) situazioni nelle quali probabilmente si è andati troppo oltre, cagionando danni materiali e immateriali sovente ingenti ai monti? Ecco, la “Montagna Sacra”, con la sua funzionale carica simbolica che tuttavia richiama e riporta subito alla riflessione sul senso del limite e alle sue manifestazioni concrete, vuole identificare e se possibile approfondire la discussione su questo macro-tema, dal quale è inutile dire che ne derivano tanti altri. Anche perché, se attendiamo ancora un po’ che la “sacralità naturale” che ogni vetta montana ha in sé ovvero che eventualmente gli è riconosciuta dalla cognizione culturale umana (come accade da millenni) venga finalmente recepita e manifestata nei comportamenti di chi vi salga, e ancor più da chi le montagne ha il compito di amministrarle politicamente, temo che di montagne incontaminate, sacre o meno, non ne resteranno più tante.

C’è senza dubbio da (ri)costruire una cultura diffusa in tal senso, pur dotata di differenti sensibilità ma mirate allo stesso obiettivo, una cultura per la quale “sacro” non è che un termine a mero servizio della “montagna”, teoria e pratica si sorreggono e alimentano a vicenda e l’unico divieto veramente da osservare è quello di non fare, di restare impassibili, di non riflettere, non meditare, non contribuire alla costruzione di quella consapevolezza diffusa che determinerà non solo l’immaginario montano del futuro ma pure le sorti stesse delle montagne. Fino a che la loro “sacralità”, che venga definita in questo modo oppure in altri o ancora sia data per scontata e assimilata in quanto essenza del luogo, spirito, Genius Loci o manifestazione più “profonda” del paesaggio, torni a essere l’elemento fondante della relazione con essa dell’uomo, che lassù ci viva o ci salga per diletto. Anche per ciò ogni opinione, quando costruttiva, è importante e necessaria: ciascuna, a suo modo, è un passo che con ogni altro ci può far incamminare insieme verso la direzione giusta.

N.B.: cliccate sull’immagine della locandina in testa al post per scaricarla in formato pdf.

La politica paternalista, o menefreghista

[Foto di Pasja1000 da Pixabay.]

Capita sovente che durante gli incontri pubblici siano presenti dirigenti, funzionari, decisori che hanno importanti responsabilità sul governo delle aree interne e montane. Tu parli, e loro ti guardano con un sorrisino tra l’ironico, il compassionevole e il paternalista. Finito l’evento vengono da te e ti dicono (non lo farebbero mai pubblicamente): «Ma mi spieghi che problema c’è con la chiusura delle banche nei paesi? Oramai c’è l’E-banking. E con i negozi? Guarda che oramai i corrieri arrivano in qualunque posto sperduto. E poi comunque ci sono i centri commerciali di fondovalle. E vedrai che tra pochi anni, con i droni che porteranno le merci, e presto anche le persone, il problema della marginalità della montagna sarà storicamente risolto».
Tutte cose vere, importanti. E siamo sempre stati per il progresso. Ma questi discorsi mi ricordano i nostri genitori quando da adolescenti andavamo chessò a Berlino, tornavamo, e loro dicevano: «Hai mangiato? Hai dormito bene? Sei andato di corpo regolare?». E tu ti incavolavi, perché a te si era aperto un mondo e tuo padre si informava dell’intestino. Insomma, non si vive di solo pane. E abbiamo un enorme problema rispetto a classi dirigenti cresciute negli ultimi 30 anni che pensano che per gestire il mondo sia sufficiente adottare i crismi del paradigma tecnico-soluzionista, e tutto si risolverà naturalmente e automaticamente. Avranno deleghe su questi territori, ma li vivono con le lenti del tecnico-turista, e hanno una visione tardofunzionalista delle persone che alla fine viene a coincidere con la figura del consumatore. La pandemia insomma non ha insegnato nulla. Viviamo in una società che non riesce nemmeno più a riprodurre materialmente il proprio corpo sociale, ma certo prima o poi troveremo una app anche per questo. Per tutte queste ragioni supportiamo a spada tratta le comunità (di restanti e arrivanti, poco importa) che si pongono come primo tema la costruzione di (nuove) forme di società, di economie, di culture. Comunità consapevoli, progettanti, che costruiscono reti, e a cui forse l’arrivo del corriere e del drone non è sufficiente.

Faccio pienamente mie queste riflessioni di Antonio De Rossi, scritte sulla sua pagina Facebook lo scorso 14 agosto, perché descrivono le stesse sensazioni che anch’io ho provato molte delle volte nelle quali ho potuto e dovuto interloquire con i rappresentanti delle istituzioni politiche e di governo dei territori locali presentando e proponendo iniziative varie a carattere culturale. Atteggiamenti di dogmatica superiorità ovvero di malcelato disinteresse, di ma-che-ne-sai-tu-e-tanto-ho-ragione-io, di sostanziale incapacità di comprendere ciò che si propone dietro la quale, forse, c’è la volontà precisa di non ascoltare nulla che non sia consenso e adesione. Tutto ciò spesso (cioè non sempre, sia chiaro) ben velato da cortesia, affettazione, strette di mano e pacche sulle spalle, da garanzie di considerazione di quanto si è proposto, da apprezzamenti espressi unicamente per allontanare l’interlocutore prima possibile e far che non rompa più le scatole. E a volte, magari, alla fine la promessa di risentirci «più avanti»: già, nell’anno 2500 o giù di lì, forse.

Dice bene De Rossi: è un problema di classi dirigenti e, aggiungo io, lo è dal punto di vista culturale prima che politico. In altri termini, è la conseguenza di un scollamento tra realtà territoriali e relativi apparati gestionali che non solo, da quando ha preso a manifestarsi, non si è mai cercato di rinsaldare ma, anzi, si è reso funzionale alla coltivazione di certi meccanismi di potere su base locale che hanno inevitabilmente peggiorato la situazione, facendo di ogni potenziale ambito di intervento una altrettanto potenziale occasione di tornaconto personale, con dall’altra parte un sostanziale disinteresse verso le esigenze, i bisogni e gli interessi collettivi dei territori amministrati e delle loro comunità. Una situazione che, rapidamente, si è degradata in circolo vizioso autoalimentato e sempre più arroccato nei propri indiscutibili recinti ideologici, che per tale motivo è destinata a rovinarsi e infine a implodere ma che, temo, ben difficilmente chi ne è promotore la cambierà. Perché se tu avvisi qualcuno che sta andando a schiantarsi contro un muro ma quello continua invariabilmente a dire che no, non è un muro ma un morbido cuscino, be’, c’è ben poco da fare.

La rincorsa delle cose

Il 2022 è stato l’anno più caldo mai registrato in Italia dall’invenzione del termometro, gli sconvolgimenti economici e sociali in corso sempre di più ci mostrano come il semplice concetto di “stazione climatica” sia una risorsa formidabile, dove basta un fazzoletto di bosco, un torrente, un sasso dove sedersi, un cuscino di muschio, per godersi la frescura, guardarsi attorno, ascoltare, leggere un libro… anche solo per tirare il fiato.
Eppure prosperano folli progetti per nuove infrastrutture sciistiche un po’ ovunque sulle montagne lombarde, incluse quelle arroventate dal sole e a quote non propriamente elevate.
Pazzie e insensatezze a parte, anche quando si inizia a percepire un necessario cambio di rotta, per fuggire ad una monocultura spompata, non per scelta, ma perché il clima ci presenta il conto, si replica lo stesso approccio separato dalla montagna vera, l’unica che ci appartiene e rappresenta.
Un perverso incantesimo per fare “cose”, con la rincorsa a trasformare ogni spazio naturale integro, dove far combaciare il tempo libero con quello del consumo.
Megaprogetti e nuovi passatempi, seppur a scale diverse, mostrano quanto siamo stretti all’angolo, immobilizzati e incapaci di mutare atteggiamento e ancorati a schemi di pensiero disintegrati dalla realtà.
Rinunciare ad accogliere i nostri limiti e non accettare la meravigliosa imperfezione di sentieri, rocce, boschi e pascoli, che poi sono la vera e autentica ricchezza, significa perdere la possibilità di trovare un senso, relazioni ed esperienza con le nostre montagne.
Quando arriverà il tempo di sostituire le “cose” con i “significati”? Mollare i cantieri costosi per il divertimento effimero di breve durata e raccontare (bene e con cognizione di causa) quel che abbiamo? Quando scopriremo che da qui nasce il desiderio, da qui il modo sano e durevole di stare al mondo, per vivere quassù e della montagna?

Michele Comi, da La rincorsa delle “cose” su stilealpino.it, 14 novembre 2022. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere la riflessione completa di Comi, come sempre precisa, sensibile, illuminante. Una delle voci più importanti, la sua, in tema di montagne e di più proficua frequentazione delle terre alte in senso vicendevole, cioè proficua sia per il bene dei monti e sia per il benessere di chi li frequenta, solo qualche ora svagandosi oppure abitandoli per una vita intera. Una guida alpina nel senso più pieno e compiuto della definizione, insomma, da seguire assiduamente: il suo “diario” con le riflessioni riguardanti il personale andare per monti lo trovate qui.

N.B.: l’illustrazione in testa al post è sempre di Michele Comi, che è anche un ottimo disegnatore, e raffigura alcune delle più alte e celebri vette alla testata della Valmalenco, “base” fondamentale di residenza e di lavoro di Michele.

Paolo Rumiz e la “Montagna Sacra”

[…] Oggi, la notizia che, proprio nel massiccio del Gran Paradiso, si sia indicata come “sacra”, quindi potenzialmente inviolabile, una montagna come il Monveso di Forzo, possente pilastro di 3322 metri lontano dalle rotte escursionistiche più battute, apre una prospettiva rivoluzionaria, nello stesso tempo antichissima e nuova, laica e sotto sotto anche pagana, nel nostro approccio all’Alpe e alle cime in generale. È un “alt” alla pretesa di onnipotenza dell’uomo dell’Antropocene, espresso non con divieti amministrativi, barriere fisiche o minaccia di sanzioni pecuniarie, ma con esortazione a una scelta consapevole: quella di non salire più su quella cima e di convincere altri a non farlo.
L’idea, del tutto nuova sulle Alpi, è appoggiata da molti “patriarchi” dell’alpinismo europeo, da Kurt Diemberger ad Alessandro Gogna, scrittori come Paolo Cognetti o Silvia Ronchey, grandi camminatori tipo Riccardo Carnovalini, o attori come Lella Costa e Giuseppe Cederna. Tutti viaggiatori in parole e scarponi, che vengono a dirci: è giunto il tempo di farsi un po’ in là. Darci dei limiti. Tracciare linee invalicabili.
Il segnale che, nel centenario dell’istituzione del parco del Gran Paradiso (mai nome più appropriato in materia), ci arriva da una cima in bilico fra regione Val d’Aosta (val di Cogne) e Piemonte (val Soana), indica al viaggiatore, a ben pensarci, una rivalutazione dei confini. Quei confini che, dopo l’euforia per il crollo del Muro, la moda del “no border” ha frettolosamente liquidato come pure negatività. Il Monveso simbolizza la nostalgia del sacro, nel senso di spazio separato. «Nel mito giudaico — osserva la Ronchey — l’uomo viene cacciato dal paradiso nel momento in cui tradisce, per avidità, la comunanza con il resto della natura vivente». Annibale Salsa, ex presidente nazionale del Cai, rimarca l’esigenza di «individuare, anche nelle odierne società postindustriali, alcune cime che sul piano simbolico possano significare che non tutto deve essere profanato». […] In questo senso, il Monveso (Mon Vezo, nell’accezione antica) rappresenta la più difficile delle sfide in un mondo governato dal consumo. Il coraggio della rinuncia. Il silenzio della contemplazione di fronte all’indicibile.

Paolo Rumiz, ieri su “la Repubblica”, ha offerto una bellissima disquisizione intorno al progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso“, che sarà finalmente presentato e condiviso il 26 novembre alle ore 10 presso la prestigiosa Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna, in Piazzale Monte dei Cappuccini 7 a Torino, con ingresso libero.

Potete leggere l’articolo in formato pdf qui.

Per saperne di più sul progetto e sulla presentazione di Torino, cliccate qui, mentre questo è il comunicato stampa ufficiale dell’evento. Per approfondirne l’idea originale e la filosofia, sottoscriverlo e aderirvi, cliccate qui.

Una “Montagna sacra” per il Gran Paradiso, il 26 novembre a Torino

Sono più di mille i primi firmatari del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”, e sono persone di radici e culture molto diverse: alpinisti, escursionisti, naturalisti, giornalisti, scrittori, artisti, montanari, frequentatori rispettosi di ogni vita e di ogni luogo che hanno condiviso con entusiasmo la proposta. Nessun conquistatore.

Il progetto, già preannunciato sul web in varie sedi e del quale hanno già scritto e detto numerose testate giornalistiche e radiotelevisive, sarà finalmente presentato e condiviso il 26 novembre alle ore 10 presso la prestigiosa Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna, in Piazzale Monte dei Cappuccini 7 a Torino, con ingresso libero.

La filosofia del progetto

Il progetto è nato dall’idea di Toni Farina e Antonio Mingozzi per onorare i cent’anni del Parco Nazionale del Gran Paradiso con un’azione di alto profilo, che si spingesse oltre la mera celebrazione; ha raccolto da subito l’adesione di un qualificato ventaglio di sostenitori, in forma associativa e individuale, tra cui: il Club Alpino Italiano e l’Alpine Club di Londra, gli alpinisti Kurt Diemberger, Fausto De Stefani, Hervé Barmasse, Alessandro Gogna, Manolo, il climatologo Luca Mercalli, l’antropologo Duccio Canestrini, i giornalisti Paolo Rumiz, Michele Serra, Enrico Camanni, il regista Fredo Valla, i saggisti Guido Dalla Casa e Silvia Ronchey, gli scrittori Paolo Cognetti, Matteo Righetto, Tiziano Fratus, Daniela Padoan, Raffaella Romagnolo, gli attori Giuseppe Cederna, Lella Costa, Giovanni Storti.

In un’epoca avida di performance e povera di spirito, in una società segnata dalla competizione e dal dissennato consumo delle risorse naturali, i sostenitori del progetto auspicano che almeno su una cima – identificata con il Monveso di Forzo, l’elegante triangolo a cavallo tra la Valle Soana e la Valle di Cogneci si astenga dalla “conquista” per riscoprire il significato del limite. Si tratta ovviamente di un atto simbolico: fermarsi sotto la cima lasciandola ai giochi del vento è scelta rivoluzionaria per una cultura antropocentrica e “padrona”.

Niente di confessionale, sia chiaro: il termine “sacro” va inteso in senso laico, nel segno del rispetto e della contemplazione – dunque nessuna correlazione nemmeno con le varie “montagne sacre” del mondo, la cui base storico-culturale è totalmente differente. Tanto più niente di costrittivo: la “Montagna Sacra” non sarà mai un luogo di divieti. Il progetto non prevede alcuna interdizione formale e nessuna sanzione pecuniaria: chiunque potrà continuare a salirla liberamente, se vuole, ugualmente come i promotori del progetto invocano la libertà di non salirla. L’impegno a non salire sul Monveso è una scelta culturale, un libero ammonimento, un vivissimo auspicio, nella speranza che venga compreso e abbracciato dall’intera comunità. È un atto individuale simbolico, come detto, ma dal quale scaturiscono innumerevoli ricadute pratiche: a partire dal manifestare la necessità che un territorio potentemente culturale e in ciò necessario tanto quanto delicato e bisogno di cura, nella relazione antropica che ci lega ad esso, debba poter considerare dei limiti, materiali e immateriali, oltre i quali non si dovrebbe andare, pena il deterioramento dei territori montani e il degrado della loro cultura nonché, inesorabilmente, della loro bellezza.

Come si può immaginare, “La Montagna Sacra” non è un progetto facile da comunicare e da comprendere se non si va oltre la sua forma e si omette di indagare la sua sostanza. Tuttavia, le perplessità sorte nei mesi scorsi, sovente divenute ulteriori punti di forza del progetto, sono state ampiamente compensate dai molti pareri favorevoli che anche ultimamente sono giunti. Sono state superate le 1000 adesioni e questo conferma che non si tratta di un progetto velleitario, ma basato su ragioni profonde. D’altronde gli eloquenti messaggi che giungono dal Pianeta Terra ci dicono che solo un ribaltamento di valori può farci sperare in un futuro possibile. “La Montagna Sacra” può rappresentare in tal senso un buon inizio: simbolico, evocativo, iconico ma pure a suo modo “rivoluzionario” – di quella rivoluzione di sensibilità e cura che tutti noi dovremmo saper formulare verso le montagne e il loro futuro.

Qui potete scaricare il comunicato stampa dell’evento, che sarà anche trasmesso in diretta streaming. 

Per saperne di più sul progetto e per sottoscriverlo, potete consultare www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/ o https://www.facebook.com/montagnasacra, oppure potete leggere questo mio recente articolo.

Di seguito il programma dell’incontro pubblico del 26 novembre, dalle ore 10:

Saluto di Bruno Migliorati (CAI – Presidente Comitato Direttivo Gruppo Regionale Piemonte);

Saluto di Lorenzo Giacomino (Sindaco di Ronco).

Apertura: Antonio Mingozzi e Toni Farina, “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso”;

Alessandro Gogna, “La libertà del limite”;

Guido Dalla Casa, “La Montagna Sacra e l’ecologia profonda”;

Riccardo Carnovalini, “Cercando il Dio delle piccole cose”;

Paola Loreto, “Lo sguardo e la voce della poesia”;

Ettore Champretavy, “Corsa e contemplazione in montagna: l’apparente paradosso”;

Intervengono on line:

Daniela Padoan, “Nello spirito della Laudato Si’”;

Giuseppe Cederna, “La bellezza, l’invisibile e il Pellegrino”.

Conclusioni di Enrico Camanni.

Coordina Rosalba Nattero.

Sarà proiettato in anteprima il documentario di Alessandro Gogna e Achille Mauri “Montagna Sacra”.

Il programma è presente anche sul comunicato stampa scaricabile qui.