(Grazie a) “La Pantera delle nevi” a Lecco!

Voglio ringraziare di cuore tutti presenti alla proiezione di ieri sera a Lecco de La pantera delle nevi, il pluripremiato bellissimo docufilm – del quale vi ho parlato qui – distribuito in Italia da Wanted Cinema e uscito in contemporanea proprio ieri in numerose sale.

Certo il Nuovo Cinema Aquilone di Lecco è una sala relativamente piccola, ma considerando che la promozione dell’evento è iniziata solo lunedì scorso in tarda giornata e che la piazza di Lecco è certamente più esigente di altre in tema di montagne e avventura, in aggiunta alla serata infrasettimanale, il risultato è più che ottimo e – per quanto mi riguarda, avendo un po’ seguito la preparazione dell’evento – quasi sorprendente: pubblico non solo numeroso ma partecipe, bel dibattito post proiezione, interessanti chiacchierate intorno alle suggestioni che il film suscita… Insomma, una serata assolutamente ben riuscita!

Ringrazio dunque i responsabili del Nuovo Cinema Aquilone per la cordiale ospitalità, Wanted Cinema per una così affascinante proposta cinematografica, l’Officina Culturale Alpes per aver supportato l’uscita del film, il CAI per averla patrocinata nonché, ultimi ma non ultimi, la Presidente del CAI Lecco Adriana Baruffini e Fabio Landrini, curatore delle pagine della montagna de “La Provincia di Lecco”, che mi hanno affiancato nella presentazione della pellicola. Ovviamente invito chiunque non abbia visto La pantera delle nevi e voglia farlo – merita assolutamente, ve l’assicuro – a verificare luoghi e date di proiezione direttamente nel sito di Wanted Cinema.

Alla prossima!

“La pantera delle nevi” a Lecco, giovedì 20/10

Sarà per me un grande onore e un vero piacere presentare a Lecco, giovedì 20 ottobre prossimo al Nuovo Cinema Aquilone, insieme alla Presidente del CAI Lecco Adriana Baruffini e a Fabio Landrini, responsabile delle pagine della montagna de “La Provincia di Lecco”, il documentario La pantera delle nevi, nella tappa in città del calendario che, grazie a Wanted – società di distribuzione cinematografica di alta qualità – e con la collaborazione del Club Alpino Italiano, dal 20/10 proporrà la pellicola in giro per l’Italia.

Presentato al Festival di Cannes nel 2021 e poi premiato come Miglior Documentario ai Premi César 2022 e Miglior Documentario di Esplorazione e Avventura al Trento Film Festival 2022, La pantera delle nevi è un documentario ambientato sullo sconfinato altopiano innevato del Tibet: un habitat del tutto selvaggio, squassato da frequenti tempeste nevose che determinano temperature di decine di gradi sotto zero, pressoché inospitale per l’uomo e governato dalle sue creature animali. Due esploratori partono alla volta di quel luogo misterioso: il fotografo naturalista Vincent Munier e l’autore Sylvain Tesson sono infatti alla ricerca della pantera delle nevi, uno dei più grandi e elusivi felini che la fauna terrestre abbia mai conosciuto. La pantera diventa essa stessa il simbolo di un viaggio alla scoperta di sé stessi, di un luogo incontaminato, lontano da spazio e tempo, disarmante e inesplorato. Un viaggio accompagnato dalla sublime musica di Warren Ellis e dall’inconfondibile voce di Nick Cave: un percorso umano e mistico composto da interrogativi, dubbi, nuovi traguardi e nuove consapevolezze, rappresentato da un’opera filmica ricca di bellezza e poesia la cui visione emozionerà e affascinerà chiunque.

Cliccando sull’immagine in testa al post potete visitare la pagina dedicata al film nel sito di Wanted Cinema, mentre qui trovate la scheda sul documentario nel sito mymovies.it.

Per quanto mi riguarda, cercherò di fare del mio meglio per presentarvi e introdurvi un’opera così visivamente potente, particolare e intrigante, anche grazie al supporto dell’omonimo libro, scritto da Tesson e pubblicato in Italia da Sellerio, nel quale lo scrittore e viaggiatore francese ha saputo trasporre in parole scritte le personali emozioni di un’avventura tanto spirituale quanto emblematica in uno degli ultimi luoghi del pianeta nel quale, forse, il termine “wilderness” ha ancora un senso così come, di conseguenza, anche la presenza dell’uomo recupera un significato profondo e necessario.

Dunque, ci vediamo giovedì 20 alle ore 21 al Nuovo Cinema Aquilone di Lecco – potete anche acquistare il biglietto on line (con riduzione ai soci CAI) qui. Vi invito caldamente a partecipare: La pantera delle nevi è un’esperienza cinematografica e artistica che vi resterà a lungo in mente, ne sono certo.

I “doni” di Mauro Lanfranchi

Ho la gran fortuna di conoscere alcuni tra – a mio parere – i migliori fotografi di montagna italiani, e in essi annovero a pieno titolo il lecchese Mauro Lanfranchi, autentico cantore per immagini dei territori montani lombardi (non solo, ma soprattutto) e in particolar modo delle montagne tra Lecco e la Valtellina per le quali rappresenta ormai pure una specie di enciclopedia naturalistica (illustrata, ovvio!) vivente, stante la sua profondissima conoscenza di tale territorio. Di lui ho già scritto qui, ma credo che chiunque di voi lo abbia “editorialmente incrociato” almeno qualche volta, posta la vastità della sua produzione fotografica e delle collaborazioni con praticamente tutte le testate nazionali che si occupano di ambiente e natura, oltre agli innumerevoli libri che contengono i suoi scatti, il cui stile peculiare è sovente ben riconoscibile.

Proprio qualche giorno fa Mauro ha compiuto 70 anni, buona parte dei quali passati a vagabondare per le montagne – sovente raggiunte a bordo della sua celeberrima Vespa con viaggi anche di molti km, a volte con tempo da lupi – e a fissare nei suoi scatti la loro grande bellezza, spesso scovata e rappresentata nelle circostanze più insolite e nei dettagli meno evidenti ma per molti versi peculiari e maggiormente narrativi dell’essenza dei monti.

Voglio omaggiarlo con alcune immagini in bianco e nero tratte da un’ampia galleria fotografica pubblicata lo scorso luglio da Alessandro Gogna su sherpa-gate.com, che vi invito a visitare per godervela nella sua interezza (qui ne trovate un’altra, di galleria, dalla quale proviene l’immagine in testa al post), e ringrazio di cuore Mauro per avermi concesso di pubblicarle. Solo poche immagini – che peraltro intendo pure come ben auguranti per il prossimo inverno – ma credo già del tutto significative riguardo l’arte fotografica di Lanfranchi, che mi auguro possa continuare ancora per lunghissimo tempo a praticare i propri vagabondaggi alpestri e a donarci le sue affascinanti, preziose visioni montane.

Sviluppo di Bobbio e Artavaggio: qualche necessaria domanda per poter fare veramente chiarezza

P.S. – Pre Scriptum: vi propongo qui il testo integrale del mio intervento, pubblicato in varie forme nei giorni scorsi su numerosi organi di informazione, riguardante i progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco). Intervento contenente considerazioni e domande chiare che rivolgo direttamente ai promotori pubblici e privati del progetto ma che, credo, possano avere valore emblematico per tante altre località montane che presentano situazioni simili e similari volontà politiche e imprenditoriali di “turistificazione” dei loro territori. Buona lettura e, mi auguro, buone riflessioni.

[Uno scorcio invernale, più o meno, dei Piani di Artavaggio. Immagine tratta da “ValsassinaNews“.]
C’è un antico proverbio turco che più o meno dice così: «E gli alberi diedero ancora ragione all’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro in quanto aveva il manico di legno». Ecco, a leggere le considerazioni pubbliche dei sindaci e dei rifugisti (ovvero di uno, formalmente) coinvolti nella questione del progetto di sviluppo dell’offerta turistica dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, promossa e finanziata da Regione Lombardia, mi è tornato in mente quel vecchio adagio turco. Ciò in quanto le osservazioni proposte in quelle missive pubblicate sugli organi di informazione locali, pur in tutta la loro legittimità, appaiono tanto scontate e prevedibili quanto incoerenti e – lo scrivo con tutto il rispetto del caso e considerando l’accezione letterale del termine – irrazionali, anche alla luce delle iniziative antitetiche nel frattempo messe in atto come la raccolta firme “No alle olimpiadi del cemento in Valsassina“, attiva sulla piattaforma change.org, la quale dimostra palesemente che tutto quel consenso sul quale i sostenitori pubblici e privati del progetto in questione vorrebbero promuoverlo non esiste affatto – ma basta pure dare un’occhiata al tono dei commenti in calce ai relativi post sui social della stragrande maggioranza degli utenti per farsi un’idea chiara di dove stia il sentore popolare.

D’altro canto sono i suddetti sostenitori ad avere l’ascia del proverbio citato dalla parte del manico – proprio un manico di legno, come quello dei boschi che, insieme a ogni altro elemento geografico e ambientale, compongono il paesaggio di questo meraviglioso lembo di Valsassina – forti anche della spinta di un ente pubblico come Regione Lombardia tanto politicamente potente quanto palesemente fossilizzato su strategie turistiche per la montagna ben chiare, che si potrebbero sintetizzare nello slogan “sci, sempre sci, fortissimamente sci”. Il che andrebbe anche bene se fossimo nel 1970, peccato invece che siamo nel 2022 e nel bel mezzo di un anno climaticamente drammatico il quale al momento rappresenta un’eccezione ma che ogni scenario climatologico-scientifico presenta come la normalità (o quasi) futura. E, a scanso di repliche di chi dica che per certa politica non sia vero che esista solo lo sci, in questo caso magari citando le ciclopedonali in progetto: sono ottime iniziative, senza dubbio, ma quale percentuale occupano, in termini di soldi e impegno investiti, rispetto allo spazio dedicato al turismo sciistico massificato e alle relative infrastrutture? E quanta ne occupano nel panorama complessivo degli investimenti regionali riservati allo sci e delle relative progettualità territoriali future?

Visto che si è palesata la possibilità di «un tavolo di confronto che vedrà coinvolte tutte le parti in causa per cercare la massima condivisione» – una possibilità sicuramente positiva nonché, c’è da augurarselo, realmente costruttiva e non mera formalità tanto per dire di averla fatta quando poi tutto sia già deciso ovvero funzionale a rendere ancora più indiscutibili le opere previste (ahinoi cosa frequente, in Italia), e posto che sono stato tra quelli, nel mio piccolo, a sollevare da subito numerose riserve al progetto, tutte quante solidamente basate sulla personale conoscenza del territorio in questione, una volta lette le osservazioni dei sostenitori delle iniziative annunciate mi sorgono alcune inesorabili domande che formulo di seguito, sperando poi che in qualche modo possano essere sottoposte anche nei suddetti confronti pubblici e comunque servano da spunti di riflessione sull’intera questione a chi sta leggendo.

Innanzi tutto: si vogliono investire milioni e milioni di Euro per sviluppare o rilanciare lo sci su pista in zone poste totalmente sotto i 2000 metri di quota: dunque voi sostenitori siete in possesso di dati scientifici per i quali a queste quote nevicherà ancora come anni fa e farà freddo a sufficienza per mantenere la neve al suolo, quando la totalità dei report climatici rivelano l’esatto opposto? Ad esempio quelli del prestigioso Istituto Svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos: siete in grado di confutarli? Dovendo investire quella grande somma di denaro pubblico, dunque di tutti noi, avete veramente considerato tutte le variabili – quelle climatico-ambientali e non solo – che potrebbero decretare il vostro investimento un fallimento, non solo finanziario?

Voi sostenitori obietterete: stiamo potenziando anche gli impianti di innevamento artificiale. Bene: avete calcolato il consumo idrico necessario per alimentare quei vostri impianti e per innevare tutte le piste dei comprensori in questione? Se dovessero capitare ulteriori stagioni siccitose, la cui frequenza è prevista in aumento da un altro prestigioso ente scientifico, Meteosvizzera, con quale acqua alimenterete i cannoni per la neve artificiale? Inoltre: considerando il costo medio dell’innevamento artificiale – fino a 45.000 Euro per km di pista a stagione, ma è un dato precedente ai recenti folli aumenti dei costi energetici e che dunque oggi è da considerare ben più alto – siete sicuri di poter sostenere le spese per innevare le piste? Per fare ciò, di quanto dovrete aumentare il costo dei biglietti per gli sciatori (in Valle d’Aosta, prima regione a sollevare la questione, si parla di un 10% in più, a fronte poi dei costanti e cospicui aumenti già registrati negli scorsi anni) così restringendo ancor più la platea dei potenziali fruitori delle vostre infrastrutture sciistiche ovvero, per dirla in breve, tirandovi un’ennesima zappata finanziaria sui piedi? E se poi facesse così caldo che la neve che sparerete sulle piste ai costi suddetti si dovesse sciogliere? Installerete delle serpentine sotto le superfici delle piste per mantenerle fredde a sufficienza? A proposito: voi amministratori pubblici siete a conoscenza dell’enorme indebitamento delle stazioni sciistiche, generato proprio dai costi di gestione attuali dello sci da un lato e dalla situazione climatica che stiamo vivendo dall’altro?

Invece l’affermazione «le prime sentinelle per la tutela del territorio e dell’ambiente sono proprio gli amministratori locali», perdonatemi l’ironia, quantunque nella forma sia condivisibile, valutando la realtà di molte località montane consacrate al turismo di massa nella sostanza mi pare degna del “miglior” comandante Schettino rispetto a quella sua tristemente celebre nave: commentarla è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dunque vado oltre.

«La chiusura degli impianti sciistici di Artavaggio negli anni Novanta ha messo nero su bianco quanto la nostra economia sia strettamente legata allo sci»: dunque per i sostenitori di tale tesi il successo indiscutibile di Artavaggio come località post sciistica non conta nulla? Questo successo non ha insegnato niente a essi in merito al pensare formule turistiche innovative per lo sviluppo delle proprie montagne coerenti con la loro realtà ambientale? Inoltre, domanda inevitabile oltre che reiterata: siamo forse ancora negli anni Settanta del Novecento per pensare che l’economia dei territori montani, e in particolar modo di un territorio come quello in oggetto, sia “strettamente legata allo sci”? Sotto i 2000 m di quota (ribadisco di nuovo)? Non conoscete quell’altro noto motteggio il quale suppergiù dice che «chi non è un grado di pensare il futuro non fa altro che rivangare il passato»?

«Realizzare una piccola seggiovia ad Artavaggio a servizio del campo scuola, in sostituzione dei vetusti tapis roulant attualmente presenti al fine di ammodernare l’offerta» a cosa serve, concretamente? Cosa darà realmente in più alla località di quanto non ci sia già ora? Riportare lo sci a Artavaggio significa solo questo, o l’affermazione comparsa sugli organi di informazione è ambigua? Questa “piccola seggiovia” come potrà rendere attrattiva la località rispetto a tutte le altre? Eppoi non ci si rende conto che non è solo un problema di dimensione dell’impianto ma di visione strategica, turistica, ambientale, culturale? Non si vuol capire che Artavaggio ha in questi anni sviluppato una potente identità di località turistica non meccanizzata, a suo modo innovativa, riconosciuta a livello interregionale, strettamente legata alla bellezza del suo ambiente naturale e alle notevoli peculiarità di questo, che ha attratto migliaia di persone che altrimenti non sarebbero salite ai Piani? Non ci si rende conto che ripristinare impianti sciistici ad Artavaggio significa banalizzare il luogo, abbruttirne il paesaggio, degradare la sua identità contemporanea, soffocare le grandi potenzialità future che peraltro doterebbero la Valsassina di due opzioni turistiche differenti a pochi km di distanza, una prettamente sciistica a Bobbio (oggi discutibilissima, ma ormai il “danno” è fatto) e una naturalistica a Artavaggio, il che rappresenterebbe un unicum o quasi nel panorama montano lombardo?

«Come può Artavaggio rifiorire senza lo sci? E senza la neve programmata?» Ah, quindi si ha già in mente pure un impianto di innevamento artificiale, per Artavaggio? Dunque altri soldi pubblici, altri prelievi di risorse idriche, altre spese da sostenere di chissà quale entità per il funzionamento di tali impianti? E chi li sosterrà, se realizzati, posti i costi ai quali ho già fatto cenno? Non è che qualcuno, dietro questi “piccoli” interventi, vorrà a breve tirar fuori per l’ennesima volta il mastodontico tanto quanto scellerato progetto del collegamento sciistico tra Artavaggio e Bobbio, a sua volta sostenuto a livello di amministrazione regionale, una follia realmente degna di internamento immediato?

«Con l’arrivo dei finanziamenti previsti dal Patto territoriale si può finalmente guardare avanti con più fiducia, puntando sulla valorizzazione del territorio della Valsassina e sul miglioramento della qualità dei servizi offerti per il turismo»: guardare “avanti” proponendo idee vecchie di sessant’anni? “Valorizzazione del territorio” con strade per incrementare il traffico e impianti di risalita inutili? Come lo valorizzerebbero il territorio queste opere? “Servizi offerti per il turismo” dove? Quali? Possibile che veramente non si riesca a sviluppare un’autentica progettualità a medio-lungo termine per un territorio come quello di Bobbio e Artavaggio che di base sia consono alla realtà contemporanea e nella sua evoluzione sia in grado di elaborare una proposta innovativa, speciale e specifica, ampiamente attrattiva, realmente sostenibile e autenticamente capace di esaltare la grande bellezza e l’assoluto valore culturale che questi territori posseggono e che attendono solo di essere presentati, conosciuti, apprezzati, compresi, così pure da fidelizzare i flussi turistici attratti – tutti i flussi turistici, non solo quelli sciistici, peraltro destinati a svanire nei prossimi anni?

E poi: tutti quei milioni di Euro per neve artificiale, stradoni, seggiovie? Sicuri che le comunità che abitano e lavorano nel territorio in questione non abbisognino prima di altri servizi, altre infrastrutture, altre opere che possano rendere i paesi belli e accoglienti in primis per chi realmente li vive e fa vivere e non soltanto per i clienti-turisti-sciatori, poveri polli da spennare il più possibile e, una volta fatto ciò, cacciare via nel modo più rapido, come le nuove strade progettate annunciano? È questa la montagna che volete lasciare ai vostri figli e nipoti? È questa l’idea di “valorizzazione” delle vostre (in realtà di tutti) montagne che pensate come la migliore e più sostenibile per gli anni futuri? Siete totalmente consapevoli della portata degli interventi che vorreste realizzare, di ogni conseguenza incluse quelle negative, della responsabilità che inevitabilmente vi caricate sulle spalle nei confronti del territorio di Bobbio e Artavaggio, del suo paesaggio, dei vostri concittadini e di qualsiasi turistica che li visiterà e li dovrà apprezzare in tutta la loro autentica bellezza?

Insomma: avete buone e valide risposte per tutte queste necessarie, inevitabili domande?

Bene, la finisco qui benché potrei andare avanti ancora a lungo. Anzi, mi scuso per la prolissità, ma tutte queste domande, una minima parte delle molte altre che si potrebbero formulare, dimostrano bene – spero – la delicatezza della questione e l’importanza in senso assoluto rispetto al territorio in oggetto e non solo per quello, essendo la Valsassina a suo modo paradigmatica per molte altre zone delle montagne italiane. Quello che è in gioco non è il poter sciare o meno a Artavaggio o Bobbio ma è il futuro complessivo di queste nostre montagne in una realtà che sta profondamente cambiando per la cui necessaria resilienza occorrono idee differenti, nuove, consone e coerenti, non iniziative che ancor prima di nascere appaiono sostanzialmente superate e deleterie. E occorre la massima attenzione e sensibilità innanzi tutto per i luoghi e chi li vive: non si può continuare a considerare la montagna un mero bene da vendere e consumare, valutandola unicamente per quanto possa fruttare! Nella realtà contemporanea la montagna è un patrimonio prezioso di tutti che deve tornare a vivere per far vivere tutti, fruendo delle sue innumerevoli potenzialità turistiche in modo sostenibile, consapevole e rivolto al futuro. È finito il tempo dell’ascia col manico di legno come quello degli alberi che per questo detta legge: oggi devono essere gli alberi a tornare consapevoli del fatto che è solo grazie al loro legno se l’ascia può avere un manico.

Oggi su “la Provincia di Lecco” (e non solo)

Nel numero di oggi, 31 agosto 2022, il quotidiano “La Provincia di Lecco”, con un articolo firmato da Fabio Landrini (che ringrazio di cuore, insieme alla redazione del giornale), riprende e mette in evidenza alcune delle considerazioni e delle domande che ho voluto sottoporre all’attenzione dei lettori nonché, e soprattutto, ai sostenitori dei progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e Artavaggio (sui mondi della Valsassina, provincia di Lecco), sui quali avevo già scritto più volte.

Nei prossimi giorni qui sul blog pubblicherò il testo completo con le mie opinioni sulla questione, che peraltro potete trovare anche su altri organi di informazione lecchesi, come “ValsassinaNews” (clic) e “Leccoonline” (clic) – chiedo perdono se ne sto tralasciando altri.

A quelli col sopracciglio alzato e che pensano chissà ché, dico da subito: non sono un “ambientalista” (nel senso usuale e spesso “sviante” con il quale si intende il termine), semmai sono un razionalista; mi occupo di cultura alpina, studio la relazione tra uomini e montagne e dei territori in questione conosco ogni singolo sasso o quasi; non coltivo nessuna posizione ideologico-politica e nessuna acredine verso gli amministratori pubblici coinvolti nella questione e tanto meno verso lo sci su pista, visto che ho imparato quasi prima a sciare che a camminare, ma da comunissimo (e minimissimo) cittadino che prova a dotarsi di un buon senso civico sono, o meglio devo essere contro, alle cose prive di senso e campate per aria, soprattutto se comportano lo spendere ingenti somme di soldi pubblici. E sono profondamente convinto che le montagne sulle quali viviamo non sono “nostre”, come spesso si sostiene, ma siamo noi a essere di quelle montagne, e così dovremmo comportarci di conseguenza. Forse, in questo caso, molte di quelle cose senza senso che vengono realizzate sui monti non esisterebbero e nemmeno verrebbero pensate. Ecco.

Grazie di cuore a chiunque mi onorerà della lettura dell’articolo e vorrà trarne utili spunti di riflessione.