L'”overtourism accidentale” di Roccaraso, e quello sistematico di altre località montane

[Immagine tratta da www.informazione.it.]
Un paio di amici che nutrono fin troppa considerazione nello scrivente mi hanno chiesto perché, dato che mi occupo spesso di overtourism in montagna, non abbia scritto nulla su Roccaraso e l’invasione di gitanti napoletani – vicenda della quale avrete certamente letto da qualche parte (altrimenti su “L’AltraMontagna” trovate forse la migliore analisi su quanto accaduto).

Be’, non ho scritto nulla semplicemente perché nella sostanza non mi sembra un caso così eclatante e preoccupante come è apparso nella forma. Trovo che sia stata più una pazziata – per dirla proprio alla napoletana – la quale, insieme all’inevitabile indignazione diffusa, ha suscitato pure l’immediata reazione degli amministratori locali i quali, al netto che la zona sia legata a triplo filo (per non dire soggiogata) al modello sciistico di massa (Roccaraso è parte del più grande comprensorio sciistico dell’Italia centro-meridionale, con tutto ciò che ne consegue), hanno preso subito contromisure al riguardo che spero concrete e non solo di facciata.

Sinceramente, più che l’estemporanea invasione di Roccaraso e dalla fenomenologia specifica che sottende, sono ben più preoccupato dalle situazioni di iperturismo ormai croniche di altre località montane italiane contro le quali invece la politica locale non fa nulla, anzi, ci marcia sopra magari fingendo ogni tanto di dirsi preoccupata e impegnata a trovare soluzioni. Belle parole alle quali tuttavia al momento non seguono fatti concreti: un caso emblematico al riguardo – del quale mi sono occupato proprio di recente grazie a un eloquente comunicato stampa di Mountain Wilderness Italia – è quello delle Tre Cime di Lavaredo, un territorio che gli stessi amministratori locali ritengono «compromesso da decenni di flussi eccessivi di turisti. Servono soluzioni per limitare gli accessi. Nella situazione attuale ci rimettiamo tutti» (si veda qui). Ma se è “compromesso da decenni”, dove sono stati tali amministratori fino a oggi? Evidentemente la situazione andava bene così com’era (ed è ancora, al momento) e in loco si è soprattutto pensato a svendere il territorio al fine di ricavarci più tornaconti possibile per poi, a danni fatti (speriamo non irreversibili) sostenere che servano «soluzioni per limitare gli accessi». Già, dopo aver ormai reso il luogo una discarica del turismo più massificato, della cultura identitaria alpina e del buon senso.

[Iperturismo cornico tra Misurina e le Tre Cime di Lavaredo. Immagine tratta da qui.]
In ogni caso sapete bene che al riguardo di casi similari, cioè di situazioni di iperturismo degradante ma bene accette dai locali per meri tornaconti materiali, se ne potrebbero citare molte, sulle nostre montagne. A volte più gravi e croniche, a volte meno ma comunque caratterizzate dalle stesse dinamiche e, francamente, da simili ipocrisie. Come ha rimarcato Mountain Wilderness Italia in chiusura al proprio comunicato, riguardo le montagne (le Dolomiti e non solo) «il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito». E accettare che un tesoro collettivo così inestimabile possa essere svenduto, consumato e degradato come un qualsiasi banale oggetto è una circostanza che la nostra tanto “colta”, “emancipata” e “progredita” società non può e non deve permettere.

Le Tre Cime di Lavaredo imbruttite dall’iperturismo e la politica che finge di interessarsene e invece no

[Immagine tratta da www.drei-zinnen.bz.]
Le Tre Cime di Lavaredo: uno dei luoghi più belli delle Dolomiti e delle Alpi, uno di quelli più imbruttiti dal turismo di massa, così come Misurina o Braies. Da anni diversi soggetti, politici e non, parlano, prevedono, promettono di porre limiti veri a tale situazione degradante, ma al solito è un blablabla che nei fatti si risolve in nulla. Guai a toccare interessi e tornaconti che la cronica mala gestione del luogo ha ormai consolidato nel disinteresse pressoché totale della Fondazione Dolomiti Unesco, una scatola vuota il cui senso francamente sfugge ormai a quasi tutti.

È una realtà che di recente Mountain Wilderness Italia ha nuovamente denunciato in un comunicato stampa firmato dal Presidente Luigi Casanova (lo trovate qui oppure in calce al presente articolo), invocando l’elaborazione di «un piano attuativo partecipato dell’accessibilità alle Tre Cime di Lavaredo anche dal versante bellunese. Ogni altra iniziativa, partendo dai pedaggi e da divieti locali, non ha senso. Se chi si è mosso oggi ha veramente a cuore la tutela del paesaggio e delle alte quote deve agire diversamente, non certo in modo localistico visto che il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito.» Parole sacrosante, inutile rimarcarlo.

[Immagine tratta da qui.]
D’altro canto a tanti di voi torneranno in mente le parole che il grande Dino Buzzati scrisse sulle Tre Cime nel 1952 (!) per il “Corriere della Sera”:

Lassù dunque passerà la strada. Ciò che oggi costa ore di fatica, si avrà con qualche litro di benzina. I «motorizzati» si fermeranno ad osservare con ironici sorrisetti di pietà – e non avranno bisogno di binocolo data la minima distanza – quei pochi disgraziati senza senno che ancora si ostineranno a inerpicarsi su per le muraglie spaventose. […] Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. E’ vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?

Parole che ovviamente rimasero da subito inascoltate, come se venissero da un tizio noiosamente disfattista, pessimista, un rompiscatole contro il progresso e lo sviluppo delle montagne, un catastrofista (più tardi, nel 1998, subì la stessa sorte Giovanni Cenacchi). Esattamente ciò che oggi si dice di quelli – mi ci metto orgogliosamente anche io, nel mio piccolissimo – che denunciano molti dei progetti di turistificazione dei territori montani spacciati per “grandi opportunità”, “sviluppo sostenibile”, “occasioni da non perdere” eccetera, come invece delle azioni di distruzione, svilimento, impoverimento e degrado dei monti e delle comunità locali ormai ben oltre ogni limite accettabile.

[Immagine tratta da www.corriere.it.]
Alle Tre Cime di Lavaredo ora sappiamo bene tutti come è andata a finire e quanto le parole di Buzzati furono profetiche. Ma ancora qualcuno ne ignora il senso, il portato, chiude gli occhi e la mente per aprire ancora di più il portafogli, promette che bisogna fare qualcosa, che non si può più andare avanti così. Sarà la volta buona per passare dalle parole ai fatti concreti? La storia passata e recente non lascia molte speranze ma, lo sapete, la speranza è l’ultima a morire. Già, perché comunque prima di essa, di questo passo, saranno le Tre Cime a morire, soffocate dall’iperturismo e dall’ipocrisia di chi dice di amare e “sviluppare” le montagne e invece punta solo a consumarle con immane disprezzo fino a che non ne resti più nulla per nessuno.

Il larice, albero leggendario

[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.

Al larice la gente di montagna riserva da sempre un affetto particolare. Una leggenda racconta che il larice apparve sulle Dolomiti quando Rèi de Rajes (il “Re dei raggi”), sovrano di un regno che si stendeva dietro il monte Antelao, sposò un’ondina, una delle bellissime creature femminili che abitano i torrenti. Si narra che la sposa ricevette in dono così tante piante e fiori da indurre due nani a inventare un albero fatto con tutte quelle specie: nacque così il larice, una pianta con l’aspetto di una conifera, la bellezza di tutta la vegetazione alpina e le foglie aghiformi caduche come le latifoglie. Per difenderlo dal freddo, Merisana, così si chiamava la bella ondina, lo ricoprì con il suo lungo velo trasparente che subito cominciò a germogliare, trasformandosi in quei ciuffi di muschio ben visibili sui rami d’inverno.
Fin qui la leggenda. Tutto il resto è botanica? Forse no, forse il sapere sui boschi può soltanto scaturire dalla bellezza, dai sentimenti e dalla fantasia che ogni camminatore può rivolgere alla natura durante una passeggiata. È questa la cosa migliore delle leggende, il motivo per cui sono spesso preferibili alla scienza nella comprensione della natura: ci coinvolgono emotivamente, ci consentono di recare la natura entro il nostro orizzonte interiore e perciò non finiscono mai, godono dell’infinità dei nostri sentimenti e ci permettono di proseguirne la scrittura “di pari passo” con il nostro cammino.

[Giovanni CenacchiDolomiti cuore d’Europa, Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino, pagg.54-55. La mia “recensione” dei libro è qui.]

È proprio come scrive Cenacchi: senza togliere nulla agli altri membri delle comunità silvestri alpine, se c’è un albero che incarna – anzi, inlegna – la bellezza, il fascino perenne, l’anima, lo spirito alpestre, la ruvida saggezza, l’aura misteriosa e leggendaria, la delicatezza, la preziosità, l’emozione ancestrale, il richiamo delle Alpi, è il larice.

Riconosceteglielo, quando lo avrete accanto durante una delle vostre passeggiate montane.

Contestualizzare le cose per capirle meglio (anche in montagna)

Bisogna sempre trovare la più consona e obiettiva contestualizzazione alle cose che accadono. Perché nulla avviene per caso, neanche in montagna, almeno quando c’è di mezzo l’uomo.

Dunque, a quanto pare c’è un grosso e grave problema di impatto turistico, alle Tre Cime di Lavaredo:

E dove ha avuto origine questo problema? Ecco qui:

Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.

Ora capite meglio chi e cosa hanno generato il problema?

Be’, al riguardo mi tornano in mente le parole di Maurizio Maggiani (fonti qui e qui) circa ciò che di simile sta accadendo alle Cinque Terre: parole perfette anche per le Tre Cime di Lavaredo e per molti altri luoghi iper turistificati senza che sia stata sviluppata alcuna gestione dei flussi turistici e nessuna cura per il (proprio) territorio:

Le Cinque Terre soffocate dal turismo? È la giusta nemesi per le loro scelte, hanno pensato solo ad arricchirsi. […] Per anni non si è fatto che cercare di vendere le Cinque Terre in tutto il mondo, senza pensare alle conseguenze per un territorio dall’equilibrio ambientale e sociale così fragile. Hanno voluto farne una Disneyland ed è stata un’idea da criminali. Con quelle premesse oggi parlo di una giusta nemesi rispetto ad una scelta che fu coordinata dall’alto ma collettiva, appoggiata da buona parte della comunità con poche eccezioni.

Ecco, nulla da aggiungere se non la speranza che ad Auronzo la smettano di pensare solo ai record  di introiti nelle casse comunali e piuttosto cerchino il miglior equilibrio possibile tra frequentazione turistica e tutela ecoambientale del territorio locale. Ce la faranno, considerando l’imminente mega specchietto per le allodole delle Olimpiadi invernali 2026?

Me lo auguro proprio, per il bene di quelle montagne e di chi le voglia vivere il più possibile integre ancora a lungo.

Passeggiare nelle leggende – delle Dolomiti e non solo

[Foto di Francesco Cirelli da Pixabay]

Provate a immaginare una serie di racconti in stile “fantasy”, una serie di narrazioni con tanto di nani, streghe, belle ondine e silfidi, creature mostruose e antropomorfe. Aggiungete a questi racconti i veri nomi delle cime dolomitiche, i toponimi di boschi, prati e sorgenti che potete visitare concretamente, e otterrete un’idea abbastanza seducente delle leggende delle Dolomiti. A differenza di altri corpi mitologici o dei racconti fantastici, le leggende delle Dolomiti non riducono la loro offerta di suggestione e incanto al solo approccio intellettuale. Una passeggiata in un bosco diventa infatti più affascinante se possiamo riconoscere in una radura il luogo di un’antica battaglia di cavalieri o la dimora di una strega; ed è viceversa più coinvolgente conoscere una leggenda quando in essa sono racchiuse le descrizioni di paesaggi, luoghi e situazioni che ricordiamo e di cui possiamo progettare una viva esperienza.

[Giovanni CenacchiDolomiti cuore d’Europa, Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino, pag.56. La mia “recensione” dei libro è qui.]

Proprio come scrive Cenacchi per le Dolomiti – ambito montano particolarmente vocato alla manifestazione del “leggendario”, stante la loro peculiare, affascinante bellezza – tutte le montagne sono ricche di racconti fantastici, e la loro sussistenza nella nostra epoca “iper razionale” (invero spesso tale in modo parecchio presunto e alquanto irrazionale, paradossalmente), che da molti è intesa con superficialità, quasi che si trattasse solo di favolette per bambini, è invece fondamentale per la stessa sussistenza del valore culturale delle montagne, soprattutto se considerato dal punto di vista antropologico. Tanto più che quasi sempre nelle leggende sono cristallizzate storie, memorie, credenze e saperi ancestrali sui quali si fonda l’essenza più profonda dei luoghi montani in questione e che rappresentano la “voce” del Genius Loci: sottovalutarle superficialmente, ignorarle o dimenticarle è la prima banalizzazione che si rischia di imporre alla montagna e l’atteggiamento meno consono a cogliere e godere di tutto il suo fascino. Il quale va ben oltre la mera razionalità intellettuale, che semmai può e deve essere strumento per percepire cosa c’è oltre: ed è moltissimo, ben più di quanto si possa immaginare o, per meglio dire, fantasticare, ecco.