Suvvia, inutile girarci intorno o fare finta di nulla, quando tutto il mondo festeggia una ben precisa ricorrenza, oggi 14 febbraio! Non si può fare gli gnorri, fare quelli a cui non frega nulla, i superiori, gli snob o che altro, perché è qualcosa che interessa chiunque e tutti accomuna, con rarissime eccezioni.
Insomma: oggi, 14 febbraio, si festeggia il deposito della prima domanda in assoluto di brevetto del telefono da parte di Alexander Graham Bell, nel 1876 a Boston. Già.
Senza il qual deposito magari oggi non potremmo inviare i messaggi ricolmi di cuoricini rossi all’amato o all’amata con i nostri scintillanti smartphone – i bis-bis-bis-nipoti de «l’apparato per trasmettere la voce o altri suoni telegraficamente per mezzo di ondulazioni elettriche, simili, in forma, a quelle che accompagnano l’emissione della voce e dei suoni nell’aria» che Bell così descrisse e brevettò. Ecco.
Mi permetto di darvi un “consiglio”, se così lo posso definire.
Qualche giorno fa sono stato – mio malgrado – in un centro commerciale dopo aver visitato una mostra d’arte contemporanea, dunque dopo essere stato in un luogo deputato all’arte. “Mio malgrado” nel senso che il ristorante interno al centro espositivo era pieno e l’unico posto dove trovare da mangiare almeno un panino era quel centro commerciale, senza altre alternative nei paraggi.
Ecco, il consiglio: non recatevi mai in un centro commerciale dopo essere stati ad una mostra d’arte, o in qualche altro luogo deputato a cose similmente “alte”. Perché, se possibile, la realtà del primo s’abbassa ancor più di quanto potreste mai immaginare. Semmai fate il contrario – prima il centro commerciale e poi la mostra d’arte, ma solo se siete veramente costretti a dovervi recare nel primo – oppure andate liberamente in entrambi ma soltanto se siete degli studiosi di sociologia (o psicosociologia). Oppure, ancora meglio, andate quasi sempre e solo alle mostre d’arte e quasi mai nei centricommerciali, almeno la domenica.
Sia chiaro: nulla di personale contro chi frequenta assiduamente i centri commerciali – tanto meno nei confronti di chi ci lavora, anzi: massimo rispetto per costoro. Solo, mi permetto di pensare che frequentare mostre d’arte, o altro di considerabilmente educativo alla bellezza e assecondante la cultura e il pensiero più sagace (come l’arte contemporanea sa fare con rara efficacia, ad esempio), è meglio.
Ambrosius Castenarius faber, Theutonicus de Curebia dictionis Lubianae, haereticus […] de nocte in loco carceris strangulatur, eiusque cadaver extra portam Cussignaci humatur (die 2 novembris 1568)
Comunque oggi, giorno della commemorazione dei defunti, sono 450 anni esatti dalla morte diAmbrogio Castenario.
«E chi sarà mai costui?» direte voi.
Vi racconto.
Ambrogio Castenario era un fabbro di origine slovena (nato probabilmente a Curebia, località vicino Lubiana) il quale lavorava in una delle tante botteghe di Udine che nel Cinquecento avevano richiamato numerosi artigiani tedeschi e slavi, particolarmente bravi in tali mansioni. Esattamente il 2 novembre 1568 Castenario venne mandato a morte per strangolamento dall’Inquisizione – condanna eseguita nel Castello di Udine – con la sola colpa di essere luterano e di non voler abbandonare la propria fede per convertirsi al cattolicesimo.
Il suo caso resta tutt’oggi, nella incalcolabile massa degli episodi simili, tra i più emblematici e significativi circa la ferocia criminale dell’Inquisizione cattolica. Un crimine la cui efferatezza venne messa in evidenza dal Castenario stesso, quando, nel processo a suo carico e come si evince dagli atti dello stesso, affermò «che se quella sarebbe stata la sentenza del tribunale, quella non sarebbe stata comunque la sentenza di Dio, perché non si trovava scritto, nel Vangelo, “che si debba uccidere qualcuno per la sua fede”.»
Aria, Fuoco, Acqua, Terra,
Elementi di nascita astrale,
Vi chiamo ora, ascoltatemi!
Entro il Cerchio, esattamente formato,
Scevro da maledizione o rovina,
Vi chiamo ora, venite a me!
Dalla grotta e dal deserto, dal mare e dalla collina,
Con la bacchetta, la lama e il pentacolo,
Vi chiamo ora, siate al mio fianco!
Questa è la mia volontà, così sia!
(Invocazione rituale tradizionale agli Elementi nella notte di Samonios/Samhain. Perché ravvivare ogni tanto il proprio ancestrale spirito pagano è necessario. Anzi, fondamentale!)
(Cartolina del 1914 raffigurante gli allora 24 cantoni svizzeri con le rispettive bandiere.)
Oggi, 1 agosto, è la Festa Nazionale Svizzera, che celebra la nascita della Confederazione con il patto tra i cosiddetti “cantoni primitivi” nel 1291 sul prato del Grütli.
Onoro tale ricorrenza di un paese al quale sono molto legato con il seguente brano tratto dal mio Lucerna. Il cuore della Svizzera, un libro che è servito anche per mettere nero su bianco proprio il senso di quel legame personale, traendone una narrazione in fondo “super-geografica” e, dunque, condivisibile da chiunque rispetto a qualsiasi altro luogo importante.
Ma, oggi, è giornata di celebrazioni, dunque…:
La Svizzera è un miracolo, un prodigio, o un fenomenale numero di prestigiazione.
Uno staterello piccolo piccolo capace di fare la voce grossa come e più che tante stimate superpotenze, un Davide minuto ma assai scaltro e lungimirante che, a forza di sollevare pietre e trasportare tronchi e chissà, fors’anche grazie a qualche anabolizzante, s’è fatto capace di tirare a tanti nerboruti Golia sonore e dolorose mazzate. Ovvero, un branco di rudi montanari che, nonostante l’orizzonte limitato dalle alte e arcigne vette alpine, hanno saputo sviluppare in modo sorprendente la capacità di vedere lontano, e di trarre dal loro sostanziale nulla praticamente tutto, e anche di più. Tenendoselo poi ben stretto.
La Svizzera è la fortezza di un possente esercito, armato fino al collo di armi all’apparenza invisibili e tuttavia intuibili, se la si gira con occhio curioso. Non attacca nessuno, ma non permette a nessuno di attaccarla, fortunata nell’avere per molta parte del suo perimetro possenti mura alpine, bastioni glaciali e altissime torri di roccia a difesa. Mette in guardia anche chi vi si avvicinasse venendo in pace o issando bandiera bianca; e se pure acconsente ad aprire una delle sue porte, quasi sempre non toglie il mirino dal potenziale bersaglio. Accogliente ma diffidente, cordiale e guardinga, affabile eppure altezzosa, e l’une cose reciprocamente scaturenti dalle altre. Protegge chi e cosa può proteggerla, disdegna chi o cosa potrebbe nuocerle, anche indirettamente. Cosmopolita e filantropica per propensione, autarchica e patriottarda per convenienza. Comunque rigorosa, nel bene e nel male. La Svizzera è una specie di aspirapolvere. A volte dolce, a volte violento. Attrae verso di sé e in sé, ma lascia che ben poco ne possa fuoriuscire – di propria spontanea iniziativa, intendo.
Ha attratto aristocratici in cerca di placido sollazzo o di eroismi alpinistici, e artisti e letterati sovente innovativi – o eccentrici – tanto da venir considerati sovversivi nei paesi d’origine, ai quali ha regalato insperate libertà. Attrasse poveri emigranti in cerca di lavoro, e spesso fece far loro i lavori più umili e umilianti; ne aspirò energie e vitalità, ma consentì anche a chi resistette dal vedersi come un misero servo di quart’ordine e ai suoi figli di fare fortuna, a volte assai grande.
Attirò (e attrae) denari, ori, tesori e capitali. Attrae geniali, ricchissimi industriali e scaltri, tenebrosi faccendieri. Attrae VIP e celebrità nelle sue lussuose località sciistiche, e nel contempo piccoli borghesucci di periferia smaniosi di sentirsi, per qualche ora, nella stessa dimensione dei primi. A tutti quanti la Svizzera aspira una proporzionale quota di denaro, trasformato in consumismo quasi sempre superfluo ma molto spesso di qualità, più che, ad esempio, a Roma, Parigi o New York. Il suo esperimento nazionale di egualitarismo sociale diviene di stampo capitalista, a livello internazionale; non sfugge alle regole spesso fosche e bieche che il capitalismo impone, ma almeno le rende morali, se così si può dire, e fruttuose. La Svizzera si offre al forestiero che la può compensare, non ad altri.
Ma se di società si deve parlare, non si può allora ignorare che la Svizzera adotta un sistema di democrazia diretta sostanzialmente unico al mondo. In nessun altro stato il cittadino ha così peso sulla gestione della cosa pubblica come nella Confederazione. Politicamente, la Svizzera è un paradiso. Anche fiscale, già, ma pur sempre paradiso.
La Svizzera è cioccolato, formaggio coi buchi, orologi, mucche pezzate con campanacci sonanti, vette innevate, laghi e cascate, edelweiss, corni alpini, coltelli multilama, Guglielmo Tell e Heidi. È, pure lei, luoghi comuni a gogò, come ogni altro posto del mondo, Italia in primis. Solo che la Svizzera molti dei suoi luoghi comuni li ha resi remunerante virtù, l’Italia invece li ha resi il più delle volte difetto cronico.
La Svizzera è bellissima, ed è perfettamente cosciente di quanto lo sia. Per ciò, come una osannata e ossequiata star dello spettacolo, si concede all’ammirazione planetaria e tuttavia mal tollera chi ne possa anche poco oscurare il fascino. L’Europa intorno la adula, la corteggia, lei le occhieggia, la alletta ma mai le si concede veramente; l’Europa a volte si irrita per tale comportamento, finge di poter corteggiare altre ma sanno bene, entrambe, che altre non vi sono, così. E maliarda se ne approfitta, la Svizzera, avvenente donna di mondo che mai abbandona il proprio prezioso boudoir verso il quale il resto del pianeta guarda e giunge, sedotto anche di più.
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