Se i giornali non diffondono ma coprono le notizie (Umberto Eco dixit)

La questione e’ che i giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie.

(Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, Milano 2015.)

Apparentemente, è uno dei più grandi paradossi dell’epoca contemporanea, quello a cui fa riferimento Umberto Eco: il fatto che, al moltiplicarsi degli “organi di informazione” accessibili – i giornali emblematicamente citati lì sopra e parimenti tutti gli altri – si riduce fino a scemare del tutto la possibilità di accedere alle verità effettive del mondo in cui viviamo.

Voglio dire: scrivo “apparentemente” perché nella sostanza il paradosso è concreto e palese, ma in verità la condizione paradossale che ne deriva non è affatto strana o illogica, ma assolutamente perseguita. E che invece i giornali e gli altri organi di informazione, salvo rari casi, siano diventati fedelissimi complici ed esecutori di tale processo di negazione della verità – ovvero di imbarbarimento culturale di massa (“Fatti non foste… ma per seguir virtute e canoscenza.”), con effetti già ben visibili e materiali – non è tanto un paradosso ma soprattutto un bieco tradimento, oltre che una sostanziale assurdità che prima o poi si dovrà pur contestare fermamente, a quegli organi di (non) informazione.

D’altro canto, le verità del mondo non si cancellano affatto in forza delle relative distorsioni diffuse dai media, e la loro ricerca è, sempre di più, un atto profondamente rivoluzionario. Per ciò tanto inviso da chi persegue quell’imbarbarimento culturale di massa e per ciò, quella ricerca della verità, ancor più meritevole di impegno e fervore. In fondo, per cambiare – rivoluzionare effettivamente – la realtà, bisogna prima conoscerne a fondo la verità, no?

L’Italia per la cultura è un inferno. L’ultimo rapporto di Federculture e il tacito “colpo di stato” istituzionale ai danni del comparto culturale

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Consideriamo la nostra scemenza:
fatti non saremmo a viver come bruti,
ma perseguitiamo virtute e canoscenza.

Di questo passo, a breve dovremo veramente pensare di rivedere quel celeberrimo passaggio del canto XXVI dell’Inferno di Dante, più o meno come ho fatto io lì sopra. Almeno, stando a quanto rivela il Rapporto 2015 di Federculture sui consumi culturali, pubblicato qualche giorno fa: un quinto degli italiani non partecipa ad alcuna attività culturale, e rispetto all’anno scorso ci sono 820 mila italiani in più che non hanno letto un libro né sono mai andati in un anno al cinema, a teatro, a una mostra o altre di culturalmente simile. Se nel 2010 erano il 15,2%, oggi l’astensione complessiva dalle attività culturali raggiunge il 19,3%, con picchi che al Sud arrivano ad un preoccupante 30% – se ne parla ad esempio qui.
Il rapporto d’altro canto segnala anche (fortunatamente!) qualche dato positivo, come ad esempio l’aumento, dopo parecchi anni di calo, della spesa per la cultura delle famiglie, che segna un +2% di cui +2,2% di spesa per concerti e teatro e +5,8% per siti archeologici e monumenti. Ma siccome noi italiani non possiamo troppo abituarci alle cose buone e positive (vedi la terzina dantesca remixata lì sopra), il dato sull’aumento della spesa per la cultura degli italiani viene drammaticamente controbilanciato dal calo sempre più terribile degli investimenti istituzionali, nel comparto culturale: il bilancio del Mibact rappresenta ancora solo lo 0,13% del PIL, le erogazioni liberali diminuiscono del 19% e gli interventi delle fondazioni bancarie del 12%. Sono in difficoltà anche le aziende culturali: tra il 2008 e il 2014 sono diminuiti del 28,3% i contributi pubblici e del 24,1% quelli privati ed è di conseguenza calata la produzione del 7,5% – se ne parla qui. E giusto per darci una bella mazzata finale, si può pure denotare che se il bilancio del Mibact rappresenta solo un desolante 0,13% del PIL, pari al 0,19% del bilancio dello stato, presso i cugini francesi arriva complessivamente a sfiorare il 20%. Venti-per-cento del bilancio statale: non è un caso, dunque, che la Francia sia visitata da un numero doppio di turisti rispetto all’Italia – la quale offrirebbe un’infinità di luoghi culturali e artistici in più rispetto ai cugini transalpini – e che parimenti il nostro paese è valutato soltanto al 79esimo posto per la misura con cui le sue istituzioni ritengono prioritaria l’industria turistica (vedi qui). In buona sostanza, siamo come un viandante disperso nel deserto che, pur essendo circondato da ricche e rigogliose oasi che lo farebbero non solo sopravvivere ma prosperare floridamente, continua a cibarsi di sola sabbia, soffocandosi inesorabilmente e segnandosi da sé la più infausta sorte, ecco.
Bene (si fa per dire!), posti i dati sopra esposti, non si può non considerare che una tale situazione non abbia pure ricadute socio-politiche, ancor più dacché stiamo parlando del paese con la maggior ricchezza culturale del mondo – un paese che di contro stenta a risollevarsi da una crisi che non è solo economica, finanziaria e industriale e che, per dirla tutta, dovremmo pure smettere di chiamare “crisi”: è la realtà, la nostra triste realtà attuale, punto. E non si può non congetturare – retoricamente, populisticamente, malignamente, dite ciò che volete ma per me è così – che dietro una così evidente e letale ottusità istituzionale nella (non) gestione della cultura non vi sia una precisa volontà di soffocamento dell’identità culturale nazionale, una strategia mirata – quantunque basata su una terrificante ignoranza delle classi dirigenti del paese, se vogliamo – per allontanare gli italiani dal loro patrimonio culturale per indirizzarli altrove – nei centri commerciali o davanti alle TV o chissà dove, fate voi.
Posto, lo ribadisco di nuovo, quanto l’Italia possiede in tesori culturali, e quanto tali tesori potrebbero tramutarsi in tesoro vero, in punti di PIL, in ricchezza diffusa, in floridezza economica a cascata, arrivo a pensare che quello in corso ai danni della cultura sia un vero e proprio colpo di stato, mosso da una élite di micidiali ignoranti crapuloni che, in unione ad altre azioni antisociali, ha sostanzialmente deciso di svendere il paese, deprimendolo fino a vanificare il valore di cultura, identità, creatività, sapere diffuso, senso civico, civiltà.
Non so altrimenti cos’altro pensare, di una così paradossale e sconcertante situazione culturale nazionale. Ma so che solo noi cittadini, singoli individui, comunità sociali, possiamo contrastare tale degrado. Dalla politica non possiamo più aspettarci nulla di buono, ergo dobbiamo fare da noi fin dalle più minime azioni – la prima che mi viene in mente? Beh, ad esempio spegnere la TV. Aziona minuscola tanto quanto sovversiva e devastante, per quei soggetti dominanti di cui ho detto poc’anzi. Non è certo un cambiamento che può avvenire dall’oggi al domani, purtroppo, quello di cui abbiamo un disperato bisogno, ma senza dubbio su di esso si fonda il futuro del paese e di noi tutti ovvero una scelta precisa: tra civiltà o imbarbarimento definitivo. Consideriamo la nostra sCemenza attuale, insomma, e vediamo di tornare quanto prima a seguir virtute e canoscenza, non a perseguitarle.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Libertà significa responsabilità. Un interessante contributo di Italo Sciuto sul tema.

CAAI-Sciuto_DSC1688_resize-750x450Il seguente testo rappresenta l’intervento di Italo Sciuto, docente di filosofia morale presso l’Università di Verona, presso l’assemblea del CAAI – Club Alpino Accademico Italiano – a Caprino Veronese, lo scorso 11 ottobre, e disquisisce di libertà in prospettiva filosofica – argomento che di primo acchito potrà sembrare piuttosto strano, se non incongruente, in un ambito frequentato da alpinisti il cui scopo primario è salire vette spesso infilandosi su per pareti verticali e affrontando pericoli tremendi… Lo ricavo dal blog di Alessandro Gogna, altro mirabile uomo di cultura – di montagna ma non solo – e grande alpinista (qui anche il suo website).
Come forse già saprete (o avrete intuito in qualche modo), mi occupo spesso anche di cultura di montagna, e la frequentazione dei monti è in verità grande e profondo esercizio di libera volontà sia in senso pratico che teorico, intellettuale, tant’è che è un argomento di frequente discussione nell’ambiente e non mancano testi di analisi filosofica (ovvero antropologica e sociologica) della pratica alpinistica. In questo testo Italo Sciuto amplia la dissertazione sul merito rendendola assolutamente valida per qualsiasi pratica umana contemporanea, anche per quelle meno “atletiche” e più ordinarie, in un’epoca come quella attuale nella quale troppi si riempiono la bocca di quel termine, libertà, abusandone oltre ogni limite sopportabile nel frattempo che sempre più persone perdono la cognizione e la consapevolezza di cosa esso significhi, parimenti perdendola pure concretamente, la libertà. Ovviamente, inutile dirlo, senza rendersene conto – anzi, restando convinti di essere “liberi”, cosa sotto molti aspetti ancora più terribile.
L’articolo originale nel Gogna Blog lo potete leggere qui.
Buona lettura e, ancor di più, buona meditazione di quanto letto.

Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica
di Italo Sciuto

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta

(Purgatorio, I, 71-72)

Nel comune sentire e parlare degli alpinisti, sembra che la pratica dell’alpinismo si possa interpretare bene alla luce del Catone dantesco: il quale, appunto, pone la libertà come valore supremo, superiore addirittura alla propria vita. Per l’alpinista, come dice bene Alessandro Gogna nella sua ben nota lettera al procuratore di Torino circa la libertà in montagna, la libertà è un “diritto” che va garantito sempre, anche in presenza di un rischio inevitabile; anzi, il “diritto alla libertà” implica anche il “diritto al rischio”. D’altra parte, però, l’agonismo che in buona parte caratterizza l’alpinismo di cui maggiormente si parla con ammirazione (“conquistare” cime, “aprire” vie, compiere “prime” invernali etc.) fa anche pensare a un altro, grande e decisivo personaggio dantesco: Ulisse, che abbandona la comoda e sicura vita nella sua isola e affronta “l’alto mare aperto” per “divenir del mondo esperto”, cioè per compiere una “prima”, ossia superare le colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto “mondo sanza gente” ove mai nessuno ha messo piede. La passione che muove l’Ulisse dantesco, dunque, non è soltanto l’aspirazione di chi vuole essere o si sente libero, ma anche l’hybris di chi vuole affermare la propria volontà di potenza. Tuttavia, la motivazione con la quale Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” fa riferimento alla natura dell’uomo, alla sua essenza, che implica la responsabilità di compiere un dovere preciso:

Considerate la vostra semenza:
nati non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza

(Inferno, XXVI, 118-120).

Il nostro alpinista dantescamente atteggiato, dunque, si muove tra libertà e responsabilità. Ma come vanno intesi questi due termini, facili da pronunciare (i politici, in particolare, ne han piena la bocca benché ne sia vuota la mente) ma ben difficili da comprendere e spiegare?

1. La difficile e inafferrabile questione della libertà.
Nella sua storia millenaria, il concetto di libertà è stato analizzato infinite volte e secondo varie prospettive (metafisica, psicologica, politica), con fondamentali differenze nei vari contesti storici dall’antichità a oggi. Nella riflessione attuale, è largamente prevalente la prospettiva politico-sociale, che si è imposta in Occidente a partire dalla modernità. Possiamo sintetizzarla con le celebri ed efficaci formule di uno dei padri del pensiero politico moderno, Montesquieu: “la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere”; in breve, “la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (Lo spirito delle leggi, libro XI, cap. III). Si tratta della libertà che viene detta “repubblicana”, per distinguerla dalle altre principali concezioni moderne su cui, per brevità, non possiamo soffermarci: quella “liberale”, quella “libertaria” e quella “comunitaria”. Si tratta, dunque, di una libertà nella e non dalla legge, che potremmo anche definire libertà positiva, mentre oggi è largamente prevalente una concezione liberale-libertaria che è essenzialmente negativa. Si tratta insomma di capire la difficile idea che si è liberi non già nonostante, ma grazie ai doveri.

Inoltre, va osservato che in questa concezione “repubblicana” della libertà l’aspetto fondamentale è posto nel fare (o meglio nell’agire) più che nel volere, con ulteriori precisazioni circa la libertà “da” e “di”, ossia “negativa” e “positiva”, su cui molti filosofi si sono acutamente impegnati con esiti sempre più complessi e raffinati. Ma, soprattutto, va rilevato che allora, in questo modo, la questione della libertà non viene svolta in ambito metafisico (in cui si tratta di affrontare il concetto di causalità e l’opposizione tra libertà e necessità), ma in quello morale o, meglio, etico. E in prospettiva etica sono due le concezioni che, a partire dalla celebre formulazione di Max Weber agli inizi del ‘900, vanno tenute presenti: l’etica della convinzione, secondo cui si deve agire seguendo princìpi fondamentali assoluti prescindendo dalle conseguenze che ne possono derivare (per esempio: “si deve sempre dire la verità” o, in negativo, “non si deve mai mentire”), e l’etica della responsabilità, secondo cui si deve certamente agire secondo princìpi, ma condizionati dal possibile esito della loro applicazione (se dire la verità mette in pericolo di vita una persona, si deve mentire). Le due concezioni etiche, naturalmente, non si escludono reciprocamente e, di fatto, in qualsiasi forma di agire eticamente valido si usano entrambe. Per il nostro discorso, tuttavia, dobbiamo insistere specialmente sull’etica della responsabilità (su cui rimane fondamentale Hans Jonas, Il principio responsabilità, scritto negli anni ’70 del secolo scorso).

2. L’arduo impegno della responsabilità.
Come il concetto di “libertà”, e forse ancor più, oggi si deve radicalmente ripensare il concetto di responsabilità, perché il “fare” e l’”agire” in cui siamo coinvolti (come agenti e/o pazienti) sono condizionati sostanzialmente da un fatto nuovo, sconosciuto ai secoli passati: l’onnipotenza della tecnica, in virtù della quale non siamo più in grado di prevedere gli effetti, le conseguenze del nostro fare. Oggi, per lo sviluppo enorme e dominante della ragione strumentale e cioè della semplice capacità di realizzare scopi, al massimo del poter fare corrisponde il minimo del saper prevedere: più aumenta e si velocizza la capacità di realizzare scopi (secondo il fatale principio da tutti a parole negato ma in realtà universalmente applicato “si può, quindi si deve”), più diminuisce la possibilità di prevedere l’esito cui potrà portare la loro realizzazione, ma questa capacità di previsione è essenziale, se il fine del nostro fare e agire dev’essere il bene comune, o l’utilità generale: il maggior benessere per il maggior numero. In tale contesto, va sostenuto il principio di cautela ma va anche radicalmente ripensato il concetto di responsabilità in tutti i suoi principali significati: giuridico, politico, etico.

Per limitarci a quest’ultimo significato, che per il nostro discorso è certamente il più importante, dobbiamo rilevare che parlando di libertà non possiamo limitarci a distinguere, come si diceva, libertà “da” e “di”, “negativa” e “positiva”. Dobbiamo inserire anche il concetto della libertà “per”, ossia l’idea del fine cui tende o dovrebbe tendere l’agire libero; e anche il concetto di libertà “verso”, cioè l’idea dei soggetti altri cui essa va diretta. In particolare, e in sintesi, nell’attuale situazione dobbiamo tener presente, in tutte le nostre azioni, l’effetto che esse potranno avere sulle condizioni di vita delle generazioni future, di cui siamo appunto responsabili. E non è il caso di conferire troppo valore alla celebre battuta di Groucho Marx ripresa da Woody Allen (“ma in fondo, cos’hanno fatto per me le generazioni future perché io mi debba occupare di loro?”), appunto perché non hanno fatto nulla di male e quindi non meritano di essere danneggiate dai nostri comportamenti. Inoltre, e soprattutto, il principio di cautela impone di porre, di fronte a ogni pregevole innovazione tecnica, la decisiva domanda: quale sarà il peggiore uso che di questa positiva innovazione si potrebbe fare, e quindi si farà?

In tale contesto, diventa difficile ma essenziale trovare un principio d’azione adeguato (l’agire umano è dotato di senso e valore soltanto se è guidato da princìpi che, per quanto possibile, tendano all’universalità), non essendo più sufficiente il pur venerabile imperativo categorico kantiano (“agisci in modo che la massima della tua azione possa valere in termini universali”), appunto perché limitato al presente. Seguendo Jonas, possiamo adottare questo nuovo imperativo adeguato alla situazione attuale: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra” (H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 16). In altri termini, si può dire che un’azione è responsabile se corrisponde al relativo dovere, e che dunque sarà irresponsabile ogni “esercizio del potere senza l’adempimento del dovere” (ivi, p. 119). Ma questo adempimento, nella presente età dominata dal “Prometeo scatenato” della tecnica, dev’essere guidato da ciò che Jonas chiama “euristica della paura”, in virtù della quale, quando progettiamo una qualsiasi impresa, dobbiamo interrogare i timori prima dei desideri e prestare ascolto alle profezie di sventura più che a quelle di salvezza, più alla minaccia che alla speranza e alla promessa; dobbiamo agire per scongiurare il male supremo più che per conseguire il bene sommo: in sintesi, dobbiamo praticare un sano scetticismo per evitare il rischio di uno spietato ottimismo che potrebbe condurci sull’orlo dell’abisso.

Mutatis mutandis, e cioè con gli opportuni adattamenti, direi che un simile principio dovrebbe guidare anche l’attività dell’alpinista che voglia essere libera e responsabile: essendo forse la più adatta per capire che la vera libertà, per l’attuale agire umano che aspiri a realizzare un’autentica auto-nomia, è la responsabilità.