Quelli che si vantano di non leggere

(Mark Twain, “The town drunkard asleep once more”, 1883.)

Quelli che si vantano di non leggere libri o di non apprezzare l’arte mi ricordano tanto quelli che ostentano la loro “capacità” di reggere l’alcol e di non subirne gli effetti: bevi e bevi, prima o poi ubriachi fradici se non in coma etilico al pronto soccorso ci finiscono tutti – o, peggio (per loro), con l’auto in un fossato. E certamente, in ogni caso, non per colpa dell’alcol.

INTERVALLO – Ankara (Turchia), Biblioteca Pubblica di Çankaya

Una piccola biblioteca pubblica che evoca innumerevoli suggestioni come poche altre (anche quando ben più grandi e prestigiose) sanno fare, quella di Çankaya, città nei pressi della capitale turca Ankara. Qui, i netturbini locali hanno preso a recuperare e “salvare” i libri che trovavano tra i rifiuti raccolti quotidianamente, arrivando in breve tempo ad accumularne un numero cospicuo e a interessare alla loro iniziativa molti altri residenti, che a loro volta hanno donato libri propri ovvero ritrovati un po’ ovunque. Così, il 18 gennaio scorso, è stata inaugurata una biblioteca pubblica con ben 6.000 volumi ordinati nei suggestivi locali di una ex fabbrica di mattoni a sua volta abbandonata, realizzando un’iniziativa meravigliosa, di raro valore socio-culturale e, come detto, dalle molteplici suggestioni profondamente esemplari. Ad esempio dimostrando come i libri (e la cultura in genere) sappiano suscitare grandi cose e migliorare il mondo anche quando abbandonati o deprecabilmente gettati nella spazzatura.

Cliccate sulle immagini per saperne di più oppure qui per leggere un articolo al riguardo di CNN (in inglese).

P.S.: en passant, i libri non si buttano mai via, nemmeno quelli peggiori. Piuttosto si regalino a qualcuno o alla biblioteca più vicina. A chiunque li gettasse nella spazzatura comminerei svariati mesi di condanna ai servizi sociali, se ne avessi facoltà.

P.S.#2: grazie a Rossella Mauri che ha indirettamente ispirato questo articolo.

Non ce l’ho fatta, nemmeno questa volta!

Niente, nemmeno questa volta ce l’ho fatta. Non sono riuscito a non cedere alla solita tentazione.
Ma c’ho provato, credetemi! Appena l’ho vista mi sono detto «No, no, via! Fammici stare il più lontano possibile!». Ho cercato e trovato distrazioni d’ogni sorta, ho lasciato che la mia irrefrenabile curiosità per ogni cosa mi colmasse la mente di qualsivoglia altro pensiero. Ho vagato per tutte le viuzze che portassero dalla parte opposta cercando nei negozi qualcosa da acquistare che ovviamente non ho trovato ma così sperando di fare abbastanza tardi da non aver tempo da perdere, là, e ho persino dato peso alla scusa del troppo caldo, della troppa afa per fare qualsiasi cosa e soprattutto quella cosa.

Poi è venuta l’ora di tornarmene a casa e, convinto di avere ormai sotto controllo la situazione e di saper benissimo resistere alla tentazione al punto da sfidarla apertamente, ho deciso: ci sarei passato proprio davanti, già, tanto non mi avrebbe catturato. Sarei andato oltre in perfetto self control, questa volta incurante delle sue lusinghe, guardando orgogliosamente altrove come se nemmeno esistesse, come se dentro di me, lì dove si generano le emozioni e le suggestioni, la sua non fosse che una presenza evanescente, trascurabile, qualcosa della quale poter tranquillamente fare a meno.
Ecco.

Risultato: 5 (cinque) nuovi libri acquistati, tra cui due tomoni (di saggistica) da 500 e più pagine.

Niente, non ce la faccio proprio, è inutile. O mi tolgono di torno le librerie, intendo dai luoghi in cui sto o passo, oppure ci finisco dentro, ovviamente senza mai uscirne a mani vuote. È una “malattia”, una specie di “sindrome ossessivo-compulsiva” – come se a casa non avessi già qualche centinaia di libri ancora da leggere, e dunque acquistandone sempre più di quanto ne possa leggere, col tempo a mia disposizione. Perché secondo voi con un tale irrefrenabile “impulso volontario a compiere una determinata azione con il fine di placare, seppur momentaneamente, l’ansia generata dal contenuto egodistonico delle ossessioni, che sono pensieri, comportamenti o immagini mentali che ricorrono in maniera insistente dominando la vita psichica di un individuo.” (definizione di “compulsione”, da Wikipedia) mi si placa, appunto, l’ossessione dell’entrare in una libreria e acquistare libri?
No, non si placa.
Ecco.

Per essere come Shakespeare, non bisogna leggere Shakespeare! (Giorgio Manganelli dixit)

Mettiamo ad ogni modo che lei sia Shakespeare o Tolstoj. Che cosa vorrei dirle? Che per scrivere l’Amleto, o anche molto meno, l’università di lettere non le darà nulla. La consiglierei di iscriversi a chimica, archeologia, geologia. Lei ha bisogno di metafore, di allitterazioni, di iperboli. Ha bisogno di perdere tempo e di commettere degli errori: molti errori. Le serve il cattivo gusto, ha bisogno di letture sciocche e inattendibili. Ha bisogno di refusi. In una parola: non pensi di imparare a scrivere frequentando chi frequenta la letteratura. Niente di peggio di fare letture giuste, di sapere quello che si sta facendo. Lei dice di essere Shakespeare? Può darsi; anzi, ci credo. Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più che cosa siano gli oligoscisti: ma quella, caro mio, quella è letteratura.

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi, 1994, 2a ed.)

In effetti Manganelli ha ragione – e lo dico da grande sostenitore della lettura della grande letteratura quale pratica necessaria alla scrittura letteraria. Così come sovente le migliori idee, spunti, intuizioni, illuminazioni, giungono da cose che non c’entrano nulla con ciò che si deve pensare o fare, ugualmente, se non si vuole percorrere sentieri letterari già attraversati da altri bisogna uscire da essi, esplorare altri territori, osservare al di là degli ambiti soliti, cercare ciò che si vuole trovare dove si pensa o si crede che non si possa trovare. Magari è così, e non si troverà nulla; magari invece si troverà ciò che si cerca, e in tal caso la scoperta sarà ancora più significativa e illuminante. Siccome l’arte è (deve essere) sempre rivoluzione (Gauguin docet!), e siccome la scrittura letteraria è arte, quantunque troppo spesso non sembri e non venga considerata tale, quando si scrive bisogna sempre perseguire una rivoluzione. Piccola o grande che sia, ma sempre deve essere quello l’obiettivo. Una rivoluzione peraltro quanto mai necessaria, oltre che per il mondo intero anche per la scrittura stessa.