Uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Gernot Hecker, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Chiunque subisca il fascino dei luoghi remoti, come me, non resterà insensibile a quello di Jan Mayen. Non il posto più remoto e lontano da ogni altro del pianeta ma senza dubbio uno di quelli che più sa vividamente suscitare tale impressione.

[Immagine di Emmanuel Boutet, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Jan Mayen è un’isola sperduta tra il Mar di Norvegia e il Mar di Groenlandia, più o meno a un terzo di rotta navale tra l’Islanda e le Svalbard, ampia 377 km2 e caratterizzata dalla presenza di un grande vulcano ricoperto di ghiacciai, il Beerenberg, alto 2277 m (lo stratovulcano attivo più settentrionale del mondo), da una geologia e da una geografia assolutamente particolari, veramente da “altro mondo”, e da un clima artico che raramente concede giornate di bel tempo mentre più spesso sono nebbie, piogge e bufere di neve a farla da padrone, acuendo la sensazione di posto lontanissimo dalla “civiltà” e dai suoi agi. Non è permanentemente abitata salvo che da qualche decina (35 al massimo) di scienziati, meteorologi e operatori della locale installazione radio/radar. Nonostante sia in mezzo al mare, Jan Mayen non possiede un porto e attracchi per navi, in forza delle sue coste alte e rocciose ovvero basse e ghiaiose: ci si arriva solo in aereo, atterrando sull’unica pista adibita allo scopo – quando il meteo lo consenta, ovvio.

[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Il toponimo dell’isola, a sua volta assai particolare, deriva da quello del navigatore olandese Jan Jacobszoon May van Schellinkhout, che visitò e “scoprì” l’isola nel 1614, ma le virgolette sono d’obbligo in quanto numerosi altri esploratori ritennero di averla scoperta ovvero di essere i primi a mettervi piede, ignari che altri lo avessero già fatto, così che nel tempo all’isola sono stati dati innumerevoli altri nomi: Hudson’s Touches, Trinity Island, Isabella, Mr. Joris Eylant, Maurits Eylandt, Thomas Smith’s Island, Île de Richelieu, ma forse anche il toponimo vichingo Svalbarð, che oggi identifica l’omonimo arcipelago, inizialmente faceva riferimento a Jan Mayen, indicando che furono in realtà i vichinghi ad aver raggiunto per primi l’isola (considerando l’antecedente e celebre Navigazione di san Brendano un testo fondamentalmente leggendario e dunque non attendibile).

[Foto di Banja-Frans Mulder, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo, come si usa dire, ma senza dubbio anche tra i più affascinanti e singolari – e che tale è destinato a rimanere, visto che per fortuna non è visitabile se non da personale scientifico/tecnico autorizzato. Ma potete saperne di più visitando, oltre ai link presenti nell’articolo, il sito jan-mayen.com (in inglese), dedicato all’isola e alle sue eccezionali peculiarità.

N.B.: cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Per abitare in modo nuovo le montagne

[Immagine tratta da www.utopia.se.]
Di recente ho letto (qui) di un progetto “montano” molto interessante: si chiama Skýli (“rifugio” in islandese), è stato concepito dallo studio “Utopia Arkitekter” di Stoccolma e si tratta di un rifugio di nuova concezione che coniuga in maniera tanto suggestiva quanto efficace design, praticità costruttiva, fruibilità, comfort, compatibilità ambientale e ecosostenibilità – cliccate sull’immagine qui sopra per saperne di più.

Mi ha subito ricordato un altro progetto montano che, pur con forme e soluzioni differenti rispetto a quello svedese, rimanda sostanzialmente agli identici concetti di base: il prototipo residenziale che Enrico Scaramellini – valentissimo “architetto alpino” del quale ho già parlato in altri post – ha ideato per essere inserito nel paesaggio di Valtournenche, in Valle d’Aosta. Una dimora minimale ma niente affatto “minima”, se non nelle dimensioni, nel cui interno l’avvolgente spazio aperto definisce un luogo di vita essenziale articolato in una zona giorno e in un mezzanino interamente rivestiti in legno, mentre il design esterno rimanda alla tradizione architettonica locale e alpina in generale e al contempo ricerca espressamente una rimarchevole contestualità con il paesaggio del luogo, consentendo da subito di pensare al progetto come a un modulo facilmente moltiplicabile mantenendo le doti di compatibilità ambientale, proprio come il progetto svedese. Cliccate sull’immagine qui sotto per saperne di più.

[Immagine tratta da domusweb.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo originario.]
Tale correlazione concettuale ma pure visiva che mi è venuto di intessere tra i due progetti mi permette d’altro canto di osservare come, tra i paradigmi che formano l’immaginario alpino e che necessitano di essere rinnovati, se non proprio stravolti, c’è anche quello legato alla storia dell’architettura “ordinaria” sui monti e del suo sviluppo dal boom economico del secondo Novecento fino a oggi, che ha troppe volte comportato (ma potrei dire anche imposto) la costruzione di edifici non soltanto brutti e di ben scarso pregio tecnologico ma pure totalmente slegati, decontestualizzati, contraddittori rispetto al paesaggio nel quale sono stati realizzati al punto da risultare sovente dei veri e propri gangli di acciaio e cemento deturpanti la visione e la fruizione del loro territorio.

Be’, come non è più il caso di perpetrare certe strategie turistiche ormai fallimentari, certe gestioni politico-amministrative altrettanto nocive, certe visioni di sfruttamento delle montagne che mirano soltanto a patrimonializzare le sue risorse, ovvero a depredarle, nonché altri simili paradigmi concepiti in un mondo e in un tempo ormai del tutto superati, è ugualmente ora di tornare a costruire sui monti in relazione armonica con gli stessi, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori. Sono cose che già si fanno, in diverse località montane e con risultati sovente notevolissimi (già le sole immagini qui pubblicate lo dimostrano), ma non ancora a sufficienza. O, se preferite vedere la cosa dal punto di vista opposto, ancora troppo spesso si vedono nuove realizzazioni assolutamente discutibili e francamente illogiche, oggi. Un paradigma superato e non più sostenibile, né materialmente e né concettualmente, oltrepassato il quale facilmente possiamo/potremo tornare a godere sensazioni ben più armoniose nella visione e nell’elaborazione del paesaggio montano: sensazioni che d’altro canto sono e saranno a loro modo la manifestazione individuale di un futuro condiviso altrettanto armonioso per i territori di montagna.

Al solito, non è una mera questione di forme e volumi, di usare più o meno legno ovvero più o meno cemento oppure altri di simile, ma di buon senso, cioè non di cosa si fa ma di come lo si fa. Un “principio del fare” semplicissimo e naturale, in montagna ancor più, che è stato trascurato e ignorato per troppo tempo e che è finalmente l’ora di ripristinare in modo ineludibile.

La grande bruttezza delle isole Fær Øer

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Le isole Fær Øer sono senza dubbio uno dei luoghi più spettacolari e affascinanti del mondo. Un posto che da sempre vorrei visitare ma nel quale, stando le cose come stanno, non andrò mai.

Già, perché certe barbarie del tutto insensate e frutto di una palese crudeltà, che si direbbe persino patologica, non trovano un contraltare riequilibrante in nessuna pur insuperabile meraviglia. Anzi, in qualche modo rendono quella barbarie ancor più atroce, anche per come sia perpetrata nei confronti di alcune tra le specie animali più socializzanti verso gli uomini.

«Sono tradizioni locali secolari che vanno rispettate!» sosterrà qualcuno. Affermazione del tutto priva di logica: la storia non può rompere la relazione col tempo ovvero non confrontarsi con il presente nel quale si genera, altrimenti diventa solo una mera alienazione – appunto. Se certe usanze “tipiche” potevano essere comprese mille o cinquecento anni fa, oggi – nel mondo di oggi, nella realtà odierna – non lo sono più. Altrimenti noi saremmo ancora qui a far combattere i gladiatori nelle arene e a sacrificare vergini agli dei. Pretendere di preservare una “tradizione” del passato in un presente che non offre più le condizioni in cui si è generata rappresenta solamente una forma di indubitabile, paranoica ignoranza.

Tornano invece in mente quelle celebri parole attribuite a Oscar Wilde, «la tradizione è un’innovazione ben riuscita»… Be’, se a fronte di quella spaventosa realtà gli abitanti delle Fær Øer non sanno innovare le loro tradizioni, dimostrando così di vivere nel presente e guardare al futuro piuttosto di rinnovare un passato così truce e sanguinoso, significa che la bellezza della loro terra non è poi così grande da meritare di essere visitata e apprezzata, ribadisco.

Islanda, il Bengodi dei libri, dove un abitante su 10 è uno scrittore e tutti leggono. Pura utopia, o anche in Italia potrebbe essere così?

Qualche giorno fa il BBC News Magazine ha pubblicato una interessante cronaca sul panorama letterario ed editoriale islandese attuale, dal quale emerge un dato sotto molti aspetti sconcertante: 1 islandese su 10 ha pubblicato un libro, ovvero ben il 10% della popolazione del piccolo stato nordeuropeo (poco più di 320.000 abitanti: una città di provincia italiana, in pratica) è composta da scrittori, essendoci inoltre – e inevitabilmente, a questo punto – la più alta presenza proporzionale di case editrici, librerie e lettori di qualsiasi altro paese del mondo.

Reykjavik Book Fair - Photo credits: Claus Sterneck
Reykjavik Book Fair – Photo credits: Claus Sterneck
Leggendo una notizia del genere, non ho potuto non considerare un immediato paragone con la situazione italiana per la quale, lo sapete bene, è sempre più diffusa la convinzione (paradossale nel senso ma non così tanto nella sostanza) che vi siano più scrittori che lettori, in circolazione… Tuttavia, mantenendo le stesse proporzioni in essere lassù, in Italia dovremmo contemplare 6 milioni di scrittori: un dato “mostruoso” e totalmente illogico, se consideriamo che il numero di libri pubblicati in un anno qui varia tra i 60 e i 70 mila (dati ISTAT) e pure così il mercato editoriale italiano è in crisi grigia, se non già nera. Moltiplichiamo un tale dato pure per 10 volte, giusto per contemplare l’evidenza che non tutti gli autori italiani pubblicano un libro ogni anno e per includere in esso quanto non viene calcolato dai rilievi degli istituti di statistica che lo producono, ma siamo ancora ben lontani dalla proporzione islandese. Eppure lì il mercato non soffre affatto, anzi, sta conoscendo una sorta di boom, come rileva l’articolo della BBC. Dunque? Che c’è di “magico”, in Islanda, che qui evidentemente non abbiamo, o non c’è più?
Certo, so bene che su tale paragone possano gravare innumerevoli attenuanti del caso, d’altro canto alcune giustificazioni banali che di primo acchito verrebbero in mente, come quella che lassù fa freddo, c’è buio per molto tempo all’anno e dunque la gente non sa che altro fare, non reggono affatto, dal momento che non siamo più nell’Ottocento e che, probabilmente, nelle città dell’isola la vita sociale e culturale è ben più fremente che in tante città italiane di provincia, grazie anche ad una notevole presenza di istituzioni culturali e museali (adeguatamente sostenute dall’amministrazione pubblica) capaci di offrire un buon numero di “svaghi” ai residenti. Perché, appunto, la particolarità della situazione islandese non è tanto dovuta a una così alta quantità di scrittori, ma ancor più a quanti lettori vi siano, in numero tale da permettere al mercato editoriale di vivere “bene” e addirittura di proliferare, come abbiamo visto; peculiarità che di contro è il dramma principale della situazione nostrana, nella quale il dato sul numero di libri venduti (al quale ovviamente si lega quello relativo al numero di lettori, pur con tutte le deviazioni statistiche del caso) è ormai da anni in costante calo, rendendo sempre meno paradossale quella battuta sul fatto che qui da noi vi siano ormai più scrittori che lettori…
Quindi, per ribadire la domanda: cos’è che in Islanda funziona e qui no? Difficile rispondere, ma forse un buon spunto di riflessione, leggendo l’articolo del BBC News Magazine, lo offre lo scrittore Solvi Bjorn Siggurdsson, quando afferma che “Dopo l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944, la letteratura ha contribuito a definire la nostra identità.” Ecco, definizione dell’identità: in effetti, leggendo opere letterarie islandesi – e in generale scandinave, dacché in tutti i paesi nordeuropei il panorama letterario ed editoriale è piuttosto florido, con dati di lettura libri/pro capite che qui sono pura fantascienza! – risulta evidente la caratterizzazione nazionale e popolare dello stile letterario, come se esso fosse uno strumento “attivo” al pari di altri più tipici – lingua, storia, tradizioni, eccetera – per presentarsi, determinarsi, distinguersi. Per dire, anche attraverso le storie di qualsiasi genere scritte e pubblicate, “questa è l’Islanda e noi siamo i suoi abitanti”, non solo in modo meramente descrittivo ma ben più approfondito, mettendo nelle storie anche l’essenza profonda e pragmatica della realtà narrata. Una questione di “identità”, appunto: peculiarità comune e molto sentita in tutti i paesi scandinavi, che invece a noi italiani obiettivamente manca parecchio (ovvero avevamo, posta la grandezza della letteratura italiana fino a qualche tempo fa, e abbiamo smarrito), e virtù che, tra le altre cose, ha pure aiutato l’Islanda a uscire molto rapidamente dalla crisi finanziaria che la scosse del 2008, prima avvisaglia di quanto avrebbe poi coinvolto l’intero mondo occidentale. Identità che significa anche consapevolezza civica, coscienza di ciò che si è, riflessione e conseguente necessità di espressione, da cui certamente scaturisce una letteratura consapevole, matura, intelligente e inevitabilmente intrigante: autentica e preziosa cultura, insomma.
Ripeto, non so bene nella sostanza perché per il mondo dei libri e della lettura l’Islanda sia una sorta di paese dei balocchi: ma di sicuro lì il libro è ancora un oggetto di primaria valenza culturale, appunto: cosa che forse noi, qui (e non solo noi e non solo qui, certo), abbiamo dimenticato ovvero corrotto in qualcosa di biecamente finanziario e ben più rozzamente materiale, trasformando la letteratura in un mero bene di largo consumo legato alle più turpi leggi di mercato quando invece il libro è il frutto primario della nostra cultura, di ciò che siamo: insomma, i libri siamo noi.
“Identità”, appunto: è una bella lezione quella che ci viene dall’Islanda. Fossimo capaci di seguirla, probabilmente ne gioverebbe l’intera nostra società, non solo le vendite del mercato editoriale.