“Racconti dal Lago”, la nuova raccolta di Historica dedicata al Lago di Como

Domenica prossima 8 maggio, alle ore 11.00, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera – la rassegna dedicata all’editoria indipendente che si svolge a Bellano, sulle rive del Lago di Como – verrà presentata per la prima volta in pubblico Racconti dal Lago, la raccolta che è il frutto dell’omonimo concorso letterario organizzato da Historica Edizioni (che ovviamente ne è l’editrice) in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, e della quale ho avuto l’onore di essere il curatore.
Su Racconti dal Lago, e sul lavoro di curatela che ho compiuto – del quale fa parte il piacere derivante dalla lettura dei venti racconti scelti e la relativa meditazione sulle storie, le narrazioni e le invenzioni letterarie in essi presentate – ho voluto mettere nero su bianco alcune personali considerazioni: ve le propongo nel testo a seguire, il quale mi auguro sia non solo una buona e intrigante presentazione della raccolta e dei suoi contenuti letterari, ma anche una riflessione più ampia e generale (ma non meno intensa e approfondita) sul rapporto che può intercorrere tra un ambito naturale così peculiare, come quello del Lago di Como, il suo genius loci e le genti che ne abitano le rive e le terre limitrofe. Un rapporto per certi aspetti speciale, indagando il quale risulta ancor più piacevole, densa e intrigante la lettura dei racconti.

doppia-cop-ombra-racconti-lagoIntroduzione – tre parole significative

Nella lettura dei racconti scelti poi per formare questa bellissima e molto intensa raccolta di Historica Edizioni, mi sono ritrovato non solo a giudicare la qualità letteraria degli stessi, ma ho cercato pure di coglierne gli elementi di fondo, per così dire, quelli che dei racconti formano non tanto la mera struttura sintattica, espressiva e narrativa quanto quella più profondamente culturale – e intendo con ciò riferirmi all’identità elementale dei testi più legata alla cultura stessa del territorio del Lago di Como e alla sua gente, della quale gli autori qui presenti sono un campione del tutto autorevole proprio perché in grado di raccontare e di raccontarsi – raccontare una storia per raccontare anche un mondo, quello dove vivono cioè quello che rendono vivo con la loro presenza vitale quotidiana.
Tra le tante impressioni in tal senso, ritengo di poter compendiare buona parte di esse in tre parole – o elementi o fattori o entità… insomma, fate voi – che mi sembrano più di altre significative e rappresentative dei testi che compongono la raccolta. Tre parole all’apparenza banali o forse pure ovvie, ma che credo lo siano molto meno di quanto si creda e, anzi, che nella loro semplicità apparente celino in verità molti e variegati significati assolutamente profondi e intriganti, che di seguito vi voglio raccontare dacché costituiscono importanti valori aggiunti alla qualità letteraria dei testi presenti in Racconti del lago.
Le tre parole sono: lago, malinconia, amore.

Lago

Se oggi i laghi, in qualità di elementi del paesaggio naturale e della relativa idromorfologia, assumono soprattutto una valenza estetica e di rimando culturale, dunque sostanzialmente positiva e legata alle più piacevoli emozioni e sensazioni, secondo certe antiche raffigurazioni simboliche i laghi erano visti come palazzi sotterranei di diamante o di cristallo da dove emergevano fate, streghe, ninfe e sirene, creature che sovente attiravano gli uomini verso la morte. Assumevano dunque la temibile valenza di paradisi illusori e rappresentavano creazioni dell’esaltazione dell’immaginazione[1]. Immaginazione, dunque fantasia, ovvero creatività: una contiguità di termini niente affatto casuale, e il volume che sto presentando ne è una prova piuttosto lampante, direi.
Ma al di là dell’interpretazione simbolica più antica del “lago” in qualità di elemento naturale, che peraltro verrà utile a breve, è interessante notare in che modo il lago – di Como, ora – ovvero con quale parte da protagonista, entri nei racconti che compongono la raccolta. Perché sì, il lago è un protagonista dei testi presenti nel volume ed è inevitabile che sia così, ma la sua presenza non è affatto solo scenografica oppure meramente ispirante in senso ambientale ed emozionale. Leggendo i racconti, più volte sono tornato alle considerazione che sugli elementi naturali, e sul bosco in particolare – “entità” sotto molti aspetti paragonabile al lago -, si possono fare nel leggere e studiare una produzione letteraria contemporanea che personalmente ritengo tra le più interessanti e particolari, quella della Scandinavia. In essa la Natura e il bosco, appunto, sono veri e propri personaggi che entrano nelle narrazioni non solo e non semplicemente come sfondi delle stesse ma né più né meno come attori, elementi realmente attivi, presenze che influenzano i protagonisti umani, ne caratterizzano gli spiriti, ne influenzano le azioni e plasmano i caratteri anche se, gioco forza, in maniera mediata. La loro presenza, così evidente e per certi versi ingombrante, così ineluttabile e dinamica sia in senso spirituale e metafisico che pratico, contribuisce al carattere generale delle storie narrate, che indubbiamente senza di essa avrebbero tutt’altra valenza, letteraria e non solo.
Ecco, ho trovato che per i racconti presenti nella raccolta possono valere le stesse considerazioni: il Lago di Como non fa da semplice scenografia, pur bellissima, spettacolare, romantica, intensa, alle storie narrate ma è spesso un personaggio attivo in esse, una specie di attore non protagonista – o dal protagonismo “mediato” – la cui presenza è tuttavia fondamentale per il senso e la profondità narrativa di esse, oltre che per le potenziali peculiarità emozionali scaturenti.
Trovo molto interessante e significativa questa impressione, perché denota un legame di natura antropologica, oltre che meramente estetica e culturale, del lago con le genti che vivono in sua prossimità. Anzi: seppur la bellezza del lago sia sempre e comunque presente in chiunque, che sia abitante sulle sue rive o forestiero in visita e in transito lungo le sue sponde, mi viene da pensare che proprio l’abitudine a tale bellezza da parte di chi abita in zona agevoli la riscoperta, magari anche solo in modo inconscio, di quel legame antropologico con l’entità lacustre, col suo peculiare genius loci. Una sorta di imprimatur metagenetico nell’animo e nell’io più profondo e autentico delle persone – dei laghée, come vengono definiti nel dialetto locale coloro che abitano sulle rive del Lago di Como – che ne determina poco o tanto la vita e l’esistenza quotidiana oltre che i pensieri, la fantasia, la creatività (sia essa artistica o d’altra specie). Anche nel caso in cui essi stessi non se ne rendano nemmeno conto, come ribadisco; ma credo che, in buona parte dei casi, questa influenza sappia rendersi ben percepibile, determinando la relativa consapevolezza.

Malinconia

Fermi tutti, preciso subito! Non dovete intendere la parola “malinconia” nel suo senso originario, quello che trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (“nero”), e cholé (“bile”), quindi “bile nera”[2] – una delle condizioni umane più tristi in assoluto, insomma!
In verità uso tale termine ma ho riflettuto molto su quale fosse più consono utilizzare riguardo ciò che vi dirò a breve. Probabilmente sarebbe un po’ più adatto il termine struggimento inteso come traduzione italiana del più letterario Sehnsucht[3], ma a sua volta ha una connotazione fin troppo cupa, oppure il “baudelaireano” spleen[4], pure non poco tetro a meno che lo si intenda come lo stesso Baudelaire lo volle intendere non tanto nei celeberrimi I Fiori del male[5] quanto in Lo spleen di Parigi[6], ovvero: «Con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira»[7] – con meno tetraggine e più leggerezza, in pratica.
A dire il vero quanto vorrei intendere io si trova per certi versi a metà di tutto ciò e, ribadisco, su un versante ben più luminoso che oscuro. Ma al di là del termine più corretto per compendiarne il senso, certamente in tutti i racconti, anche in quelli più allegri, divertenti, leggeri, mi è parso di cogliere almeno un pizzico di questo “stato d’animo” – o di pensiero, o di spirito – pseudo-malinconico, come una sorta di costante percezione anche del lato in ombra di tutte le cose, oltre che di quello in luce e più piacevole, più gradevole e proficuo.
Un’impressione che, a ben vedere, ritrovo nella sostanza del concetto in un passo sul Lago di Como scritto da Hermann Hesse:
“Non ho mai saputo amare veramente questo lago, forse addirittura troppo bello e scintillante, e che troppo volentieri si prodiga per esibire la propria ricchezza, mancandogli invece la cosa più bella che un lago possa avere: una sponda dolce e ampia. I monti si ergono con aria inquietante e scendono giù spietatamente, in alto selvaggi e brulli, in basso sovraccarichi di paesi, giardini, residenze estive e locande: tutto qui è rigoglioso, è una realtà di vivido splendore, è tutto uno squillare e scintillare di magnificenza e opulenza; non è rimasto un solo angolo per il sogno e l’immaginazione, non una palude coperta di canne o un pascolo addormentato, non un umido prato rivierasco o una seducente macchia di vegetazione selvaggia.
Tuttavia anche questa volta l’intensa bellezza esercitò la sua potente attrazione su di me con il romanticismo rupestre di borghi erti, la fierezza rigorosa delle ville aristocratiche con giardini, parchi e porticcioli, l’amena coesistenza di terreni e costruzioni.”[8]
Una inquietudine – o struggimento, appunto – che si genera dalla visione del paesaggio lacustre, in parte troppo spietato e in parte così esageratamente opulento e rigoglioso da risultare impossibile da “comprendere” totalmente negli occhi e nel cuore, al punto da tarpare qualsiasi ulteriore immaginazione riguardo esso, e che da quella visione paesaggistica sembra derivare pure una similare inquietudine d’animo e di spirito – che però nulla può, lo precisa subito Hesse, nell’impedirgli (ovvero impedire a chi come lui si ritrovi al cospetto del Lago di Como e del suo paesaggio, sia un residente o un viaggiatore) l’attrazione verso la sua romantica bellezza.
L’autore che dunque si ritrovi a scrivere, raccontare, narrare del e sul Lago di Como non potrà dunque non lasciar fluire nel proprio scritto entrambi questi stati d’animo, ed è infatti quanto posso riscontrare nei racconti di questa raccolta, ma con una differenza non da poco rispetto a quanto asserito da Hermann Hesse: gli autori di Racconti dal lago, forse proprio perché fatti della stessa sostanza del loro bacino lacustre ovvero discepoli dello stesso genius loci ancestrale, sanno ben superare quel limite al sogno e all’immaginazione riscontrato dal celebre scrittore tedesco[9] per inventare e narrare nuove storie, le quali tuttavia, andando oltre il suddetto limite, non possono non portarsi appresso un poco (o un tanto) di ciò che spiritualmente lo determina, quel leggero eppur concreto struggimento che rende le narrazioni mai superficiali, mai leggere o futili e invece sempre piene, dense di emozionalità, ben distese lungo un ampio spettro di sensazioni, sensi e percezioni, dalle più intime e sfuggenti alle più aperte e partecipate.
Nulla di triste e oscuro insomma, lo ribadisco di nuovo, ma un’espressività letteraria e  narrativa completa e intensa, fatta per restare oltre la lettura, oltre le mere parole che la compongono, per lasciare una traccia evidente e altrettanto densa nell’animo dello stesso lettore.

Amore

Anche in questo caso, siamo lontanissimi da qualsivoglia concezione sdolcinata e superficialmente romantica del termine “amore”, che non a caso – volendo tornare ai più antichi simbolismi dai quali peraltro derivano tutte le accezioni moderne delle cose del nostro mondo – faceva riferimento a nozioni tutt’altro che sdolcinate! Basti pensare solo alla cosmogonia orfica, che racconta della genesi di Amore dalle tenebre notturne, che partoriscono un uovo dal quale, appunto, esce Amore, mentre le due metà spezzate del guscio formano la Terra e il cielo: un elemento, dunque, che non rimanda al mero piacere legato all’innamoramento (concetto che si legherà al termine solo dopo, questo) ma che rappresenta e assicura la coesione interna del Cosmo[10]. D’altro canto, Platone lega pure in modo indissolubile il concetto di amore a quello di bellezza, sia nel senso di bellezza sensibile che di bellezza della sapienza, considerata il più alto possibile.[11]
Insomma, per non farla troppo lunga e “professorale”: c’è molto “amore”, nei racconti presenti nella raccolta, ma quasi sempre è un amore “alto”, scevro da mere e dozzinali passionalità le quali, quando vi siano, sono sempre in qualche modo meditate e afferenti ad un concetto di amore che mi viene da riportare a quelli “aulici” sopra citati.
Credo, anche in tal caso, che il lago c’entri molto. E c’entri in modo diverso, e appunto più profondo nonché aulico, rispetto a quanto verrebbe facilmente – e in fondo non erroneamente – da pensare circa la carica romantica (nel senso più ovvio del termine), sentimentale e languida del paesaggio lacustre verso gli “innamorati”, o i potenziali tali (e quelli a loro affini). In qualche modo il lago rende l’amore vissuto sulle sue rive un qualcosa di meno banale del solito e più intenso, più intimo, più spirituale – senza contare che, inutile dirlo, non è “amore” solo quello legato alla passione amorosa che può nascere in due persone vicendevolmente attratte, dacché l’amore vive in forme e sostanze molteplici che in certi casi tornano direttamente a riferirsi a quell’antico concetto orfico di coesioni cosmica, nel quale vi si possono comprendere infinite cose ed elementi.
È un po’ come se il lago con la sua vitalità – i venti, il moto delle onde, le correnti, lo sciabordio continuo dell’acqua sulle rive… – mantenesse in costante movimento anche il sentimento amoroso che si vive sulle sponde stesse, lo tenesse sempre fremente e vivace e ciò nel bene ma pure nel male, nei suoi aspetti più perturbanti e agitanti. Il paesaggio lacustre anima e influenza l’amore, insomma, lo porta oltre qualsivoglia banalità e ovvietà, lo rende specchio di quello stesso sentimento che provano le persone di fronte alla sua bellezza, che può essere di totale ammirazione e venerazione nei momenti più placidi ma anche di sgomenta meraviglia, se non di attraente inquietudine, quando le acque si gonfiano di onde violente che sferzano le rive e i venti soffiano impetuosi e irati contro tutto e tutti – anche in tali situazioni agitate, ribadisco, non ci si può non fare attrarre dalla bellezza inquieta e turbante del lago, esattamente come a volte l’amore genera passioni verso persone – o verso circostanze – per le quali saranno più sofferenza e tormento ad esserne peculiarità, piuttosto di felicità, beatitudine e piacere.

Per concludere

Ecco: lago, malinconia, amore. Certo, potrebbero essere ben di più le parole emblematiche e significanti per i testi di Racconti dal lago, e mi auguro che sia effettivamente così, che tante altre parole potranno scaturire nella mente e nell’animo di chi leggerà la raccolta – così come, ugualmente, siano ulteriori e differenti le impressioni che ciascun lettore potrà ricavare dal volume e dai suoi testi. Perché il lago è un piccolo/grande universo ricolmo di infinite cose, in primis della storia della sua gente e delle storie che la sua gente può ricordare, pensare, inventare, elaborare e dunque narrare. Finché ciò accadrà, finché la gente potrà e saprà raccontare, anche il lago raccontare infinite storie. In fondo, un po’ come Walter Bonatti (il quale guarda caso abitava in vista del Lario, alle porte della Valtellina) diceva delle montagne, lo stesso si può dire del lago: che non sarà mai soltanto un mero specchio d’acqua finché gli uomini lo vivranno – sulle acque e sulle rive – e lo sentiranno parte di sé stessi.

Note

[1] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, 1a ediz. 1986.
[2] Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, voce “Melanconia”.
[3] Parola-chiave dello spirito romantico tedesco ottocentesco, derivante dall’antico alto tedesco Sensuht, con significato di “malattia del doloroso bramare”.
[4] Altro termine assai in uso nel decadentismo dell’Ottocento – ma esistente già nello stesso Romanticismo – e reso celeberrimo da Baudelaire, il cui concetto viene direttamente dall’antica medicina ellenica degli umori. Deriva dal greco splēn; in inglese significa “milza”.
[5] Charles Baudelaire, I fiori del male, 1a ediz. 1857 (orig. Les Fleurs du mal).
[6] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, 1a ediz. 1869 (orig. Petits poèmes en prose. Le spleen de Paris).
[7] Charles Baudelaire, Lettera a Troubat, Parigi, 1866.
[8] Hermann Hesse, Vedere l’Italia, Guanda, Parma, 1995.
[9] Il quale peraltro, non bisogna dimenticarlo, visse a lungo e morì a Montagnola, sopra il Lago di Lugano, dunque in pratica nello stesso paesaggio naturale che accomuna il bacino lacustre svizzero con il vicino Lario.
[10] Pierre Grimal, Dictionnaire de la mythologie grecque et romaine, 3a ediz. Parigi, 1963. Citato in Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, op.cit.
[11] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, 1a ediz. UTET 1971.

P.S.: potete scaricare la versione pdf di questo articolo qui.

Ancora 20 giorni per partecipare al primo concorso letterario “Racconti dal Lago”, firmato Historica Edizioni e Cultora!

Lago-di-Como-2-bnHistorica Edizioni, in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, ha indetto la prima edizione del Concorso Letterario Racconti dal Lago.
Avete ancora 20 giorni di tempo, oggi incluso, per partecipare! E, ve lo assicuro, è un’occasione da non perdere!

Il concorso vuole esplorare il talento letterario e portare alla luce gli autori che risiedono nel territorio affacciato sulle rive del Lago di Como, la cui grande bellezza genera da sempre, oggi come in passato, un grande influsso culturale, artistico ed espressivo, offrendo la possibilità ai partecipanti di far parte d’una pubblicazione prestigiosa curata da un’altrettanto prestigiosa casa editrice, tra le più brillanti e in crescita dell’intero panorama nazionale. Dunque non un classico concorso con classifica e premi finali (magari graditi ma obiettivamente poco utili per chi voglia emergere nell’affollato e caotico panorama letterario nazionale) ma la concreta possibilità di una preziosa e fruttuosa visibilità editoriale, per di più autorevolmente firmata – da Historica, appunto.
I racconti che verranno selezionati – dallo scrivente, è (anche) per questo che ve ne parlo, qui – formeranno infatti una raccolta pubblicata da Historica e presentata in prima assoluta con la presenza degli autori vincenti in occasione di “Piccoli Editori in Fiera”, la fiera del libro di Bellano che si terrà il 7-8 maggio 2016, oltre che nell’ambito degli altri eventi letterari nazionali ai quali la casa editrice parteciperà ovvero in occasioni specifiche sul territorio locale.

Bando Racconti dal LagoIL BANDO

Historica Edizioni, in collaborazione con il sito Cultora, indice la prima edizione del Concorso letterario Racconti dal Lago.
UNICA SEZIONE: NARRATIVA – Si accettano racconti a tema libero che non superino le 8 cartelle dattiloscritte (1 cartella = 30 righe di 60 battute). Ogni autore può inviare al massimo un racconto.
TESTI – I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Possono partecipare autori italiani e stranieri. Possono partecipare testi già premiati in altri concorsi.
COME INVIARE I RACCONTI – I concorrenti devono inviare il racconto in formato word, con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e con oggetto “Racconti dal Lago”, al seguente indirizzo mail: scrivendovolo@gmail.com
CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione è gratuita e aperta a tutte le persone residenti o domiciliate nelle province di Como e Lecco.
TERMINI DI INVIO – Inviare gli elaborati via mail entro e non oltre il 31 marzo 2016.
DESIGNAZIONE DEI VINCITORI – Agli autori selezionati verrà inviata una mail con il responso.
PREMI – I racconti vincitori verranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà presentato alla Fiera del libro di Bellano il 7-8 maggio dove il testo sarà in vendita presso lo stand di Historica. Il libro sarà successivamente ordinabile online e in libreria e disponibile alle principali fiere del libro a cui partecipa la casa editrice.
DIRITTI D’AUTORE – I diritti dei racconti rimangono di proprietà dei singoli Autori.
INFORMAZIONI – Per qualsiasi informazioni sul concorso scrivere a: scrivendovolo@gmail.com

P.S.: cliccando sull’immagine della locandina lì sopra, la potrete scaricare in formato pdf.

“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. E’ la storia di una parete non certo blasonata come tante cop_libro_CAI-1altre alpine, secondaria, discosta dalle zone di frequentazione alpinistica più note e dunque dall’interesse di tanti arrampicatori, eppure dotata d’un suo grandissimo fascino, un’attrattiva particolare che è anche aura temuta e famigerata, sotto certi aspetti – e nonostante in altri settori la parete sia molto meno “problematica”. Ed è la storia di questa parete, il testo qui sotto, narrata attraverso la storia, le emozioni e le sensazioni di alcuni degli uomini che hanno trovato il coraggio di sfidarla e vincerla, e che nel racconto si incrociano nello stesso luogo in epoche differenti. Un’invenzione narrativa spaziotemporale che, mi auguro, sappia rendere vivide le sensazioni dei suoi protagonisti a chiunque, anche a chi se ne resterà comodamente seduto in poltrona a leggere, ben lontano dalla “Fracia” e dalla sua rabbrividente aura… “Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

Fracia1Fracia: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Fracia: basta il nome! – verrebbe da dire. Una denominazione dialettale che richiama espressamente la peculiarità principale di questa altrimenti splendida parete che dalla costa di Sopracorna, sul versante Sud Ovest del Monte Spedone, precipita verso la Valle del Gallavesa: la sua roccia in molti tratti friabile, dunque il rischio aggiunto che deve essere sostenuto da chi vi si avventuri. E’ bastato spesso quel nome per tenere lontano molti arrampicatori, affascinanti da una parete così spettacolare, posta in bella vista al cospetto dell’intera Valle San Martino e dotata di potenzialità alpinistiche rare in zona, ma che non se la sono sentita di affrontarla, scoraggiati anche dalle relazioni di chi invece vi è salito. Una parete da affrontare con la testa, con parecchia forza ma altrettanta delicatezza, e a cui non dare mai troppa confidenza: non è un caso che le linee di salita tracciate su di essa, e l’elenco dei ripetitori, portino le firme di alcuni tra i migliori e più titolati alpinisti locali, autori di belle imprese anche su altre più celebrate pareti alpine. Il “duri” del titolo di questo capitoletto, al di là della metaforica ironia, sta per coraggiosi, intraprendenti, audaci, ma altrettanto consapevoli del proprio agire e delle sensazioni da esso scaturenti, che una parete “dura” come la Sud Ovest del Monte Spedone sa generare.
Per la cronaca, le vie tracciate sulla pala principale occidentale – ovvero “la” parete per eccellenza dello Spedone, quella verso cui si volge lo sguardo quando si ode il nome “Fracia” – sono: la Cattaneo-Corti del 1933, la Longoni-Corti del 1936, la “Pietro Fiocchi” o “Ruchin” – Esposito-Colombo – del 1942, la Papini-Nava del 1948, la variante Burini-Mozzanica alla “Pietro Fiocchi” del 1960, la Burini-Locatelli o “Direttissima” del 1963, la via “dei Soci” ad opera di A.Papini, P.Salvadori, C.Longhi, B.Milesi, S.Corti del 1975. Tutte vie sovente oltre il VI grado, ardite, tecniche e assai fornite di passaggi da cardiopalma. (Citiamo pure le altre vie della bastionata, che salgono sugli speroni a destra – osservando da valle – della “Fracia” propriamente detta: la via “delle Formiche” di A.Colombo-G.Valsecchi, la “G.Valsecchi” di M.Burini-M.Stucchi del 1960, la via “Iosca” di D.Berizzi-A.Rota del 1976, e la via del “Naso di Carenno” di D.Berizzi-A.Papini-P.Villa del 1975.)
La fama della Fracia, nel bene e nel male, ci ha però fatto sorgere l’idea di celebrare gli uomini che l’hanno affrontata non con le solite relazioni di salita delle sopra elencate vie, le quali peraltro sono in gran parte facilmente rintracciabili sul web o su alcune pubblicazioni CAI, ma attraverso le emozioni e le sensazioni di essi, idealmente percorrendo la parete con il cuore e l’animo, più che con mani e piedi, di quattro degli alpinisti che l’hanno vinta, ovviamente tutti soci del CAI di Calolziocorte: Mario Burini, Alessandro “Ninotta” Locatelli, Giuseppe Ravasio e Giuseppe Rocchi. Le parti in corsivo nel testo sono tratte dalle testimonianze dirette, orali o scritte, dei quattro nostri protagonisti.

Fracia2Non si può non cominciare da Mario Burini, Accademico CAAI, che la Fracia la conosce forse meglio di chiunque altro per averla salita e superata più di chiunque altro, tanto da essere denominato da qualcuno “Re dello Spedone” oppure “Fraciologo” (!). La sua “Direttissima” del 1963 è probabilmente la più bella via sulla parete, e Burini la inizia con diversi compagni e conclude in cordata con “Ninotta” Locatelli, Ragno di Lecco prematuramente scomparso nel 1972 per un male incurabile, che di essa lascia una bella relazione. Locatelli si fa convincere da Burini a fargli da secondo nonostante le cose poco rassicuranti che si raccontano sulla parete e su alcuni che l’avevano tentata: cita tal signor Carletto, vecchio alpinista, che gli racconta delle difficoltà, i bivacchi e i voli fatti dai vari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, e altri. Ha pure sentito delle ritirate dalla parete di Burini e compagni nei primi tentativi di apertura della via, con acrobazie varie e assortite compiute pure sul “famoso cordino del Mario”, una corda di nylon intrecciata di 8 millimetri che aveva la proprietà di allungarsi come un elastico! – ricorda Locatelli con evidente sconcerto. Per non parlare del bivacco in parete di Burini sulla via “Ruchin” con tanto di fari puntati ad illuminare la zona, provocando le ire tremebonde dell’accademico calolziese che per tutta risposta intima a quelli di andarsene a casa, che egli voleva solo dormire!
La via “Ruchin”, appunto – la cui denominazione ufficiale è via “Pietro Fiocchi” ma che tutti conoscono e identificano col soprannome di Ercole Esposito, il celebre accademico calolziese (peraltro tra i soci fondatori della sezione CAI di Calolziocorte) che ne fu l’artefice, e il cui “record” di ripetizioni spetta proprio a Mario Burini: la affrontano nel 1991 Ravasio e Rocchi, con quest’ultimo a istigare l’impresa: già altre volte avevo pensato a quella via – ricorda Rocchi – ma leggendo le impressioni rilasciate dalle poche cordate che ne avevano effettuato le ripetizioni (6 in 50 anni) mi ero ormai convinto che non valeva la pena di rischiare la vita per tentare di salire quella via. Ma dentro di me ormai è scattato qualcosa che mi spinge a tentare, non mi resta che cercare qualcuno abbastanza folle da seguirmi in quest’impresa. “Bepi” Ravasio, appunto. Le impressioni che cita Rocchi suscitano ben poca tranquillità – ai due come, molto probabilmente, a Locatelli per la sua salita con Burini: via allucinante che conta pochissime ripetizioni di cui due con caduta, che confermano le estreme difficoltà, con molto artificiale su chiodi malsicuri e su roccia friabilissima. C’è da ritenere poi che tutti e quattro i nostri scalatori sappiano quanto successo nel 1951 a Bruno Papini durante il tentativo di prima ripetizione della via “Ruchin”: l’improvvisa fuoriuscita di un chiodo lo sorprende al termine del celebre traverso, e il risultato è un volo di venti metri nel vuoto, nove chiodi strappati, due incisivi superiori avulsi e uno strappo tremendo alla cassa toracica. Ora capirete senza più dubbi perché fior di scalatori se ne sono stati e continuano a stare ben distanti dalla Fracia e dalle sue rocce!
Così, mentre Ravasio passa una notte travagliata e insonne e ugualmente Rocchi non fa che rigirarsi nel letto cercando di cancellare le parole lette nelle relazioni, quasi trent’anni prima “Ninotta” attacca con Burini la sua via, per denotarne a sua volta subito la particolarità della roccia, stratificata ed estremamente friabile. Di contro ha quanto meno la sicurezza di salire con un compagno che la parete, nella sua prima parte, la conosce come le proprie tasche; sicurezza di cui Ravasio e Rocchi non possono godere, anzi: quando il secondo avvisa la moglie delle loro intenzioni, la donna monta su tutte le furie e sentenzia: “voi due siete matti da legare!” Ma ci pensa Ravasio a dare un po’ di “fiducia” al compagno: tutti gli incidenti capitati sulla parete si sono risolti con ferite più o meno gravi, ma non è mai morto nessuno! – Bella consolazione! – gli ribatte Rocchi.

Burini e Locatelli intanto cominciano a salire: il secondo fa sicura al primo, e solo le schegge di roccia che cadono e il lento scorrere della corda mi segnalano la sua progressiva salita. In effetti sulla Fracia cadono ben più rocce che acqua, intesa come pioggia: lo ricorda Burini, che la parete è così strapiombante che durante uno dei primi tentativi di apertura della via scoppiò un temporale che durò un’ora e mezza, e non prendemmo nemmeno una goccia di pioggia!
Anche Rocchi è alle prese con la tremenda roccia della parete: sono in difficoltà – dice – la roccia è talmente friabile che non so più dove aggrapparmi, i vecchi chiodi sono inutilizzabili – d’altronde lo dice pure Burini, che di tutto il materiale che si può trovare in parete non c’è affatto da fidarsi: primo perché in molti casi è vecchio di cinquant’anni e più, e poi perché rappresenta più una speranza che una certezza di tenuta d’una eventuale caduta – e infatti, continua Rocchi, quei chiodi come mi attacco fuoriescono con estrema facilità. La situazione è drammatica, cerco di arrampicare in opposizione, impegnato allo spasimo, al limite della sopportazione. Anche Ravasio, il suo compagno, è nella stessa situazione: la paura di aver sbagliato mi tormenta, ritorno a fatica sui miei passi, sudando freddo per l’estrema tensione, e cerco di non guardare la strada per Erve che sta sotto. Tale visione spaventa pure “Ninotta”, nel 1963: sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltato della strada che da Calolzio sale ad Erve, e la vista sprofonda nel nero baratro del “paradiso dei cani”. La tensione aumenta, il che fa tirare a Ravasio certe imprecazioni irripetibili: è assicurato ad un solo, misero nut, e ai dubbi di Rocchi egli risponde tra mille coloriti improperi che non sa più cosa fare, perciò bisogna per forza di cose fidarsi di quel nut. Ma il “volo”, in Fracia, è cosa pressoché certa, ed è Rocchi a comprovare suo malgrado tale certezza: il chiodo a cui è assicurato esce, cade per diversi metri, una delle due corde si trancia e nella caduta le ginocchia sbattono violentemente contro la roccia. Nel suo volo si arresta proprio in corrispondenza dell’uscita della variante alla via “Ruchin” aperta da Burini insieme con Dario Mozzanica (del CAI di Merate): nuovamente il caso fa idealmente incrociare le avventure arrampicatorie delle due cordate di cui stiamo narrando. Anche “Ninotta”, quasi trent’anni prima, è alle prese con un chiodo parecchio allarmante: ho le braccia morte – confessa – e prego il Signore che il chiodo tenga, lasciandomi andare su di esso. Ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: egli risolve dubbi e timori con il secondo dei chiodi a pressione che utilizzerà sulla via, in disaccordo con Burini al quale tali sistemi non sono mai piaciuti e ritiene invece che si sarebbe potuti passare anche senza.
Ormai entrambe le cordate sono quasi in cima alla parete. Burini, da quel crapone che è, lascia salire da primo Locatelli anche sul tiro finale, per risparmiare tempo ed evitare di bivaccare. Tiro finale che invece, sulla “Ruchin”, Ravasio giudica un vero incubo. La roccia si sfalda, continuo a salire aggrappandomi a massi assai instabili e riesco ad evitare il volo per il rotto della cuffia. Ma ormai il bosco al termine della parete è raggiunto, finalmente. Ravasio si sente come un naufrago che tocca terra dopo una spaventosa tempesta, profondamente commosso, mentre per Rocchi lo stress cede il posto ad un’allegria incontenibile, stringendo la mano a Bepi e congratulandomi a lungo con lui perché nonostante le ammaccature (dato che pure Ravasio ha un polpaccio che brucia e una mano dolente) ha saputo reagire e condurre la salita fino al termine, in mezzo a mille difficoltà e su un terreno così infido.
Però i due non sono d’accordo sul giudizio circa l’impresa compiuta: per Ravasio è uno dei giorni più belli e gratificanti della sua vita, per Rocchi l’aggettivo “avvincente” affibbiato dal compagno alla salita io lo cambierei con “allucinante” – confessa, e aggiunge poi, una volta a riposo sul divano di casa, che pensando alla giornata intensa trascorsa in Fracia, mi chiedo se ne sia valsa la pena, ed anche se tutto si è risolto per il meglio o quasi, sinceramente non lo so. Tutto posso dire all’infuori di essermi divertito, anzi, l’arrampicata su quella roccia da brivido, in alcune circostanze, ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione.
Nel 1963, invece, Mario Burini e “Ninotta” Locatelli escono dalla nuova via in condizioni migliori: li aspetta uno dei premi più “classici” per degli alpinisti di ritorno da una salita, a Rossino – il sobborgo calolziese ai piedi della Fracia – dove ci fermiamo a bere birra e gazzosa.

Fracia4Qui termina il nostro “racconto emozionale incrociato”, un omaggio ai nostri scalatori che la Fracia l’hanno vissuta così intensamente, al loro coraggio e all’intraprendenza, alla loro forza d’animo e di volontà – virtù proprie di tutti i più forti alpinisti – e parimenti un omaggio a questa parete calolziese così affascinante e al contempo così inquietante.
Ma la storia della Fracia, invece, non è certamente finita: c’è tutt’oggi qualcuno che vi si avventura, che si decide a vincere i propri timori e ad affrontare le sue friabili trappole rocciose. Anche a questi nuovi intraprendenti sfidanti è dedicato questo pezzo, nella certezza che pure loro, lassù, si troveranno a vivere emozioni e generarsi nell’animo sensazioni altrettanto forti e indimenticabili.

Il primo concorso letterario “Racconti dal Lago”, firmato Historica Edizioni e Cultora

Lago-di-Como-2-bnHistorica Edizioni, in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, indice la prima edizione del Concorso Letterario Racconti dal Lago.

Il concorso vuole esplorare il talento letterario e portare alla luce gli autori che risiedono nel territorio affacciato sulle rive del Lago di Como, la cui grande bellezza genera da sempre, oggi come in passato, un grande influsso culturale, artistico ed espressivo, offrendo la possibilità ai partecipanti di far parte d’una pubblicazione prestigiosa curata da un’altrettanto prestigiosa casa editrice, tra le più brillanti e in crescita dell’intero panorama nazionale. Dunque non un classico concorso con classifica e premi finali (magari graditi ma obiettivamente poco utili per chi voglia emergere nell’affollato e caotico panorama letterario nazionale) ma la concreta possibilità di una preziosa e fruttuosa visibilità editoriale, per di più autorevolmente firmata – da Historica, appunto.
I racconti che verranno selezionati – dallo scrivente, è (anche) per questo che ve ne parlo, qui – formeranno infatti una raccolta pubblicata da Historica e presentata in prima assoluta con la presenza degli autori vincenti in occasione di “Piccoli Editori in Fiera”, la fiera del libro di Bellano che si terrà il 7-8 maggio 2016, oltre che nell’ambito degli altri eventi letterari nazionali ai quali la casa editrice parteciperà ovvero in occasioni specifiche sul territorio locale.

Bando Racconti dal LagoIL BANDO

Historica Edizioni, in collaborazione con il sito Cultora, indice la prima edizione del Concorso letterario Racconti dal Lago.
UNICA SEZIONE: NARRATIVA – Si accettano racconti a tema libero che non superino le 8 cartelle dattiloscritte (1 cartella = 30 righe di 60 battute). Ogni autore può inviare al massimo un racconto.
TESTI – I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Possono partecipare autori italiani e stranieri. Possono partecipare testi già premiati in altri concorsi.
COME INVIARE I RACCONTI – I concorrenti devono inviare il racconto in formato word, con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e con oggetto “Racconti dal Lago”, al seguente indirizzo mail: scrivendovolo@gmail.com
CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione è gratuita e aperta a tutte le persone residenti o domiciliate nelle province di Como e Lecco.
TERMINI DI INVIO – Inviare gli elaborati via mail entro e non oltre il 31 marzo 2016.
DESIGNAZIONE DEI VINCITORI – Agli autori selezionati verrà inviata una mail con il responso.
PREMI – I racconti vincitori verranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà presentato alla Fiera del libro di Bellano il 7-8 maggio dove il testo sarà in vendita presso lo stand di Historica. Il libro sarà successivamente ordinabile online e in libreria e disponibile alle principali fiere del libro a cui partecipa la casa editrice.
DIRITTI D’AUTORE – I diritti dei racconti rimangono di proprietà dei singoli Autori.
INFORMAZIONI – Per qualsiasi informazioni sul concorso scrivere a: scrivendovolo@gmail.com

P.S.: cliccando sull’immagine della locandina lì sopra, la potrete scaricare in formato pdf.

“Sö e só dal Pass del Fó”: il mio ultimo libro, scritto e curato per il Club Alpino Italiano di Calolziocorte

Un libro per il quale ho lavorato quasi due anni, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” appunto all’inizio del 2013, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
IMG_20141026_153820E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.

Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi; del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò (Fò ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.