La storia naturale moderna si occupa solo raramente dell’identità di piante e animali, e incidentalmente delle loro abitudini e comportamenti. Si occupa principalmente delle loro relazioni reciproche, del loro rapporto con il suolo e l’acqua in cui crescono, e delle loro relazioni con gli esseri umani che cantano “il mio paese” ma ne vedono poco o nulla del funzionamento interno. Questa nuova scienza delle relazioni si chiama ecologia, ma il nome che le diamo non ha importanza. La domanda è: il cittadino istruito sa di essere solo un ingranaggio di un meccanismo ecologico? Che se lavorerà con quel meccanismo la sua ricchezza mentale e la sua ricchezza materiale potranno espandersi all’infinito? Ma che se si rifiuta di farlo, alla fine lo ridurrà in polvere? Se l’istruzione non ci insegna queste cose, allora a cosa serve l’istruzione?
[Aldo Leopold, Natural History: The Forgotten Science (1938); pubblicato in Round River, Luna B. Leopold (ed.), Oxford University Press, 1966, pagg.63-64.]
Le domande che pone Leopold in questo brano sono tanto fondamentali e necessarie quanto ignorate e pervicacemente eluse da noi umani. Invece, sulle buone risposte che vi si possono dare si basa la gran parte della nostra presenza nel mondo e del senso della vita che condividiamo con innumerevoli altre creature sia animali – ciò che noi siamo, sempre e comunque – sia vegetali.
E sono domande che ne richiamano altre di pari importanza: ad esempio, quelle che proprio nell’agosto di trentuno anni fa – era il 1994 – Alexander Langer propose nel suo intervento ai “Colloqui di Dobbiaco”: perché l’allarme (sulla catastrofe ecoambientale) non ha prodotto la svolta? “Sviluppo sostenibile”: pietra filosofale o nuova formula mistificatrice? Come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? – quest’ultima alla quale Langer rispose affermando che «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile» e delineandone il “motto” in modi divenuti poi celebri: «”Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius”»: più lento, più profondo, più dolce invece di più veloce, più alto, più forte.
Purtroppo, sia le domande di oltre trent’anni fa di Langer che quelle proferite da Leopold quasi novant’anni fa restano ancora sostanzialmente senza buone risposte, almeno da parte della “civiltà” umana. I risultati si vedono e ce li abbiamo spesso davanti agli occhi, di frequente quando visitiamo ambienti naturali pregiati e fragili come le montagne. Sarebbe invece finalmente il caso di riprendere, rivitalizzare e diffondere il più possibile quell’istruzione citata da Leopold ovvero la consapevolezza culturale grazie alla quale delle buone risposte si possono elaborare per quelle domande. Cosa aspettiamo? Di finire ridotti in polvere per mera incoscienza e ignoranza, e così di piangere disperati ignorando (di nuovo) che chi è causa del suo mal deve (solo) piangere se stesso?
La capacità di cogliere il valore culturale della natura selvaggia si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale.
[Aldo Leopold, A Sand County Almanac: And Sketches Here and There, edizione originale Oxford University Press, 1949, pag.200. Qui trovate la mia “recensione” all’edizione italiana Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, Piano B Edizioni, 2019-2023.]
Con la preveggente lucidità che ne ha sempre contraddistinto la visione e la narrazione dell’ambiente naturale, Aldo Leopold, nella breve ma precisissima analisi citata, mette in luce una delle caratteristiche fondamentali del nostro rapporto con la Natura, quando da esso ne scaturiscano conseguenze variamente dannose: la mancanza di umiltà intellettuale, cioè la presenza di tanta, troppa prepotenza e supponenza in ciò che facciamo, e in come concepiamo, il territorio naturale. Basti pensare a quei tanti progetti turistici e infrastrutturali che si vogliono imporre alle nostre montagne – ambito naturale per eccellenza, qui – nei quali appaiono lampanti la prepotenza e la supponenza suddette, quell’arrogarsi il diritto di poter fare ciò che si vuole del territorio e al contempo il totale disinteresse nel capire le conseguenze delle azioni compiute, come se il paesaggio naturale e il patrimonio collettivo che rappresenta fosse di proprietà di quelli e non di tutti, e nessuno potesse permettersi di dire qualcosa in sua difesa, in presenza di quei progetti. E tutto ciò, nonostante la storia del rapporto tra la civiltà umana e la Natura, debordante di disastri, di follie, di barbarie.
Eppure, ancora oggi, c’è grande carenza di umiltà intellettuale al riguardo: è probabilmente uno dei motivi per i quali non riusciamo a vivere veramente in armonia con la Natura. Il nostro imprinting “culturale” (d’una cultura ben poco umanistica, in realtà) ci fa ritenere sempre e comunque dominanti su di essa, dunque dotati del diritto di fruirne quanto più vogliamo e fino al consumo totale. Per il quale, in forza dello stesso motivo, godiamo di una sostanziale “immunità”. Se a ciò si aggiungono le varie cose materiali proprie del sistema di potere vigente – politico, economico, sociale -, ecco che il citato imprinting si approfondisce e trasforma la disarmonia in vera e propria prepotenza, appunto.
[Il frontespizio della versione originale di A Sand County Almanac, del 1949.]Ma l’umiltà, nella sua manifestazione intellettuale, è sempre un sintomo di saggezza, di buon senso, di intelligenza oltre che di forza mentale, etica e di spessore culturale. La sua assenza è parimenti un segnale di inciviltà e di ignoranza, che prima o poi, inevitabilmente, si ritorcerà contro e comporterà una rovina che potrebbe coinvolgere anche altri, non solo il soggetto che la manifesta. Un rischio che correre oggi, nel 2025, è semplicemente da idioti. Ecco.
In giro per le Alpi vi sono molte montagne morfologicamente iconiche e culturalmente identitarie – ovviamente il Cervino/Matterhorn è la prima che verrà in mente a tanti – ma ve ne sono poche che assumono un carattere di ineluttabilemarcatore referenziale come il Grosser Mythen (che invece verrà in mente a pochi, immagino), posto praticamente al centro della Svizzera e vetta profondamente elvetica per molti aspetti.
In primis per la sua posizione geografica, appunto così baricentrica per il territorio della Confederazione e peraltro centrale anche rispetto ai cantoni primitivi, quelli del Patto del Grütli dal quale, nel 1291, è nata la Svizzera odierna, dunque assumente un valore storico simbolico notevole; poi perché questa sua posizione, isolata rispetto ad altre sommità (eccetto che per la presenza del “fratello” Kleinen Mythen, un poco più basso e meno imponente) e dominante la zona dei laghi della Svizzera centrale, rende il monte visibile da molte parti del paese; la sua morfologia particolare lo rende inoltre inconfondibile oltre che, ribadisco, lo fa sembrare un gigantesco cairn piazzato nel bel mezzo del più caratteristico paesaggio svizzero – laghi, prati verdi, mucche al pascolo, foreste di conifere, chalet… insomma, la Svizzera al suo massimo immaginifico.
[Foto di Roland Zumbühl, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La iconicità identitaria del monte è tale che una raffigurazione artistica del Grosser Mythen, insieme al Kleinen Mythen, dipinta nel 1901 e significativamente intitolata La culla della Confederazione, è presente anche nell’Aula del Consiglio Nazionale presso il Palazzo del Governo Federale di Berna: la vedete qui sotto, insieme alla veduta “reale”.
[Foto di Charles Giron, tratta dal sito web del Parlamento Svizzero, fonte: commons.wikimedia.org.][Immagine tratta da www.myswitzerland.com.]D’altro canto anche il toponimo è sovraccarico di potenziali simbologie, visto che mythen significa “miti” e al riguardo, come se non bastasse, il leggendario eroe nazionale elvetico Guglielmo Tell sarebbe nato proprio all’ombra del Grosser Mythen. Tuttavia bisogna denotare che l’origine del toponimo viene ritenuta differente e proveniente dalla parola femminile latina meta che indica qualcosa di importante o imponente: in effetti fino all’Ottocento il monte veniva chiamato al femminile, Mythä, come accade per numerose altre sommità svizzere, poi nel parlato comune ha finito per prevalere il genere maschile – ma in zona c’è ancora qualcuno che lo chiama nel modo antico.
In questo monte così pienamente svizzero però c’è anche un po’ di Italia: infatti il vertiginoso sentiero che conduce fino alla vetta, tutt’oggi assai frequentato, venne realizzato nel 1864 da un italiano, tale Muratori, incaricato da un appaltatore di Gersau dal nome altrettanto sudalpino, Domenico Taddei. Ma la montagna stessa possiede antichissime origini mediterranee: la sua geologia rivela una formazione del rilievo nelle acque di quello che è oggi il Mar Mediterraneo, all’epoca un bacino secondario del grande oceano che copriva buona parte dell’Europa, la cui massa è stata poi spinta verso Nord (a 150 km dalla posizione iniziale, addirittura) durante l’innalzamento tettonico della catena alpina; i ghiacciai delle epoche geologiche successive, in questa zona spessi fino a 800 metri, hanno poi modellato la montagna generando la forma odierna.
Ma per tornare alle peculiarità proprie del monte, e per rendere ancor più “svizzera” la montagna, il Grosser Mythen palesa un’altra gran mania degli elvetici, quella di piazzare ristoranti o cose affini (quando non funivie o funicolari, fortunatamente non qui) in vetta alle loro montagne: ecco dunque che appena accanto al punto più elevato sorge l’omonimo ristorante con alloggio, raggiunto dal sentiero che ho citato poco sopra ma per il resto circondato quasi ovunque dai più impressionanti precipizi. Una posizione unica che regala uno tra i più spettacolari panorami di tutta la Svizzera, per certi versi anche superiore a quello celeberrimo del Monte Rigi (o della Rigi, per dirla al femminile con i locali, vedi sopra).
Insomma, sotto molti punti di vista il Grosser Mythen rappresenta un autentico e basilare fulcro geografico-culturale della Confederazione. Di montagne iconiche e sovraccaricate di simbolismi (anche se a volte meramente turistici e dunque piuttosto artificiosi) la Svizzera abbonda, inutile rimarcarlo: basti pensare ai già citati Matterhorn o al(la) Rigi, al vicino Pilatus, alle vette dell’Oberland bernese oppure alla “montagna nazionale” (intesa idealmente) del Passo del Gottardo; tuttavia i Mythen, e il Grosser in particolare, ha attratto a sé una narrazione più specifica e speciale, priva ad esempio degli afflati alpinistici propri di vette più elevate e spettacolari e maggiormente impregnata di sentimento nazionale tanto quanto di figurazione antropologica. In ciò è senza dubbio un monte iconico nel senso più compiuto del termine, che magari non troverete raffigurato come altri su locandine e gadgets turistici ma che è “Svizzera”, ovvero è la materializzazione dello spirito geopolitico e culturale di un intero paese, probabilmente più di quelli ordinariamente riconosciuti. Se viaggiate oltre Gottardo per andare verso Lucerna o Zurigo oppure ancora più a Nord o viceversa, sia dall’autostrada che dalla ferrovia date un’occhiata verso l’alto e probabilmente lo vedrete, il Grosser Mythen, dacché transiterete quasi ai suoi piedi. E, se l’angolazione, la meteo e gli altri fattori ambientali del momento saranno favorevoli, capirete sicuramente meglio quanto vi ho raccontato fino a qui.
È passato ormai un secolo da quando Darwin ci dette un primo assaggio dell’origine delle specie. Oggi sappiamo ciò che era sconosciuto a tutte le carovane delle precedenti generazioni: che nell’odissea dell’evoluzione gli uomini non sono che i compagni di viaggio delle altre creature. Questa nuova conoscenza dovrebbe averci dato, in questo lasso di tempo, un sentimento di fraternità con le altre bestie: un desiderio di vivere e di lasciar vivere, un senso di meraviglia per la vastità e la durata dell’impresa biotica.
Soprattutto avremmo dovuto sapere – un secolo dopo Darwin – che l’uomo, sebbene ora sia il capitano di questa nave avventurosa, non è certo l’unico oggetto della sua ricerca, e che le sue precedenti convinzioni in merito erano semplicemente dettate dall’umano bisogno di trovare una luce nel buio.
Avremmo dovuto pensare a tutto questo. Purtroppo, temo che pochi di noi lo abbiano fatto.
La capacità di comprendere il valore culturale della natura incontaminata si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini di oggi, che hanno già perso le proprie radici con la terra, fa supporre loro di aver già scoperto ciò che è importante; li fa cianciare di imperi economici destinati a durare secoli. Solo lo studioso riconosce che tutta la storia consiste di successive escursioni da un unico punto di partenza, a cui l’uomo ritorna – ancora e ancora – per organizzare sempre nuovi viaggi, alla continua ricerca di una durevole scala di valori. Solo lo studioso comprende perché l’autentica natura selvaggia definisce e dà significato all’impresa umana.