Il futuro è femmina!

13686548_10207031217560663_8614862326173843711_nIl futuro è femmina, già.
Per quanti mi riguarda è più di un augurio, quello in evidenza nella suggestiva immagine lì sopra: è una necessità.
Lo è – è banale rimarcarlo tanto quanto inevitabile – perché la storia della civiltà umana ha visto le sue pagine più fosche scritte sempre, con rarissime eccezioni, da uomini, ovvero determinate da atteggiamenti mentali maschili – ovvero maschiocentrici, sotto altri punti di vista.
È altrettanto banale e inevitabile affermare che lo sia, una necessità, pur solo per naturalissime ragioni di equilibrio antropologico. Qualcosa di più profondo, o meno superficiale, delle ormai da tempo in voga “quote rosa” che allo scrivente sembrano tanto un’ennesima amara sconfitta per le donne travestita da conquista comunque magnanimamente concessa dagli uomini. Semmai la riaffermazione, o la messa in atto finalmente effettiva e concreta, di una condizione naturale che, in ogni modo tale non sia, rappresenta una autentica irrazionalità nonché un pesante atto d’accusa verso il genere maschile, che per secoli ha negato alle donne la vita e l’esistenza – con tutti i diritti e doveri del caso – riservata a ogni essere umano, e non solo a una parte. E perché lo ha fatto? Per virtù riservata al sesso forte? No, più probabile il contrario: per malignità tipica di chi è invece più debole e non lo vuole ammettere.
In verità non esiste sesso forte né debole, e non esiste “uomo” o “donna” in ciò che va fatto a favore del bene individuale e collettivo: esistono – appunto – esseri umani più o meno capaci di conseguire in tal senso risultati fruttuosi per chiunque. Tuttavia, ribadisco, la storia ci può appurare in maniera indubitabile – purtroppo per noi maschi – che di danni gli uomini ne abbiano fatti a sufficienza, e che è giunta finalmente l’ora di capire se le donne possano fare peggio oppure – come io credo, almeno in molte situazioni – meglio di loro.
Una cosa però chiedo alle donne che mi auguro guidino, già dal presente, il futuro dell’umanità: di non ripetere quell’errore tremendo sovente fatto da tante di esse che abbiano saputo conseguire posizioni di comando, qualsiasi esse siano. Vi prego, non scimmiottate gli uomini, siate voi stesse! Non dovete arrivare in quelle posizioni di potere imitando ciò che farebbero gli uomini per ottenere gli stessi risultati, dovete arrivarci come donne vere, pensando e agendo da donne, non da “donne brave come uomini”: donne brave, bravissime in quanto donne, punto.
Temo sia provocato, quell’errore, da una sorta di effetto collaterale derivante dalla secolare riduzione della donna ad un livello – di comando, di prestigio, di valore intellettuale, di capacità pratica, eccetera – sempre inferiore e quasi sempre subordinato rispetto a quello degli uomini, il quale “effetto collaterale” si sia annidato nelle donne come una sorta di pericoloso virus o, se preferite, una specie di sindrome di Stoccolma di natura antropologica. Il che le porta, appunto, a dover diventare brave, o più brave, degli uomini, quando invece dovrebbero – devono essere brave per sé stesse. Le soggioga al solito, inesorabile, inamovibile riferimento, dal quale faticano a staccarsi e liberarsi.
Invece solo col mondo nelle mani – ovvero nelle mani molto più di come è stato finora – di donne vere, donne “donne” al 100% emancipate da qualsivoglia pur minimo e ipotizzabile paragone col mondo maschile, potremo tutti quanti godere delle loro virtù, del talento, delle capacità e della loro facoltà di migliorare – e molto, ribadisco questa mia convinzione – il mondo stesso. E in qualsiasi eventuale modo noi uomini cercheremo di frenare questa grande rivoluzione, non sarà che l’ennesima prova della nostra grande debolezza. Dunque non ci conviene fare ulteriori brutte figure, anzi: visto quante ne abbiamo combinate finora, ci conviene non poco metterci da una parte e lasciare spazio, alle donne, affiancandole al fine di fornir loro tutto l’aiuto necessario. Non solo perché glielo dobbiamo, dopo così tanti secoli, ma perché lo dobbiamo al mondo intero e al suo futuro. Che è femmina, ma è pure il futuro di tutti noi.

“Le” Parole – 11, PACE

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

PacePace, una parola di quelle assai abusate nell’uso e nel senso, dal valore piuttosto travisato per convenzione sociale la quale le assegna un posto d’onore nell’ambito del (cosiddetto – se mi è consentito dire così) “atteggiamento buonista” dell’opinione pubblica – giustamente e doverosamente peraltro, anche se forse senza tutta la necessaria consapevolezza del caso.
In effetti, a tal proposito, l’etimo della parola rimanda a riflessioni sulla sua accezione originaria piuttosto differenti dal consueto. La radice è la stessa di pattuire, patto: dunque la pace non è una condizione autonoma in sé stessa ma è comunque condizionata ad altri elementi – viene in mente al proposito il celebre motteggio romano si vis pacem, para bellum, il quale sostanzialmente sancisce la pace come il periodo di equilibro non belligerante tra eventi storici viceversa guerreschi, e dunque da questi dipendente. Insomma: la “civiltà” umana, in tutto il suo plurisecolare sviluppo intellettuale, culturale, civico, e quant’altro, non ha saputo fare della “pace” una condizione a sé stante virtuosa e, per così dire, autosufficiente della propria storia, ma l’ha resa momento di pausa tra episodi di conflitto e di guerra. Non situazione di ideale e proficua armonia ma intervallo di calma tra bellicose disarmonie, ecco. L’umanità vive la pace nell’attesa della prossima guerra perché questa, e non la pace, sa fare soprattutto, ahinoi: la storia lo dimostra bene, come parimenti dimostra di non poterci fornire alcun elemento affinché si possa credere che ciò non accada più. D’altro canto i Romani l’avevano capito 20 secoli fa, come già visto, con realismo tanto cinico quanto del tutto tangibile ancora oggi.
In fondo, anche lo stare in pace con sé stessi – ulteriore accezione in uso della parola – è per molti versi uno scendere a patti con, appunto, sé stessi. Fino a che qualcosa interviene nella vita e rompe quel patto, quell’equilibrio – dacché, io credo, nessuno comunque spererà di ritrovarsi in una condizione di pace eterna, visto il senso di tale espressione la quale, tuttavia, è forse la sola che segnala drammaticamente l’unica “pace” che non possa più essere rotta da qualcosa o qualcuno. E per nostra colpa – di “civiltà” umana, intendo (virgolette indispensabili, qui e prima!) – non certo, almeno nel principio, per malaugurata sorte o che altro.

INTERVALLO – Abidjan (Costa d’Avorio), “L’Oiseau-Livres”

ol01 (2)Se nessun altro come un bambino è capace di far volare la fantasia senza limite alcuno (l’avessero gli adulti, una tale dote, il mondo sarebbe di sicuro un posto migliore!), quale può essere il “contenitore” più adatto per una biblioteca di libri per bambini e ragazzi (ovvero per qualcosa che a sua volta sa far volare lontano la fantasia dei più giovani lettori come nessun altra) se non ciò che veramente vola?
Un aereo, esatto, ovviamente non più in servizio nei cieli ma messo a terra al servizio della cultura dei più giovani lettori: ad Abidjan, la città più importante della Costa d’Avorio, il vecchio e storico velivolo utilizzato dal primo Presidente della Repubblica del paese, Felix Houphouet-Boigny, è stato parcheggiato all’interno del grande complesso di edifici del Palazzo della Cultura “Bernard Binlin-Dadié” e convertito a biblioteca per bambini e ragazzi, appunto, con il suggestivo nome di Oiseau-Livres, l’Uccello dei Libri.

102193-050-B902A0ADCerto non una così grande biblioteca, ma di sicuro un posto in cui i bambini possono vivere un’esperienza culturale intensa e divertente, a bordo di un aereo che non vola più proprio per fare che ora sia la fantasia dei più giovani lettori a volare libera sulle ali dei libri!

Pensare non serve a nulla! (George Orwell dixit)

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla (…) Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto.

(George Orwell, 1984, 1a ed. 1949.)

George-OrwellQuando Orwell scrisse 1984, titolandolo invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui lo pubblicò, delineò quello che nella sua fenomenale e insuperata distopia rappresentava il pessimismo verso un futuro di oppressione totalitaria piuttosto che di progresso e sviluppo generale, lucidamente preconizzato. Oggi siamo nel 2016, sono passati 32 anni: siamo il futuro di quel futuro – l’anno 1984, appunto – che Orwell aveva profeticamente descritto e in modo rivelatosi poi così tremendamente giusto. In questo intreccio tra fantasia letteraria divenuta realtà e realtà che ha superato la finzione del romanzo, siamo in pratica – noi uomini contemporanei – l’effetto reale della profezia romanzesca di Orwell.
Ma, appunto, non ce ne rendiamo conto. Da decenni non ce ne rendiamo conto. Quelle due cifre invertite e la data che ne è scaturita, trovata semplice e funzionale per il romanzo orwelliano, hanno perfettamente fissato pure l’inizio effettivo di tale processo di decadenza, i goduriosi e nefasti anni ’80: quando ci seppero convincere che pensare non serviva, che era meglio sapere il meno possibile – essere spensierati e, per questo, potersi divertire il più possibile.

L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.

Di castagni e di cultura, di ulivi e di futuro

tree-rootsCastagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.