Homo: ma tu Sapiens cosa, poi?

In base agli ultimi riscontri scientifici, la separazione delle linee evolutive uomo-scimpanzé, dunque l’inizio dell’evoluzione della razza umana propriamente detta, è avvenuta tra i 5 e i 7 milioni di anni fa circa, mentre la definizione genetica nelle varie specie della razza stessa, ovvero quand’essa ha perso i tipi non classificabili nel genere Homo è avvenuta circa 2,5 milioni di anni fa.
Fatto sta che, dopo un bel tot di milioni di anni di costante evoluzione della razza umana, per buona parte dei suoi rappresentanti la situazione vitale di fatto è questa:


Ecco.
No, beh… avendo notato qui questa assai significativa immagine al riguardo, semplicemente ci tenevo a rimarcarlo.

Il vuoto dell’ignoranza e il pieno della tracotanza (Claudio Vercelli dixit)

[…] Oggi ci troviamo dinanzi non solo ad una disinvolta riscrittura della storia, tale poiché piegata alle esigenze di certe letture personaliste, identitarie e, quindi, nettamente faziose, ma anche alla convinzione che così facendo ci si comporti in omaggio ad una non meglio precisata “libertà”. Il pessimo uso dell’idea del passato, infatti, non ha molto a che fare con l’indifferenza in quanto tale verso i trascorsi. Semmai è una licenza di rilettura che, simulando la novità, il clamore, il rimando al sensazionalismo, disintegra il significato condiviso e l’accordo su come interpretare i segni e le tracce che ci sono pervenute da chi ci ha preceduti. La non comprensione, allora, non corrisponde ad un rifiuto o ad una rimozione. Non è il vuoto dell’ignoranza ma il pieno della tracotanza. Poiché chi non comprende ha in genere la presunzione di già sapere, non necessitandogli nessuna verifica. La storia diventa allora un bricolage, dove si tolgono e si mettono a proprio piacere tasselli di un castello immaginario. La presunzione, in questo caso, cancella non solo la complessità di quello che è stato ma anche le difficoltà del presente, contrapponendo all’una e alle altre i semplicismi intollerabili delle banalizzazioni e degli schematismi. Una falsa rassicurazione è, quasi sempre, il timbro prevalente nella melodia dei pifferai magici di ogni tempo e di qualsiasi dove. La meta è però una sola, e coincide con l’abisso della ragione.

È l’estratto di un articolo di Claudio Vercelli – intitolato Il vuoto e il pieno – pubblicato da Moked qualche giorno fa, al solito assai brillante ergo illuminante. Il vuoto dell’ignoranza non genera solo la tracotanza più piena ma pure – come ad esempio scrisse Hermann Melville in Moby Dick riguardo il “suo” capitano Achab – la più illogica paura ovvero l’abisso della ragione, appunto. Paura che ottenebra la mente, rendendola incapace di comprendere un verità fondamentale tanto quanto elementare: la memoria è un diritto, non un dovere. Invece come tale, un “dovere”, ci è stata fatta credere e, di conseguenza, è stata resa uno sforzo, un sacrificio del quale per vivere più “comodamente” il presente si può anche fare a meno. Eh, peccato però che senza memoria non si può costruire alcun futuro, relegando il presente a una provvisorietà irrimediabilmente stagnante e dunque inevitabilmente sottoposta a un costante processo di degrado, di autoconsumo, di abbandono da parte del tempo il quale, invece, non si ferma affatto, continuando a muoversi verso un futuro che, senza una consapevole cultura della memoria, non potrà mai essere veramente raggiunto.

Quando le montagne non dividono ma legano territori, genti e culture

(Grazie di cuore – ennesimo – alla redazione di Orobie! Per saperne di più su ciò che è stato In Viaggio sulle Orobie 2017, cliccate qui.)

Se l’informazione fornita dai giornali è ormai come “Il Trono di Spade”…

Applausi (amari, e capirete a breve perché, ma pure forieri di gratitudine) a Paolo Ferrucci, che sulla propria pagina facebook riporta alcuni degli interventi che ha pescato sul Corriere della Sera di oggi, a pagina 21, nell’articolo che riporta del “vertice” di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Ad esempio:

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»
«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»
«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»
«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»
«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

Dunque, gli affittuari di Facebook e Google (?) avrebbero il dovere civico di rendere le notizie interessanti. Attenzione: non obiettive o attendibili, “interessanti”. Ricreando storie di stampo televisivo, scritte da redazione ove i giornalisti non siano più necessari che mettano da parte l’indipendenza editoriale per lavorare (gratis, vero?) con le aziende.

Bene (si fa per dire): posto che negli ultimi anni i giornali italiani non hanno certo brillato, nel fornire notizie, per rigore, obiettività e completezza d’informazione – non hanno più fatto bene il loro mestiere, insomma – e posto che la crisi dell’editoria giornalistica è sempre più grave e profonda, cosa dichiarano di voler fare, le redazioni? Non solo di continuare lungo l’assai sconnessa strada intrapresa, ma pure di accelerare il passo. E dichiarare piuttosto di voler offrire in primis – molto semplicemente tanto quanto “naturalmente” ovvero secondo natura – una corretta informazione? Giammai, ci mancherebbe.

Ecco, ora capite l’amarezza.

No: credo proprio che, ahinoi, non ci sia speranza nemmeno per il futuro dell’informazione, qui.

P.S.: non ho mai visto Il Trono di Spade. Magari è una gran bella serie, eh, ma non guardo la TV…

“Intellettuali” o “pensatori”?

intellettualiConfesso che ogni volta odo proferito il termine “intellettuale” tendo sempre a inarcare il sopracciglio, quando non a percepire una specie di vago ancorché molesto bruciore di stomaco. Non certo per il termine in sé, semmai per l’uso che se ne fa sempre più spesso oggi ovvero per quell’accezione identificante piuttosto comune, e piuttosto comunemente usata a vanvera – dacché il senso originario del termine (“Nella concezione aristotelica erano definite intellettuali quelle virtù come scienza, sapienza, intelligenza e arte che consentivano all’anima intellettiva di raggiungere la verità”, per citare Wikipedia) mi pare assai svaporato nonché parecchio immeritato (si veda cosa già diceva Antonio Gramsci quasi un secolo fa al proposito!)

In ogni caso, da sempre a “intellettuale” preferisco pensatore. Perché tutti abbiamo un intelletto (“Intellettuale: che ha intelletto.”) e dunque, tutti siamo intellettuali? Potenzialmente sì, sostanzialmente giammai – in base al suddetto senso classico. Inoltre, tutti abbiamo un intelletto ma di frequente (e non dico di più) tale intelletto non genera pensieri.

Sia chiaro: la mia riflessione è meramente “umanistica”, per così dire, e svincolata da buona parte dei tanti dibattiti sull’intellettuale come esponente di una élite – il che, va da sé, è cosa sociologicamente inevitabile tanto quanto sostanzialmente sterile, a giudicare da come tale élite oggi agisca e dagli effetti che la sua azione intellettualistica consegue – o non consegue: ed è ciò che, nel caso, ne può generare un’accezione positiva o meno. Peraltro bisogna pure notare che la sussistenza di “élite intellettuali” è tipica di quelle società ove il livello di cultura diffuso – e dunque la capacità di pensare, per farla breve – sia scadente e/o decadente: sempre che un simile processo di letale contro-adattamento non venga manifestato pure dall’élite, in una sorta di situazione in cui è l’allievo ignorante, e non quello capace, che supera il maestro! (State pensando a quello – a quel paese – che penso io?)

D’altro canto, fu proprio l’intellettuale italiano moderno par excellence, Pier Paolo Pasolini, a rilevare come i rappresentanti della cultura alta e raffinata alla fine s’impegnassero in una critica sterile ed astratta chiudendosi in una sorta di casta – appunto – e assumendo un ruolo sostanzialmente conservatore (in verità non antitetico all’intellettualismo militante se culturalmente ben strutturato – cosa tuttavia oggi assai rara, in effetti), poiché vedevano nella società attuale solo connotazioni negative e lasciandosi andare al continuo rimpianto di una mitica “età dell’oro” ormai trascorsa (cito sempre da qui). Posto ciò, nonché quanto sopra detto, ove l’azione degli intellettuali, sia essa elitaria o meno, non porti almeno nel lungo periodo a una diffusa e virtuosa elevazione culturale della massa (anche partendo da una visione negativamente connotante, perché no, peraltro oggi ben più inevitabile di quanto già fosse 40 anni fa), a mio parere è da considerare fallimentare ovvero meramente e boriosamente autocelebrativa – che è in fondo quello che sosteneva Pasolini.

Insomma: “intellettuale” è termine di nobile origine ma di vita contemporanea via via alterata, per così dire. Meglio pensatore, ribadisco. Perché tutti possiamo pensare – dobbiamo pensare. Dovremmo essere – tutti, ribadisco – pensatori, ben più che “intellettuali”. Esattamente come il possedere un’auto non ci rende guidatori: dobbiamo guidarla, appunto, e guidarla bene, per esserlo veramente. Dunque, ci fossero meno intellettuali (vedi sopra, sempre) d’élite oppure no e più pensatori, ecco, credo che questo nostro mondo sarebbe un po’ meno storto – d’intelletto in primis – di quanto invece è.