La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un’attività solida, stabile.
(John Steinbeck, citato in Gino e Michele, Matteo Molinari, Le Formiche: anno terzo, Zelig Editore, 1995, n.1833.)
La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un’attività solida, stabile.
(John Steinbeck, citato in Gino e Michele, Matteo Molinari, Le Formiche: anno terzo, Zelig Editore, 1995, n.1833.)
Carl Spitzweg, Der Bücherwurm (“Il topo da biblioteca”), 1850 circa.
Di questo suggestivo quadro del celebre artista biedermeier tedesco ne esistono tre versioni: una è al Georg Schäfer Museum di Schweinfurt, in Germania, una è in possesso di un privato e la terza, lì sopra riprodotta, si trova alla Central Library di Milwaukee (USA).
Ma tutto questo soprattutto per dire che è un’opera nella quale mi ci ritrovo parecchio, devo ammetterlo, e scommetto che ciò vale anche per molti di voi. Sono un “topo” per la cui cattura, in questo caso, non servono trappole di chissà qual tipo e nessun pezzo di formaggio, basta una pila anche piccola di buoni libri da poter sfogliare e leggere seduta stante.
Che abbia detto «con la cultura non si mangia» o «la cultura non si mangia» (frase comunque stolta, a prescindere), l’ex ministro italiano Giulio Tremonti ha pubblicato un altro libro. Sì, perché ne ha pubblicati altri da quando proferì quella frase – almeno quattro. Libri che, peraltro, sono gli oggetti culturali per antonomasia, gli strumenti fondamentali per la diffusione della cultura – è pure inutile evidenziarlo. I quali, se non ci si può nutrire né metabolicamente né metaforicamente, e se si è pienamente consapevoli del loro valore culturale, non dovrebbero nemmeno essere scritti e poi pubblicati, o no?
Dunque, nel principio, o l’ex ministro è un ipocrita oppure è proprio come quella sua frase.
Ergo, sarà pure un buon libro ricco di spunti interessanti, non lo metto certo in dubbio, ma si merita che nessuno lo acquisti. A meno che qualche allotriofago non voglia farne un (per lui) gustoso spuntino, ecco.
Una monumentale e suggestiva scultura (denominata anche Le Bibliophile, a quanto pare) dedicata ai libri e alla lettura nella località di Mohammadia, cittadina situata a poca distanza da Algeri.
Presenze più o meno artistiche che è sempre bello ritrovarsi davanti ovunque, in giro per il mondo, e che ovunque c’è da augurarsi siano sempre culturalmente referenziali cioè capaci di tenere ben presente l’importanza e la necessità di essere lettori, per diventare pure individui civili, intelligenti, liberi.
Si può essere davvero così estranei al potere?
«Sergej Dovlatov, una volta, ha parlato del rapporto che aveva il suo amico Brodskij con il potere sovietico. Scrisse: “Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Quando sulla facciata del suo palazzo, a Leningrado, avevan montato un ritratto di sei metri per sei di Mžavanadze (Segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto «Chi è? Sembra William Blake…”. Io credo che gli scrittori siano per forza di cose da un’altra parte, rispetto a quella del potere politico. “Il colore della bandiera della letteratura – ha scritto Viktor Šklovskij negli anni venti – non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere”.»
Oggi, in Italia, il potere è fragile. Non le sembra un po’ facile, rivendicare questa distanza?
«Sicuramente la mia posizione è diversa, rispetto a quella di Brodksij, o di Šklovskij, che avevano a che fare con il potere sovietico, o agli scrittori russi dell’ottocento, che dovevano guardarsi dalla polizia degli zar, ma non posso nemmeno auspicare un ritorno alla dittatura che mi permetta degli atti eroici. Io sono tutt’altro che un eroe, sono pieno di difetti, e minimo, insignificante, ma il mondo che mi circonda, per quanto insignificante io sia, mi sembra così stupefacente. Scrivere mi permette di farmi crescere dentro la pancia una piccola macchina per lo stupore. La capacità di guardare anche la strada che c’è sotto casa mia e di vederla, tutti i giorni, come se la vedessi per la prima volta. E ogni tanto succede che la mia vita marginale e insignificante, diventa memorabile.»
(Paolo Nori intervistato da Nicola Mirenzi sull’Huffington Post il 24/03/2019. Cliccate qui per leggere l’articolo completo in originale.)