Camminare è un atto di progresso civile (Davide Sapienza dixit)

La società che tutti insieme abbiamo creato manda un messaggio chiaro: se non ti sottoponi alla produzione di massa, sei fuori. L’unica via di uscita è tornare a vivere secondo il diritto selvatico, recuperare le gambe, riconoscere che i nostri piedi sono più intelligenti di tanti cervelli riuniti in un Parlamento o a un vertice mondiale della sostenibilità: in quei luoghi, nessuno sa cosa sia il Cammino di una civiltà.

(Davide SapienzaCamminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014, pag.94; in ebook su Feltrinelli.)

Sapienza-2Ha ragione, Sapienza: se si vuole trovare un aspetto positivo nella società contemporanea, è quello – paradossale – di aiutarci a (ri)mettere in luce ciò che può realmente salvarci dalla sua all’apparenza irrefrenabile decadenza – culturale, soprattutto, ma non solo. E quasi sempre si tratta di azioni semplici, primarie, primordiali eppure fondamentali, virtuosamente olistiche, profondissime nella loro essenza e profondissimamente umane. Come il camminare, appunto, pratica che -chi legge il blog ormai lo saprà – trovo personalmente necessaria al fine di potersi ancora dire creature intelligenti, per quanto sia – in tutta la sua semplicità, appunto – un’azione ricolma di innumerevoli sensi, significati, accezioni, sostanze, concetti, nozioni, culture, saggezze. Tutte cose che possono renderci migliori ergo rendere migliore il mondo in cui viviamo, ben più di Parlamenti politici e vertici mondiali di esperti di chissà cosa – proprio come afferma Davide Sapienza.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Camminando.

INTERVALLO – Torino, Libreria “Tempo Ritrovato” (in chiusura)

l_425f9a360130 GIUGNO 2016
TEMPO RITROVATO LIBRI
CHIUDE
VENDITA TOTALE
CON SCONTI
DAL 15% AL 50%

E’ un INTERVALLO diverso dai soliti, questo, per certi aspetti inesorabilmente triste, per altri iroso e comunque pugnace. La storica libreria Il Tempo Ritrovato di Torino, da decenni punto di riferimento culturale, e non solo, del centro cittadino, il 30 giugno prossimo chiuderà definitivamente, aggiungendosi al lungo elenco delle librerie che nel capoluogo piemontese hanno chiuso i battenti, nonché all’ancor più lungo e mesto elenco nazionale al riguardo. Quanto sopra è ciò che riportano i cartelli affissi sulle sue vetrine.
Così muore la cultura di un paese! – mi viene da dire: una cultura tra le più alte e prestigiose del pianeta uccisa da un progressivo e irrefrenabile imbarbarimento nazionalpopolare e dal sostanziale (ovvero strategicamente complice) menefreghismo delle istituzioni. Ma, ribadisco – almeno per quanto mi riguarda – ciò deve essere un ennesimo e fremente impulso alla combattività, a non lasciare che l’imposizione strategica di un incretinimento totale e totalizzante vinca sulla cultura e sul valore fondamentale di essa, per potersi dire (e continuare a essere) individui realmente intelligenti, civili e avanzati.
Vi pare che la stia mettendo giù troppo dura? Bah, forse sì. O forse, è veramente l’ora di farla il più possibile dura, tale questione, prima che non sia troppo tardi per qualsiasi salvezza.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo in merito tratto da torinooggi.it, dal quale è tratta l’immagine stessa.

AntifascETTismo militante

Basta-fascetteVolete fare del gran bene alla letteratura con un pur piccolo e semplice gesto?
Bene: non comprate libri dotati di fascette promozionali – sì, le fascette che avvolgono i tomi e riportano spesso affermazioni tanto roboanti e megalomani quanto sovente millantatrici e francamente idiote, nel senso e nella sostanza – manco avessero da imporre un nuovo prodotto dimagrante o altra facezia simile!
O se proprio un libro dotato di fascetta promozionale lo volete comprare, fatelo pure, ma quando andata alla cassa a pagare, consegnatela nelle mani del libraio e dite che non vi interessa quella cosa e cosa ci sia scritto sopra. Fategli capire, insomma (ma se poi è un buon libraio, lo sa bene pure lui!) che un libro ha valore nel suo contenuto, nella sua qualità letteraria, nell’offrire buon cibo culturale per la mente e per l’animo, mica nelle frasi fatte (per nulla comperata, poi, come no!) di chissà chi su quanto sia “una lettura sensazionale” o su quante migliaia di copie abbia venduto negli USA o su Saturno!
Le fascette promozionali sono uno degli esempi più lampanti della corruzione commercial-consumistica che la grande editoria ha imposto e cagionato alla produzione letteraria, con strategie da ipermercato che ignorano ovvero spregiano la valenza culturale dei libri in quanto tali. Non è un caso, d’altronde, che più il libro pubblicato sia un prodotto di scarsissimo livello – un non libro, mi viene da definirlo – e più sarà ben fornito di roboante fascetta promozionale. Insomma, per vendere l’oro non c’è bisogno di metterci una scritta sopra facendo notare quanto brilla, per il fango (e dico fango, non voglio essere scurrile!) inevitabilmente sì, invece.
Ecco, siate antifascettisti militanti. La buona letteratura ve ne sarà grata.

P.S.: la foto in testa all’articolo (da me rielaborata) è tratta dal sito web della Libreria la Casa sull’Albero, che come lo scrivente condivide una simile opinione sul tema disquisito – si veda l’articolo relativo dal quale l’ho tratta. Preciso peraltro che questo post l’ho pensato e scritto prima di leggere il suddetto articolo; d’altro canto so perfettamente di non essere stato il primo né l’unico a rimarcare tali osservazioni, anzi, spero assolutamente di essere uno tra i tanti e giammai l’ultimo a darne pubblica manifestazione.

Il nuovo Calvino? C’è, forse, ma tanto non si vede…

conformismo-143853Tempo fa avevo scritto un articolo intitolato “Il problema è che non ci sono più grandi scrittori” (lo trovate da diverse parti, ad esempio qui) nel quale disquisivo su come il panorama letterario nazionale non fosse più così ricco di grandi scrittori, appunto, come solo qualche decennio fa: su come non vi fossero più in circolazione dei Calvino, dei Buzzati, dei Gadda e così via, e come fosse un’inesorabile e quasi antropologica conseguenza dello stato generale della società contemporanea e delle sue storture (di varia natura, non solo editoriali e/o culturali in genere), dalla cui realtà non potesse e non possa che scaturire una certa letteratura, ad essa consona nel bene e, soprattutto, nel male.
Una nuova chiacchierata con alcuni amici sul tema mi ha fatto riflettere e, per così dire, ribaltare la questione e i fattori che la caratterizzano, ponendoli sotto una diversa luce: e se dei nuovi Calvino, Buzzati, Gadda eccetera ci fossero e fossero pure più bravi degli originali, ma non sapessimo scorgerli e riconoscerli? Ovvero: se la nostra società contemporanea, così ricca di tutto e del suo contrario, così ribollente di informazioni al punto da non darci nemmeno il tempo e la possibilità ci coglierle – o se noi, sempre più afflitti da analfabetismo funzionale di gravità crescente, non ne fossimo più capaci – e così caotica, omologante, massificante, appiattente, ci impedisse appunto di intercettarli e di riconoscerne le qualità?
Sia chiaro: è come se stessi chiedendo dell’esistenza dell’acqua calda. Non sto scoprendo nulla, insomma, tuttavia l’evidenza che il mondo odierno agisca sempre più di frequente da agente conformante ovvero livellante (verso il basso, molto in basso spesso!) qualsiasi sua peculiarità pubblica e condivisa è ormai talmente ordinaria e palese da rischiare d’essere totalmente ignorata, anche da chi invece dovrebbe nei suoi confronti rappresentare un elemento opposto e agire di conseguenza – ad esempio proprio l’editoria, se volesse realmente essere di qualità come sovente proclama e si decidesse a tornare a fare talent scouting piuttosto di rincorrere il più facile (e insulso) guadagno per la gioia dei soli azionisti di riferimento (e alla faccia della cultura). Se a tale situazione si unisce pure il totalitarismo consumistico verso il quale il mercato è stato ormai da tempo dirottato – purtroppo anche in ambito culturale – con una dominanza quasi assoluta della quantità a discapito di qualsivoglia qualità, lo stato di fatto forse vi risulterà ancora più chiaro. E drammatico.
Non sono i mezzi coi quali un bravo autore può farsi notare che mancano, anzi: quelli grazie alle nuove tecnologie e al web sono anche aumentati. Il problema è che si può anche suonare meravigliosamente un preziosissimo Stradivari, ma se tutt’intorno il caos, il rumore, lo sberciare di massa, le stonature di innumerevoli musicanti da strapazzo coprirà tutto quanto, in aggiunta all’incapacità dei più di capire le doti di chi sappia suonare così bene, anche il talento più cristallino finirà per confondersi nella massa generale, per esserne coperto, nascosto – e probabilmente per essere ignorato da chi dovrebbe invece sostenerlo, a sua volta assordato dal frastuono generale.
E’ una situazione paradossale, converrete, che in fondo rispecchia quel principio che recita “tanta scelta, nessuna scelta”: cioè, troppe cose a disposizione, troppo caos, poca capacità (propria o indotta) di discernimento, pochi (o nessun) aiuto esterno in tal senso. Così, oggi si potrebbe come mai prima d’ora avere gli strumenti per effettuare la miglior cernita tra alta e bassa qualità, tra ciò che soddisfa la mente e ciò che sazia soltanto la pancia, tra quanto può elevarci intellettualmente e quanto invece ci degrada, e invece non lo sappiamo più fare. Danneggiando in tal modo non solo la produzione culturale di valore, ma pure noi stessi e le nostre possibilità di evoluzione intellettuale e sociale.
Cosa fare per risolvere questa così inquietante situazione? Beh, io credo che dovremmo innanzi tutto ricominciare a pensare con la nostra testa e smetterla assoggettarci a scelte e imposizioni altrui. Cosa che, me ne rendo conto, è più facile a dirsi che a farsi, ahinoi. Non pensare è quanto di più comodo ci sia, e ormai da decenni la nostra società ci offre uno stile di vita che risponde al motto “divertiti, che al resto pensiamo noi!” – coi bei risultati che ci ritroviamo a subire, ora.
Poi è chiaro che, a fronte di qualsiasi massificazione, la prima cosa da mettere in atto sarebbe un moto contrario, di “de-massificazione” ovvero di razionalizzazione e di diversificazione dell’offerta culturale – o di ciò che viene spacciato per essa e invece non lo è affatto, e non serve citare in tal senso molti libri che intasano scaffali di librerie e primi posti di classifiche di vendita dei quali, sia quel che sia, ma non sono opere culturali come invece la letteratura è e sempre deve (dovrebbe essere).
Azione altrettanto ostica ma certamente più pratica, sarebbe invece quella di svincolare la produzione culturale da qualsiasi meccanismo tipicamente capitalistico/consumistico, ovvero dalle regole tipiche – e oggi tipicamente distorte – dell’industria a mero scopo di massimo lucro. Pensare a un editore che agisca imprenditorialmente come un produttore di meri beni di consumo è forse comprensibile dal punto di vista del mercato contemporaneo ma assurdo e ipocrita da quello del senso stesso della sua impresa. E ciò non perché l’editore non possa mirare ad un proprio lucro, ci mancherebbe: semmai perché il lucro per un produttore di cultura non può essere lo scopo fondamentale del proprio lavoro! Lo so, sono concetti idealistici e alquanto utopistici, oggi, fatto sta che, di contro, l’evidenza che siano talmente ignorati dal mercato culturale provoca danni sempre peggiori: e la stessa costante se non quasi cronica contrazione della lettura di libri e del numero di lettori io credo sia (anche) un’ennesima conseguenza di quanto sopra.
In fondo, una delle meravigliose peculiarità che offrono i libri è proprio la totale diversificazione della scelta a disposizione e delle emozioni che sanno far scaturire. Il concetto stesso di “massa uniforme” non può essere nemmeno lontanamente assimilabile al mondo del libro. Cerchiamo, per quanto ci è possibile, di non essere complici d’un tale drammatico attentato alla cultura e, inevitabilmente, alla nostra stessa identità intellettuale.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

P.S.#2: un grazie particolare a Tersite, che ha indirettamente ispirato questo articolo.

Il potere dell’impotenza

Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri… Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po’ di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l’ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo.

Chi afferma queste lucide e inoppugnabili cose? Senza dubbio uno che ha capito perfettamente la situazione in cui ci troviamo! – verrebbe da credere. Magari un politico particolarmente illuminato… – oh, no, questo no, non è credibile. Non ve ne sono proprio di politici così avveduti, soprattutto a sud delle Alpi e a nord del Mediterraneo!
Beh, fu Alexis de Tocqueville, nel suo celebre testo La democrazia in America. E le scrisse nella prima metà dell’Ottocento – l’opera fu poi pubblicata nel 1835-1840. Duecento anni fa, quasi.
Ergo, non lamentiamoci noi tutti, umanità contemporanea, della situazione in cui ci siamo cacciati: è da secoli che potremmo sapere perfettamente le conseguenze della nostra apatica ottusità, e non facciamo nulla per cambiare le cose. La vera forza del potere dominante è l’apatia di chiunque vi si faccia assoggettare passivamente, di chi si sottometta al volere dei potenti e non capisca più – ignori, tralasci, dimentichi – che di norma dovrebbe funzionare al contrario, in una società civile. Dunque, come appunto chiosa Tocqueville, le mani indegne e deboli che ci comandano è assolutamente ciò che ci meritiamo. E ciò che ci farà sprofondare definitivamente nel baratro, se non ci decidiamo finalmente a fare qualcosa. Si dice, sapete, che quando il gatto non c’è, i topi ballano: Beh, qui il gatto c’é, ma s’è rincretinito, e il risultato è lo stesso.