“Tallinn Blues”, venerdì 9 giugno a Martinengo

Venerdì 9 giugno, al Filandone di Martinengo, avrò il piacere di riproporre insieme al mirabile Francesco Garolfi Tallinn Blues, la performance musical-letteraria incentrata sul mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni). Vi guideremo attraverso il cuore di una delle città più belle e particolari d’Europa, che diventa emblema dell’essenza del concetto di “viaggio” e dell’idea di “meta”, accompagnati da letture scelte del libro e dalle affascinanti note della chitarra di Garolfi. Il tutto in uno dei più bei luoghi recuperati alla cultura in Lombardia (e non solo): il Filandone di Martinengo.

Dunque save the date! Vi aspettiamo, venerdì sera a Martinengo, e vi assicuriamo che faremo di tutto per regalarvi una serata emozionante. Garantito!

Sulla locandina trovate le info necessarie: cliccateci sopra per ingrandirla e scaricarla, oppure cliccate qui. Per saperne invece di più sul libro, date un occhio qui.

P.S.: ringrazio di cuore Emanuela Zappalalio, attiva e sensibile responsabile della Biblioteca di Martinengo, che ha reso possibile l’evento.

La grande diga e le piccole pecore

“Remènch” o “raméngo” è la forma dialettale di “ramingo”. I pastori della bergamasca e del bresciano usano questa parola con il significato di “vagabondare” applicata alla forma di “pascolo vagante”, praticata in inverno entro ampie aree di pianura («‘nà a remènch»).

Trovo sia un’immagine eccezionale, quella che pubblico lì sopra, capace di unire due ambiti poliedrici e apparenti opposti in un’inopinata armonia, pur fugace ma che nel “qui e ora” del suo accadimento, fissato dall’obiettivo del fotografo, è potente, emblematica, poetica: la grande diga della Val di Lei, la sua possanza ingegneristica solidamente materiale che si fa emblema di un’antropizzazione tecnologica e per certi versi forzata del territorio alpino, quantunque certamente dotata di proprie buone funzionalità, e su di essa il grande gregge di pecore di Gabriele Arrigoni, giovane pastore transumante bergamasco, che riporta a un’idea di presenza umana sui monti ben più legata alla Natura e a una relazione necessariamente equilibrata con essa ma pure, in tale momento, con la parte più evoluta, o più “spinta”, dell’antropizzazione delle terre alte. Così la grande e possente diga di calcestruzzo contrasta la spinta dell’enorme massa d’acqua alle sue spalle e, al contempo, consente il transito bucolico e vivace delle pecore impegnate nel proprio ciclo vitale insieme al loro pastore.

Immagine bellissima anche perché assai emblematica e ricca di sfumature culturali, appunto.

La fotografia è tratta dal libro Remènch. Transumanza in Lombardia di Carlo Meazza, con testi di Marta Morazzoni, Anna Carissoni, Giovanni Mocchi, Lucia Maggiolo, edito da Pubblinova Edizioni Negri nel novembre 2020, dalla cui presentazione ho tratto anche la citazione iniziale. Ne vedete la copertina lì sopra e lo potete trovare qui. Per questo articolo l’immagine l’ho tratta dalla pagina Facebook di Rete Fotografia.

Ermanno Olmi (1931-2018)

Un altro mirabile personaggio che se ne va altrove, Ermanno Olmi, autore capace di narrazioni cinematografiche intense come poche altre, poetiche e mistiche tanto quanto schiette e profondamente leali nei confronti delle storie e delle realtà narrate.

Tutti quanti ricordano, giustamente, – e ricorderanno, in queste ore – il (non unico) suo capolavoro L’albero degli zoccoli. Io invece voglio ricordare Olmi attraverso la pellicola con la quale esordì e che me lo fece conoscere, che vidi su videocassetta da ragazzino – sarà stata la metà degli anni ’80, più o meno – in un piccolo alberghetto di montagna durante una giornata piovosa nella quale null’altro c’era da fare se non attendere che tornasse il bel tempo per uscire a camminare per prati e boschi, un film (o docufilm, come si definirebbe oggi) il cui titolo pure pareva adatto a quella giornata: Il tempo si è fermato. Un’opera bellissima, spirituale, intrisa di umanità – anzi, umanesimo, nel senso più alto del termine, la quale d’altro canto già seppe “insegnarmi” molto circa quel rapporto (biunivoco) tra l’uomo e la Montagna ovvero la Natura in generale che oggi è parte fondamentale del personale bagaglio culturale, e che è ben presente in numerose opere di Olmi.

Beh, c’è poco da dire d’altro. Un’altra voce illuminante che non ci potrà più illuminare e affascinare, appassionare, emozionare, far riflettere. Un altro vuoto, grandissimo.