Letteratura è invenzione, non descrizione (Björn Larsson dixit)

La peculiarità della letteratura non è quella di descrivere il reale qual è, ma di immaginarlo, ovvero – come diceva Baudelaire a proposito di Balzac – non di copiare la realtà, ma di inventarla. E’ proprio della letteratura, poesia compresa, liberarci dalla realtà specifica per poi ritrovarla migliore, veritiera o diversa. La letteratura esiste per svolgere una funzione di cui le altre forme d’arte e di scrittura sono incapaci, vale a dire proporre altri modi di vita, altre possibilità di pensiero, altre maniere di impiegare il linguaggio, al fine di comunicare e capirsi meglio. Esiste perché abbiamo bisogno di sapere che le cose, compresa la lingua, possono essere diverse da come sono. La sua forza non è né dare lezioni né essere un documento veritiero, ma risiede in quell’appello alla libertà del lettore di cui parlava Sartre. O come ben diceva, con la sua arte della formula: “Non si scrive per gli schiavi.”

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.195-196)

Larsson_2000Anche perché, mi viene modestamente da aggiungere alle parole di Larsson, una letteratura che semplicemente descrive la realtà, e non tenta di inventarla o quanto meno di reinterpretarla sulla base di nuovi punti di vista, non è che un testo di condanna per il libero pensiero. E’ come un piccolo territorio racchiuso in un recinto nel quale si resta imprigionati e si finisce per girare in tondo, quando invece la vera letteratura è una strada da seguire che ci può condurre fino a dove mai avremmo pensato di poter giungere.

Scrivete, scrivete, scrivete! (Henry Miller dixit)

Volete davvero scrivere? Allora fatelo ogni giorno, anche se non avete niente da dire.

(Henry Miller, citato in Maurizio PrincipatoJohn Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.60.)

Henry-MillerPiù volte in passato, qui sul blog, mi sono occupato della questione “Meglio scrivere poco o tanto per riuscire a scrivere bene?” – questione sostanzialmente priva di risposta per come, alla fine dei conti, ognuno possa formularne una propria in base all’esperienza personale. Di contro, se è vero ciò che Miller sostiene ovvero che, per mero principio, al fine di riuscire bene in qualcosa bisogna il più possibile e con massima assiduità praticare quella cosa (che sia la scrittura, un lavoro, una disciplina sportiva… insomma, è una regola pragmatica generale), è anche vero – o meglio è evidente, posto il panorama letterario ed editoriale contemporaneo in genere – che non è affatto automatico che, pur scrivendo ogni giorno, alla fine da cotanta operosità ne venga fuori qualcosa di buono e pubblicabile. Ecco, il punto è proprio questo: se non si ha niente da dire si può comunque scrivere per esercitarsi nella pratica letteraria, come dice Miller, ma solo quando si ha qualcosa da dire ciò che si è scritto può meritare di essere pubblicato, fermo restando che lo si sia scritto nel modo linguisticamente e stilisticamente migliore possibile.

Personalmente, concordo abbastanza con lo scrittore americano: credo che più si scriva oggi, meglio si scriverà domani. Ma ciò comporta pure che più si scrive, più alto deve essere il limite qualitativo che spartisce i testi pubblicabili da quelli trascurabili. Se l’esercizio della scrittura, più o meno assiduo che sia, oltre al miglioramento della qualità letteraria non genera anche un buon discernimento individuale sulla qualità stessa di ciò che si è scritto, sostanzialmente diviene una pratica fine a sé stessa ovvero un mero esercizio d’egotismo ed esibizionismo. Sì, proprio come quello che frequentemente si può cogliere stando dentro il panorama letterario nostrano, ecco.

I musei sono prepotenti, le biblioteche oneste (Giorgio Manganelli dixit)

Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare “tutto”. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere “bella”.

(Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, 2005, pag.57-58.)

giorgio-manganelliSulla scia di quanto scritto da Manganelli, mi viene a pensare al museo e alla biblioteca come alla prigione dorata dell’arte, il primo, e ad una pensione pur modesta per la stessa la seconda – che si tratti di arte visiva, letteraria o che altro, la questione non cambia. Nel primo si può anche vivere ma quasi sempre non se ne esce più, dalla seconda sì. Il primo può essere bellissimo, ma facilmente condanna l’arte a non dialogare più con le persone, condannandola a una mera fruizione estetica, la seconda invece, anche quando sia piccola e dimessa, consente ad essa di parlare ancora, di raccontare, di insegnare, di illuminare.
Solo se sa rimanere aperto a quanto ha intorno, il museo può sfuggire a quella sorte da carceriere; solo se, in qualità di scrigno di cultura, ne resta anche fonte, sorgente, movente. Proprio come lo è per natura la biblioteca – sperando che essa stessa sappia rimanere tale e non trasformarsi in un museo di arte letteraria, ovvero di libri imprigionati. Ma questo, senza dubbio, dipende molto da noi lettori.

Non tralasciate di scrivere il libro della vostra anima (Carl Gustav Jung dixit)

Vorrei suggerirvi di tenere traccia di tutto in un bel libro rilegato. Potreste avere l’impressione di banalizzare le vostre visioni ma sarà il modo per liberarvi dal loro potere e questa pratica finirà per diventare necessaria. Quando le visioni sono custodite in un libro prezioso è possibile sfogliarlo pagina dopo pagina: sarà la vostra chiesa, la vostra cattedrale, il luogo silenzioso in cui il vostro spirito si rinnoverà. Non date retta a chi vi dice che è un esercizio inconsistente o nevrotico: se ascoltate queste persone perderete l’anima. Perché quella che c’è nelle pagine del libro è la vostra anima.

(Carl Gustav Jung, citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.261-262.)

JungAttenzione, non fraintendete: quello che Jung invita a fare non è ciò che forse crederete già di fare con la vostra attività sui social network, la quale potrebbe sembrare la versione contemporanea di quanto affermato dal grande psichiatra svizzero. No, in realtà è l’esatto opposto. E perché lo sia l’ho già spiegato – pur con differente contestualizzazione, qui tempo fa. In fondo – pensateci bene – oggi che tutti quanti stiamo a scrivere tutto (o quasi) di noi sui social, la nostra società ha sempre meno memoria collettiva, sempre meno capacità di ricordare. Non è un caso, io credo.

Senza scienza, senza cultura, c’è solo oscurantismo (Carl Sagan dixit)

In una società impregnata di tecnologia come la nostra, ma sempre più assediata da nuovi profeti, impeti di irrazionalità e falsa ricerca del meraviglioso, allontanarsi dalla scienza o permettere che venga demonizzata, significa in realtà consegnarci ai veri demoni: l’irrazionalità, la superstizione, il pregiudizio, ed entrare in un’epoca di nuovo oscurantismo.

(Carl Sagan, Il mondo infestato dai demoni, Baldini & Castoldi, Milano, 1997)

Carl-SaganCarl Sagan è stato uno dei più grandi uomini di scienza – dunque di cultura – del Novecento. Quando uscì, Il mondo infestato dai demoni, era il 1996 (l’anno dopo in Italia), e forse vent’anni fa c’era ancora qualche speranza che il sonno della ragione non fosse così diffuso sul pianeta da generare mostri ovunque. Sia chiaro, può essere che tali speranze vi siano ancora oggi ed è obbligo di chiunque abbia a cuore l’evoluzione intellettuale della razza umana (o forse, dovrei dire, la salvezza della stessa) di coltivarle e diffonderle. Ma è innegabile che, visto lo stato del mondo contemporaneo, la loro ricerca stia diventando quasi più ardua di quella (molto cara a Sagan) di altre civiltà intelligenti nell’Universo. Sempre che tali civiltà abbiano la voglia e il coraggio di entrare in contatto con i sempre più involuti abitanti del terzo pianeta del Sistema Solare…