Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.
Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?
Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.
[La spiaggia Caló des Moro, a Maiorca: un tempo era poco conosciuta, poi sono arrivati gli “influencer” e ora soffre di sovraffollamento. Immagine tratta da “Il Post“.]Di frequente, in tema di overtourism e overcrowding – l’iperturismo e il sovraffollamento periodico – oltre ai presunti disincentivi come tasse di soggiorno, prenotazioni obbligatorie, ticket d’ingresso eccetera (scrivo “presunti” perché, nel modo in cui vengono applicati, sono a mio parere utili soprattutto a far cassa e a poco altro) si invocano spesso la destagionalizzazione dei flussi turistici e la loro delocalizzazione, il che in pratica significa mandare i turisti in luoghi suggestivi ma ancora poco frequentati per alleggerire il carico in quelli più rinomati e troppo frequentati.
Nel principio sembrerebbero due azioni valide da attuare; le si invoca spesso anche per i territori montani, nei quali iperturismo e sovraffollamento possono generare disagi e danni più che altrove.
Bene: in Spagna, paese che prima di altri ha cominciato a riflettere sugli eccessi del turismo di massa, non di rado protestandovi contro, hanno messo in pratica le due azioni suddette attraverso un sistema assai in voga oggi: chiedendo a influencers e content creators del web di postare immagini di luoghi poco frequentati, così da invogliare chi non li conosca ad andare lì al posto che nelle solite mete iperturistiche – si veda qui al riguardo e l’immagine lì sopra. Un sistema al quale ad esempio hanno pensato anche in Svizzera, paese che proprio dai suoi paesaggi montani elabora la massima attrattiva turistica.
Risultato: ora pure in quei luoghi poco frequentati ci sono troppi turisti, con problemi anche più gravi di quelli che devono affrontare i luoghi più rinomati i quali, per ciò, sono comunque più attrezzati a gestire grandi masse turistiche mentre i primi, per il motivo opposto, non lo sono affatto.
Era ed è inevitabile che ciò accadesse: come sostengo da tempo, in mancanza di una vera e ben elaborata gestione dei flussi turistici contestuale ai territori che ne sono oggetto, l’unico effetto che la destagionalizzazione e la delocalizzazione ottengono è la riproposizione e la diffusione dello stesso modello iperturistico nel tempo e nello spazio, dunque degli stessi disagi e danni per i territori e le comunità residenti su una più vasta scala spaziale e temporale.
Dalla padella alla brace se non direttamente tra le fiamme, in pratica!
D’altro canto, temo (a pensare male si fa peccato ma si indovina!) che questa spalmatura dei flussi turistici sia proprio quello a cui molti amministratori locali puntano, al fine di aumentare il business turistico senza metterne in discussione i modelli e le evidenti numerose storture che li caratterizzano, a totale discapito dei territori e di chi li abita. Dopo che per anni hanno agognato e poi alimentato i massimi numeri di presenze turistiche, tanti amministratori, albergatori e ristoratori, responsabili del turismo e associazioni di categoria oggi se ne lamentano e invocano soluzioni come quelle citate ma, sotto sotto, non vogliono affatto rinunciare al business e pensano solo a accrescerne la portata trascurandone completamente le conseguenze sui luoghi e sulle comunità Le quali anzi «non hanno nulla di che lamentarsi», visto che più ci sono turisti più possono fare affari – come non di rado mi capita di sentire.
Ecco: sono queste le sensazioni assai vivide che mi sorgono al riguardo.
Per tali motivi, quando leggo o sento dichiarazioni sulla necessità di destagionalizzare e delocalizzare i flussi turistici ma non colgo analoghe volontà di attivare una gestione progettualmente strutturata, storco il naso e penso male. Ad esempio: quante di quelle località, e dei rispettivi responsabili (pubblici e privati) del turismo, dai quali giungono le suddette invocazioni “contro” la massificazione turistica, hanno pensato di elaborare per i propri territori le relative capacità di carico – una delle prime cose che ci sarebbe da fare, in una meta turistica – e di applicarne concretamente le risultanze nella gestione concreta dei flussi?
Credo che per la risposta, e per contare tali località, le dita di una sola mano siano fin troppe.
Dunque, di che stiamo realmente parlando quando ci riempiano la bocca con quei termini, destagionalizzare, delocalizzare così come con valorizzare, sviluppare…? Del nulla, temo. Sono tante belle parole il cui possibile buon senso viene troppo spesso gettato alle ortiche per interpretarle in modi del tutto distorti e funzionali a fare affari sulle spalle dei nostri territori, della loro bellezza, e della qualità di vita di chi li abita.
Ma anche qui, come in altre circostanze, a tirar troppo la corda il rischio pressoché inevitabile è che prima o poi si spezzi. E poi hai voglia a riportarla integra – sempre che si possa farlo!
[Immagine tratta da jennyvallese.com.]Solitamente la nostra frequentazione della natura, in particolar modo dei luoghi più o meno turistici e turistificati, è legata a scopi ludico-ricreativi: ci sta, è il modello di fruizione di tali luoghi che si è sviluppato nel tempo ed ha elaborato l’immaginario comune con il quale li intendiamo: posti dove trovare dell’intrattenimento che il modus vivendi quotidiano in città per ovvi motivi non ci può concedere, almeno non come possono fare quelle località, con l’aggiunta dell’attrattiva estetica del territorio naturale, che a sua volta ci dona geografie impossibili da ritrovare nei centri urbani.
Ribadisco: è una cosa legittima e comprensibile oltre che per molti versi necessaria, vista la vita caotica e stressante che così spesso ci tocca vivere nella quotidianità.
Resta tutta il fatto che una tale frequentazione degli ambienti naturali non ce li fa vivere veramente, non ci porta a essere parte di essi, a elaborare con essi una relazione veramente compiuta, anche solo per le poche ore che ci stiamo, in un fine settimana o in un’uscita domenicale. I modelli di fruizione turistica (anche quando apparentemente non sono tali, in realtà pescano comunque da quell’immaginario: basti pensare all’elaborazione estetica veicolata dal marketing turistico, e non solo da questo, con cui di norma percepiamo e interpretiamo i paesaggi di montagna) attraverso i quali visitiamo quei luoghi sono esclusivamente costruiti in funzione dei suddetti scopi ludico-ricreativi. Infatti, se tali scopi non riusciamo a conseguirli, facilmente dell’escursione compiuta porteremo a casa un ricordo meno gradevole e appagante di altre volte, vuoi anche perché sempre in forza di quei modelli e degli immaginari di cui ho detto poc’anzi forse ci saremo costruiti delle aspettative basate su di essi e non sulla realtà effettiva dei luoghi che abbiamo visitato. Molto spesso il turismo contemporaneo punta proprio su questo: offrire le stesse esperienze, rese modello ripetuto una volta che ne si è constatato il potenziale successo e l’attrattiva collettiva, in luoghi diversi, sovente radicalmente differenti ma nei quali, appunto, vengono replicate quelle dinamiche turistiche ovvero, fondamentalmente commerciali. Esempio “piccolo” ma ormai grandemente classico di questa standardizzazione massificata dell’esperienza turistica sono le “panchine giganti” che ormai a centinaia occupano luoghi interessanti standardizzandone la fruizione e dunque le stesse valenze paesaggistiche dei luoghi, che ne escono appiattite e conformate; ma anche la stessa industria dello sci e in certa parte anche l’escursionismo, nonostante si svolgano su montagne sempre diverse e dunque dotate di differenti peculiarità, tendono a costruire e offrire al turistica identiche fruizioni, esperienze, modalità di visita e di frequentazione dei territori, con ciò deprimendo quando non banalizzando le valenze intrinseche e referenziali di ciascun luogo.
[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]È una formula apparentemente di successo, che funziona un po’ ovunque ma ciò perché basata su una dinamica puramente consumistica, che prende solo dai luoghi fruiti e sfruttati senza lasciare ad essi nulla, se non qualche iniziale tornaconto all’esercizio commerciale di turno. Tuttavia con il tempo, come detto, inesorabilmente consuma il territorio e tutto ciò che contiene, inclusa la componente umana, fino a che più nulla in loco sosterrà la richiesta di intrattenimento del turista definitivamente trasformato in cliente, così che il luogo perderà ogni valore in tal senso e il cliente cercherà intrattenimento altrove, in una riproduzione delle stesse dinamiche costante e continuamente demolitrice. Sia chiaro: sarà una perdita solo formale, in verità il valore del luogo, le sue peculiarità, le sue potenzialità resteranno intatte anche in presenza di un consumo notevole – del territorio naturale in primis – solo che si sarà consumata anche la capacità di cogliere quelle sue caratteristiche specifiche. Il che genererà inevitabili conseguenze ambientali ma anche, e soprattutto, sociali, economiche, culturali, di chissà quale lunga durata nel tempo e sperando che non risultino irreversibili – come ad esempio quando tali dinamiche innescano fenomeni di spopolamento ancora più accentuati che nel passato nonostante le promesse iniziali di segno opposto (di casi al riguardo sulle montagne italiane se ne contano a centinaia), dovuti non solo a ragioni socioeconomiche ma pure alla perdita di identità culturale del luogo, talmente legatosi nel tempo ai succitati modelli turistico-consumistici di massa da far che, una volta svaniti questi, tanto il luogo che la sua comunità non sappiano più ritrovare uno scopo per sé stessi, per la relazione reciproca e dunque per la loro permanenza attiva nel territorio. Per essere chiari: ci sono località che buona parte delle persone ormai riconoscono solo perché ci si scia, non per altro: be’, personalmente credo e temo che località del genere abbiano già la sorte segnata, se non sanno e sapranno rielaborare un identità più consona al loro territorio e alle peculiarità variamente culturali che offrono, dunque più referenziale, più in grado di riconoscerli come “luoghi”, innanzi tutto, e in ciò diversi ovvero peculiari rispetto ad ogni altro.
Quando sento parlare di “destagionalizzazione”, per certe località particolarmente investite da fenomeni di iperturismo stagionale, come le stazioni sciistiche (il cui periodo di apertura di impianti e piste in forza della crisi climatica in corso è e sarà sempre più breve e incerta), da un lato capisco le accezioni con le quali si interpreta il termine e le trovo anche legittime, dall’altro tuttavia mi sorge un’inquietudine piuttosto profonda. Perché non di rado mi sembra che l’unico scopo che si vorrebbe conseguire con la destagionalizzazione turistica in certe località sia soltanto quello di riprodurre lungo l’intero anno, e non solo nei periodi di maggior frequentazione, quegli stessi modelli di fruizione turistica di massa così poco o nulla attenti ai territori e dunque così consumanti i paesaggi. Quando ciò accade il disastro a danno dei luoghi si moltiplica inevitabilmente.
[Immagine tratta da www.scimarche.it.]Più che di destagionalizzazione io vorrei sentir parlare di defruizione o, se si preferisce, di polifrequentazione (ma potrei indicare altri “neologismi” al riguardo, anche se immagino avrete capito il senso generale): cioè, molto semplicemente, puntare sì ad attrarre turismo lungo l’intero anno ma attraverso modalità di frequentazione differenti e volta per volta consone alla stagione, al clima, ai cicli naturali, alle valenze ambientali e paesaggistiche che il luogo può offrire mese dopo mese, alle possibilità ricettive oltre che alla capacità altrettanto consona di narrare il luogo in base a tutte queste sue variabili locali, che in fondo sono anche i tanti elementi che compongono e rendono speciale l’identità culturale del luogo stesso. Troppo spesso, come dicevo, la fruizione turistica invernale, basata per gran parte sullo sci (anche se solo nel modello imperante in quanto imposto: in verità la pratica sciistica sta diventando sempre meno importante nell’economia montana invernale, sia per la crisi climatica e sia per i costi sempre più alti che impone) e quella estiva, che oggi punta molto su escursionismi “alla moda” e sull’e-mtb (ormai la versione su due ruote dentate dello sci) sono sostanzialmente basate sugli stessi modelli e immaginari, oltre che su una narrazione del marketing tranquillamente sovrapponibile. Il tutto, ovvio, solo per tentare di preservare lo stesso business, dunque lo stesso modello di fruizione, senza alcuna sostanziale variazione e, cosa per me ancora peggiore, manifestando un identico disinteresse profondo verso i luoghi e le loro comunità, entrambe asservite a quel business consumistico. Che appunto consuma, ribadisco, e come dice il termine stesso ciò che viene consumato prima o poi finisce, si esaurisce, viene eliminato chissà per quanto tempo, forse per sempre.
Per questo io sostengo da tempo, oltre ai miei profondi dubbi sulla “destagionalizzazione”, la necessità che i luoghi turistici – quelli di montagna innanzi tutto ma perché sono il mio campo di studio e interesse principale ma anche perché presentano forse più potenzialità che altri – debbano assolutamente diversificare anche le proprie economie locali, non legandosi in maniera troppo stretta a quella turistica e per ciò non svendendo il proprio territorio e le risorse che offre principalmente ad essa. Perché non si può (più) fare industria in montagna, ovviamente di un certo tipo e taglia, perfettamente armonizzata all’ambiente e totalmente sostenibile, nelle varie forme che le terre alte consentirebbero? Perché si parla tanto di “economie circolari” per le arre interne e rurali ma poi, alla stregua dei fatti, molto spesso la definizione si concretizza in pochi esempi quasi più di immagine che di reale sostanza imprenditoriale e economica, e di nuovo pressoché legata all’economia del turismo? Perché, tornando più direttamente al comparto turistico, non si riesce a pensare a un portato socioeconomico diverso da quello imposto dall’industria turistica classica, proprio attivando modalità differenti di frequentazione dei territori che sappiano coinvolgere in maniera molto più ampia l’intera comunità residente, dunque con ricadute molto più diffuse di quelle ordinariamente generate dal turismo massificato, soprattutto quello “mordi-e-fuggi” che oggi rappresenta lo standard per moltissime nostre località turistiche?
Certo, serve quel cambio di mentalità generale che già tanti invocano da tempo: innanzi tutto nella politica locale, ma qui che avvenga la vedo così dura che personalmente auspicherei che siamo per prime le comunità residenti nei luoghi turistici a cambiare idea su di essi e su loro stessi, rendendosi conto che chiunque venga a visitare i propri territori, in qualsiasi modo lo faccia, dovrà farlo cercando di andare oltre la mera e banale ricerca di intrattenimento ludico-ricreativo e comprendendo cosa hanno intorno e perché il luogo in cui si trovano è diverso dagli altri e a suo modo speciale se non unico. In fondo non è compito della politica fare ciò – potrebbe esserlo ma essa sembra non avere una tale facoltà o non si dimostra interessata a manifestarla – dunque non resta che agli abitanti dei luoghi compiere questo atto, in fondo semplice eppure per molti versi rivoluzionario, quasi sovversivo se paragonato a quei modelli di turistificazione consumistica di cui ho detto. In fondo questo è anche il modo fondamentale, più immediato e efficace per rimettere al centro di tutto la comunità, chi anima e dà veramente vita al luogo, la place experience postulata dalla sociologia del turismo contemporanea contrapposta alla customer experience per la quale il cliente-turista ha sempre ragione e domina su tutto e tutti: ovvero, la più deleteria pratica consumistica che per errori e colpe che ora non è il caso di elencare è stata per troppo tempo imposta ai luoghi turistici e alle montagne soprattutto.
È finalmente ora di voltare pagina, di cambiare idee, paradigmi, modelli, visioni, atteggiamenti, umanità verso questi luoghi peraltro così fondamentali per il nostro benessere.
P.S.: anche di destagionalizzazione del turismo in montagna mi occupo – gioco forza! – da tempo, vedi qui.
Domenica 9 febbraio 2025: è il giorno di LA MONTAGNA NON S’ARRENDE, la mobilitazione diffusa in montagna, organizzata e coordinata dall’A.P.E. che attraverserà l’intero arco alpino e la dorsale appenninica con numerosi eventi in contemporanea, a un anno (quasi) esatto dall’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026.
Il titolo è quanto mai significativo: veramente oggi molte montagne hanno un’arma puntata addosso, con la cui minaccia le si vorrebbe rendere ostaggio di un turismo di matrice biecamente consumista che in ogni caso ne ucciderebbe l’anima, sia del territorio che della comunità che lo abita. Questo non può e non deve accadere, arrendersi non rappresenterebbe soltanto una sconfitta e una sottomissione, ma probabilmente la fine di tutto ciò che possiamo considerare “montagna” per come dovrebbe essere e la sua trasformazione in un ennesimo “non luogo” ad uso e consumo meramente turistico svilito, degradato, soffocato mortalmente. Un posto nel quale qualsiasi persona di buon senso non vorrebbe viverci e nemmeno gradirebbe di visitare.
Dunque è giunta l’ora di mobilitarsi, perché il tempo delle mediazioni è finito. Gli scienziati rimarcano che l’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per l’innevamento artificiale, a devastare versanti per inutili collegamenti tra comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata, si assiste allo stesso copione: opere nocive e imposte dall’alto, trivellazioni, cementificazione, spopolamento.
[Immagine tratta da www.qualitytravel.it.]In un momento in cui molte zone d’Italia sono colpite da disastri ambientali, con infrastrutture idriche compromesse ed opere di mitigazione insufficienti a far fronte alle sempre più violente (e frequenti) onde di piena causate dagli eventi climatici estremi, le ingenti risorse economiche destinate ai Giochi Olimpici sulle Alpi e a nuovi impianti sugli Appennini appaiono come sprechi ingiustificabili di fronte all’urgenza di interventi di tutela, manutenzione e riqualificazione ecologica dei territori.
In particolar modo sono proprio le terre alte che bruciano, e non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie, le alluvioni devastanti sono ormai la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come, appunto, i giochi olimpici invernali. La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici.
In questo quadro ed in contrasto con i valori inclusivi e sociali dello sport popolare – portabandiera dell’accessibilità allo sport, dell’integrazione e della solidarietà – le Olimpiadi rappresentano un modello che sembra incarnare valori opposti quali competizione, esclusività e consumo. In questa prospettiva, i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 appaiono come un evento lontano dalle necessità delle comunità, esponendo la montagna e i suoi abitanti a una pressione antropica non sostenibile. Le opere infrastrutturali previste per i Giochi sono il simbolo più tangibile del totale distacco dalle problematiche reali delle aree montane.
La montagna non è un parco giochi da sfruttare fino all’ultimo respiro. È un ecosistema fragile, la nostra principale riserva d’acqua, un patrimonio di biodiversità e cultura insostituibile.
Non c’è più tempo per rimandare. Le scelte che facciamo oggi sulle terre alte – ogni nuova cava, ogni nuovo impianto, ogni colata di cemento, ogni bacino artificiale – peseranno per centinaia di anni sul futuro dei territori e delle comunità. Il ghiaccio che si scioglie oggi non tornerà domani. Il suolo che cementifichiamo oggi resterà ferito per secoli. Non torneranno i larici.
Per saperne di più su LA MONTAGNA NON SI ARRENDE e per conoscere i dettagli di tutti gli eventi e le mobilitazioni programmate domenica, potete visitare questa pagina nel sito web dell’A.P.E., dove trovate anche molte altre sezioni dedicate alle varie problematicità ambientali, economiche, sociali e culturali della realtà montana contemporanea.
Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.
Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.
Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.
«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.
P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.