Tra lettore e scrittore nessuno può uscirne indenne (Björn Larsson dixit)

La letteratura deve essere un viaggio da cui non si ritorna gli stessi di quando si è partiti. Il lettore che va a comprare il biglietto allo sportello della letteratura, deve osare prendere la sola andata. Lo scrittore, da parte sua, deve rifiutarsi di vendere biglietti di andata o ritorno o viaggi organizzati. Se la letteratura va in crociera non è per fare il giro del mondo e per mostrare al ritorno le diapositive. E’ il contrario che girare in tondo. E’ fare cabotaggio e non trasporto merci di linea. (…) La letteratura, come il vero viaggio d’avventura, deve essere un incontro con l’altro da cui non si esce indenni. Sia il lettore che lo scrittore devono mettersi nei panni altrui e rischiare di diventare altro, esattamente ciò che rifiutano di fare i fanatici e gli integralisti di tutte le specie. Non può essere una fuga: fuggire significa comunque approdare da qualche parte, dove bisogna anche cercare di vivere. L’identità della letteratura non è basata né sul diritto di sangue né su quello della terra, ma su quello del cuore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.198)

Ha ragione, Larsson: leggere un buon libro è come affrontare un bel viaggio, e i viaggiatori autentici non sono tanto quelli che visitano i luoghi in cui giungono, semmai quelli che si fanno visitare da quei luoghi. Ugualmente, il lettore autentico è colui che nel libro vi penetra dentro al punto da far che il libro entri dentro lui. Solo in tale condizione la lettura può dirsi compiuta, il lettore definirsi veramente tale e lo scrittore ritenere raggiunto il fine massimo per cui scrivere un libro. Nessuno dei due può uscirne indenne, appunto; entrambi devono venirne fuori cambiati da come erano prima – della scrittura e della lettura. Altrimenti leggere libri diventa un meraviglioso esercizio fine a sé stesso, infinitamente migliore di tante altre attività ma mai totalmente compiuto e dunque potenzialmente sterile.

P.S.: cliccate sulla copertina per libro per leggere la personale recensione di Bisogno di libertà.

Parlare di cultura come di f…

senza-nome-true-color-02Scurrile? Inadatto, Fuori luogo?

Beh, perdonatemi se ciò è quanto il testo sopra riprodotto vi susciti. Fatto sta che lo scriveva quel grandissimo scrittore e intellettuale che fu Giorgio Manganelli – è un appunto del 25/10/52 tratto dai Quaderni 10/3/51 – 2/11/52 conservato a Pavia presso il Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei della locale Università.

manganelli-713468Ma, in fin dei conti, non è veramente come dovrebbe essere? Se la cultura non è nella testa delle persone nel modo che dice Manganelli (e lo diceva più di mezzo secolo fa, si noti!) ovvero come qualcosa a cui tutti pensano – anche nella versione femminile, sia chiaro! – perché nel bene e nel male non si riesce a fare altrimenti (e se invece ci riesce è segno evidente d’un qualche problema mentale ovvero d’una autocostrizione al deperimento intellettuale, per così dire – sì, ora mi riferisco alla cultura, anche se…) allora inesorabilmente diverrà qualcosa di superfluo, quando non di disprezzabile. Forse come sta già rischiando di diventare, di questi tempi.
E, comunque, sarà ben più “scurrile” una società senza cultura che qualsiasi altra consapevolmente sboccata! O no?

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Letteratura è invenzione, non descrizione (Björn Larsson dixit)

La peculiarità della letteratura non è quella di descrivere il reale qual è, ma di immaginarlo, ovvero – come diceva Baudelaire a proposito di Balzac – non di copiare la realtà, ma di inventarla. E’ proprio della letteratura, poesia compresa, liberarci dalla realtà specifica per poi ritrovarla migliore, veritiera o diversa. La letteratura esiste per svolgere una funzione di cui le altre forme d’arte e di scrittura sono incapaci, vale a dire proporre altri modi di vita, altre possibilità di pensiero, altre maniere di impiegare il linguaggio, al fine di comunicare e capirsi meglio. Esiste perché abbiamo bisogno di sapere che le cose, compresa la lingua, possono essere diverse da come sono. La sua forza non è né dare lezioni né essere un documento veritiero, ma risiede in quell’appello alla libertà del lettore di cui parlava Sartre. O come ben diceva, con la sua arte della formula: “Non si scrive per gli schiavi.”

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.195-196)

Larsson_2000Anche perché, mi viene modestamente da aggiungere alle parole di Larsson, una letteratura che semplicemente descrive la realtà, e non tenta di inventarla o quanto meno di reinterpretarla sulla base di nuovi punti di vista, non è che un testo di condanna per il libero pensiero. E’ come un piccolo territorio racchiuso in un recinto nel quale si resta imprigionati e si finisce per girare in tondo, quando invece la vera letteratura è una strada da seguire che ci può condurre fino a dove mai avremmo pensato di poter giungere.

Scrivete, scrivete, scrivete! (Henry Miller dixit)

Volete davvero scrivere? Allora fatelo ogni giorno, anche se non avete niente da dire.

(Henry Miller, citato in Maurizio PrincipatoJohn Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.60.)

Henry-MillerPiù volte in passato, qui sul blog, mi sono occupato della questione “Meglio scrivere poco o tanto per riuscire a scrivere bene?” – questione sostanzialmente priva di risposta per come, alla fine dei conti, ognuno possa formularne una propria in base all’esperienza personale. Di contro, se è vero ciò che Miller sostiene ovvero che, per mero principio, al fine di riuscire bene in qualcosa bisogna il più possibile e con massima assiduità praticare quella cosa (che sia la scrittura, un lavoro, una disciplina sportiva… insomma, è una regola pragmatica generale), è anche vero – o meglio è evidente, posto il panorama letterario ed editoriale contemporaneo in genere – che non è affatto automatico che, pur scrivendo ogni giorno, alla fine da cotanta operosità ne venga fuori qualcosa di buono e pubblicabile. Ecco, il punto è proprio questo: se non si ha niente da dire si può comunque scrivere per esercitarsi nella pratica letteraria, come dice Miller, ma solo quando si ha qualcosa da dire ciò che si è scritto può meritare di essere pubblicato, fermo restando che lo si sia scritto nel modo linguisticamente e stilisticamente migliore possibile.

Personalmente, concordo abbastanza con lo scrittore americano: credo che più si scriva oggi, meglio si scriverà domani. Ma ciò comporta pure che più si scrive, più alto deve essere il limite qualitativo che spartisce i testi pubblicabili da quelli trascurabili. Se l’esercizio della scrittura, più o meno assiduo che sia, oltre al miglioramento della qualità letteraria non genera anche un buon discernimento individuale sulla qualità stessa di ciò che si è scritto, sostanzialmente diviene una pratica fine a sé stessa ovvero un mero esercizio d’egotismo ed esibizionismo. Sì, proprio come quello che frequentemente si può cogliere stando dentro il panorama letterario nostrano, ecco.

I musei sono prepotenti, le biblioteche oneste (Giorgio Manganelli dixit)

Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare “tutto”. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere “bella”.

(Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, 2005, pag.57-58.)

giorgio-manganelliSulla scia di quanto scritto da Manganelli, mi viene a pensare al museo e alla biblioteca come alla prigione dorata dell’arte, il primo, e ad una pensione pur modesta per la stessa la seconda – che si tratti di arte visiva, letteraria o che altro, la questione non cambia. Nel primo si può anche vivere ma quasi sempre non se ne esce più, dalla seconda sì. Il primo può essere bellissimo, ma facilmente condanna l’arte a non dialogare più con le persone, condannandola a una mera fruizione estetica, la seconda invece, anche quando sia piccola e dimessa, consente ad essa di parlare ancora, di raccontare, di insegnare, di illuminare.
Solo se sa rimanere aperto a quanto ha intorno, il museo può sfuggire a quella sorte da carceriere; solo se, in qualità di scrigno di cultura, ne resta anche fonte, sorgente, movente. Proprio come lo è per natura la biblioteca – sperando che essa stessa sappia rimanere tale e non trasformarsi in un museo di arte letteraria, ovvero di libri imprigionati. Ma questo, senza dubbio, dipende molto da noi lettori.